Non è ancora tempo di tornare al lavoro: andate voi a farvi contagiare!

“Sono di poche ore fa gli articoli in cui viene dichiarato che la Prefettura di Piacenza ha concesso la riapertura di numerose aziende a fronte domande di deroga al Decreto Coronavirus. (…) Siamo rimasti in corsia, non abbiamo mollato, abbiamo delle tante fatto appelli, sono state rilasciate interviste per far capire l’eccezionalità dell’emergenza che ha colpito il nostro territorio e negli ultimi giorni ci siamo illusi di avercela quasi fatta (…) Ora queste autorizzazioni ci fanno temere un pericoloso colpo di coda: non siamo ancora in fase di ripresa, stiamo ancora risolvendo la fase di picco! (…) State a casa, fermate le attività ancora per qualche giorno. Invertite la rotta o saremo noi infermieri a fermarci”.

Questi sono ampi stralci della lettera aperta del personale sanitario di Piacenza pubblicata sui quotidiani locali lo scorso 7 aprile. Una lettera locale ma che descrive perfettamente il disagio e la rabbia di chi da oltre un mese contrasta il virus senza tregua, 130 morti tra medici e infermieri e il 10 per cento di contagi del totale.

Il decreto del 25 marzo, accettato anche dai sindacati, che doveva imporre la chiusura di tutte le aziende non essenziali si è dimostrato una grande presa in giro. Poche delle aziende che hanno chiuso lo hanno fatto per il decreto. La maggioranza hanno dovuto chiudere per la mobilitazione dei lavoratori o per la mancanza di ordini.

Tantissime sono le aziende rimaste aperte grazie alle scappatoie offerte dal decreto, far parte della filiera delle essenziali, poter cambiare il codice Ateco all’ultimo, approfittare del silenzio assenso concesso dalle prefetture. Si stima che il 30% dei metalmeccanici ha continuato a lavorare, il 50% dei lavoratori della chimica, l’85% dell’agroalimentare non si è mai fermato. Davanti a questi numeri fa un po’ specie leggere dichiarazioni come quella della segretaria della Fiom Re David il 25 marzo sera “La nostra lotta contro Confindustria ha pagato”.

Confindustria ha esercitato una enorme pressione per impedire la chiusura delle aziende e dopo l’uscita del decreto ha continuato a lavorare per fare riaprire tutte le fabbriche. Se fino all’inizio di aprile portava avanti la pressante richiesta di riaprire oltre 40mila fabbriche nelle quattro regioni del nord dove si produce quasi il 50 per cento della manifattura italiana, Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, via via che il tempo passava si è assistito ad una vera e propria escalation, ora Confindustria pretende di riaprire tutte o quasi le fabbriche del paese.

Dopo due settimane quindi siamo da capo, Confindustria suona la carica, il governo scatta sull’attenti e i nostri dirigenti sindacali, dopo essere stati con le mani in mano, ora si rendono nuovamente disponibili a trattare le condizioni per tornare in fabbrica. Si fa finta di non capire che il problema non è solo la paura di ammalarsi durante il lavoro, che per quante precauzioni si possano prendere il rischio c’è, ma anche la sola circolazione di tutti quei lavoratori coi mezzi sono un altro veicolo con cui il virus continua a contagiare. Gettando i lavoratori nella più cupa preoccupazione di ammalarsi e di contagiare i propri familiari.

I motivi per cui i lavoratori a marzo si erano mobilitati convocando gli scioperi, e costringendo alcuni sindacati come i metalmeccanici e i chimici a convocare gli scioperi regionali nel Lazio e in Lombardia, e minacciare lo sciopero generale, sono ancora tutti lì.

Cosa è cambiato rispetto a metà marzo, momento in cui è partita la mobilitazione? L’epidemia non si sta esaurendo, non siamo neanche arrivati effettivamente al picco. L’argomento di Confindustria che se la produzione non riprende verremo tagliati fuori dal mercato internazionale è un argomento strumentale, in tutta Europa e pure negli Stati uniti i lavoratori si stanno mobilitando per la chiusura delle aziende non essenziali. Come è strumentale sostenere che se non si riapre subito avremo milioni di disoccupati e migliaia di aziende fallite. Ritornare alla situazione di marzo significa solo prolungare lo stato di emergenza, prolungare il tempo di contagio. Tutto ciò in spregio della salute dei lavoratori e dei loro familiari per assicurare i profitti a un pugno di padroni senza scrupoli.

Un mese fa gli operai di Pomigliano si fermarono spontaneamente per costringere l’azienda a chiudere, come quelli della Leonardo e tante altre aziende, costrinsero il sindacato a cambiare posizione e rivendicare la chiusura delle aziende non essenziali. Nonostante ciò oggi, dopo sole due settimane, la Fiom e gli altri sindacati metalmeccanici proprio a Pomigliano firmano un accordo per riaprire la fabbrica senza che nulla sia cambiato, accontentandosi di qualche “garanzia” nelle procedure sanitarie. Non è per questo che i lavoratori hanno lottato in queste settimane.

Le fabbriche devono rimanere chiuse fino alla fine dell’emergenza, ricordiamoci cosa è successo nella provincia di Bergamo, è stata in primo luogo Confindustria a imporre a governo e regione, che da fedeli servitori hanno ubbidito, che non si istituisse la zona rossa e di conseguenza si alimentasse la strage per non fermare l’importante polo manifatturiero della zona.

L’appello che abbiamo lanciato il 19 marzo, che ha visto una eccezionale adesione che ha portato alla partecipata assemblea del 30 marzo e che ha avuto anche tanto risalto a livello internazionale rimane oggi più che mai valido. I lavoratori non sono carne da macello. La nostra battaglia deve continuare, ne va della nostra salute e dei nostri familiari, ci vuole lo sciopero generale.

Con Confindustria non si tratta!
Fabbriche non essenziali chiuse!
Pieno controllo dei rappresentanti dei lavoratori delle misure di sicurezza nelle aziende essenziali!

 

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