Nella battaglia contro il virus non siamo tutti sulla stessa barca

Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria sta dimostrando è che al governo e ai padroni della salute dei lavoratori interessa ben poco, bisogna fermare l’epidemia, ma nello stesso tempo garantire la continuità produttiva. “Giù le mani dalle aziende!”, come dice Bauli, presidente di Confindustria Verona.

Da qui decreti, prima il 22 febbraio, poi l’8 marzo, che pretendono di mettere il paese in quarantena, ma obbligano i lavoratori a continuare a produrre profitto per le aziende.

I lavoratori sono stati letteralmente abbandonati a se stessi ad affrontare l’emergenza nei luoghi di lavoro. Sindacati assenti, o nel migliore dei casi utili solo a dare consigli, aziende preoccupate solo di tenere aperti gli stabilimenti. Cassiere nei supermercati senza guanti, corrieri mandati a fare consegne senza la minima protezione, operai costretti a cambiarsi in angusti spogliatoi senza disinfestazione preventiva, senza parlare delle condizioni insostenibili in cui si sono trovati da subito a lavorare infermieri e medici negli ospedali.

L’esempio più eclatante è stato lo stabilimento di Porcia dell’Electrolux dove i lavoratori erano stati convocati all’alba prima dell’inizio del primo turno per essere sottoposti al controllo della temperatura prima di iniziare a lavorare.

Con un sindacato nel migliore dei casi assente, solo l’intervento, là dove erano presenti delegati e Rsu più attente, si è temporaneamente costrette le aziende a ritornare sui propri passi, concedere misure di protezione adeguate ai lavoratori.

Ma la pazienza dei lavoratori ha un limite e davanti all’evidente intenzione di scaricare da subito la crisi dell’emergenza sui lavoratori, costringendoli a prendersi le ferie se volevano stare a casa, come meschinamente proposto proprio dal governo che nel decreto dell’8 marzo dice esplicitamente alle aziende di mettere i lavoratori in ferie (cioè a spese dei lavoratori), alla fine in alcuni stabilimenti la rabbia è esplosa.

È il caso di Fca di Pomigliano dove i lavoratori spontaneamente si sono fermati, o dello stabilimento della Leonardo (Finmeccanica) di Cascina Costa (Varese), o dei corrieri di Bartolini di Caorso, stufi di non essere quanto meno dotati delle adeguate misure sanitarie per fare il proprio lavoro. Ad Acerra i netturbini si sono rifiutati di raccogliere i rifiuti, mentre alla Bonfiglioli di Bologna si convoca lo sciopero per costringere l’azienda a rivedere misure, turni e disposizioni corrette per l’utilizzo della mensa.

Ma in modo sempre più evidente oltre alla necessità delle sacrosante misure sanitarie si sta facendo strada un’altra questione, perché continuare a produrre merci che possono benissimo essere prodotte tra qualche settimana quando adesso la priorità è sconfiggere il virus? Perché continuare a lavorare col rischio di ammalarsi?

In modo sempre più stringente si sta facendo strada la necessità di tutelare la salute e nello stesso tempo non dover pagare di tasca propria questa emergenza che è responsabilità di chi in questi trent’anni ha tagliato la sanità pubblica e regalato miliardi a quella privata. Sì al fermo produttivo ma a salario pieno e completa tutela dei lavoratori precari, questo deve essere il nostro obbiettivo, e come si vede dai fatti se i sindacati latitano, sono i lavoratori che devono prendere l’iniziativa.

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