Nazionalizzare per difendere il lavoro!

I tempi in cui si inneggiava al libero mercato, e allo Stato si chiedeva solo di farsi da parte, sono ormai sepolti. La crisi dilaga e i padroni battono cassa. Tirando le somme dei tre principali provvedimenti varati dal governo in favore delle aziende si arriva alla cifra sbalorditiva di 544,5 miliardi di euro.

Con il Cura Italia di marzo vengono stanziati 7,9 miliardi tra garanzie, crediti di imposta e sostegni agli investimenti; nel Decreto liquidità dello scorso aprile, tramite la Sace, società per azioni di Cassa depositi e prestiti (Cdp), vengono sbloccati 400 miliardi di euro tra garanzie per finanziamenti erogati dalle banche e facilitazioni per accesso al credito, sia per piccole che per grandi aziende (compresa la Fiat). Nel Decreto rilancio di maggio, infine, vengono concessi 15 miliardi per contributi, 5,6 per minori tasse, 44 che serviranno a Cdp per sottoscrivere prestiti, altri 60 miliardi per la Sace e 12 per sbloccare pagamenti in favore degli imprenditori. Nonostante questo intervento dello Stato senza precedenti, viene stimato che nel 2020 ci saranno un milione e mezzo di disoccupati in più. Non basta infatti regalare soldi a imprese che non troveranno mercato e dovranno comunque chiudere o ridurre la produzione.

Insomma al danno si aggiunge la beffa: i lavoratori saranno sempre più poveri o perderanno la loro occupazione mentre i padroni potranno accedere a miliardi di prestiti (anche a fondo perduto) che, in caso di fallimento, saranno garantiti dal pubblico.

Ilva, Autostrade, Alitalia

Lo Stato è in prima linea particolarmente in alcune crisi industriali tra cui Atlantia, Alitalia ed ex Ilva.

La trattativa tra il governo ed Atlantia, la holding dei Benetton che controlla Autostrade per l’Italia, è tutt’ora in corso. Si è fatto in tempo a demolire il Ponte Morandi e a terminare la ricostruzione, ma questi parassiti che avrebbero dovuto essere espropriati nel giro di 24 ore sono ancora in sella. Anzi, protestano con la Commissione europea cercando di ricattare il governo con la pretesa di nuovi prestiti. La revoca della concessione, tanto sbandierata dal Movimento 5 Stelle, pare sempre più remota di fronte al rischio di un lungo contenzioso legale. Si parla ora di mantenimento della concessione vincolato ad un impegno in investimenti, abbassamento di tariffe e piano di manutenzione della rete, oppure di rinnovo della concessione ad Atlantia ma in quanto azionista di minoranza, scavalcato dall’ingresso di Cassa depositi e prestiti e di una delle sue fondazioni, F2i, impegnata nel settore delle infrastrutture.

Per Alitalia sono tramontate le ipotesi di acquisizione sia con l’americana Delta che con la tedesca Lufthansa (a sua volta in corso di salvataggio dallo Stato tedesco). L’epidemia ha infatti reso quasi certo il ritorno della compagnia aerea nelle mani dello Stato. Dopo i 12 miliardi già bruciati e tre anni di amministrazione straordinaria, ora il governo dovrebbe affidarla a una newco con un capitale iniziale di 3 miliardi sotto la gestione del Ministero dell’economia e delle finanze, o di una sua controllata.

Nel caso dell’Ilva, ArcelorMittal, che di fronte alla crisi del settore e alla cancellazione dello scudo penale aveva dichiarato di lasciare lo stabilimento di Taranto, in un incontro con il governo tenutosi a inizio giugno ha presentato il piano industriale 2020-2025 che prevede 3.200 licenziamenti, a cui se ne aggiungono altri 1.600 dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria, la riduzione della produzione annua di acciaio da 8 a 6 milioni di tonnellate e il rinvio degli investimenti per l’ammodernamento dell’altoforno 5, il più grande d’Europa, spento dal 2015.

La multinazionale rinnega quindi l’accordo dello scorso marzo raggiunto con il governo. Come nei casi precedenti, anche per l’ex Ilva lo strumento scelto per l’intervento dello Stato è quello di Cassa depositi e prestiti e dell’individuazione di una nuova società.

Il risparmio di molti per il profitto di pochi

Salta agli occhi l’utilizzo di Cdp, di cui il governo si avvale come strumento di emergenza per evitare il fallimento delle società. Cdp è una società controllata dallo Stato il cui capitale è nella stragrande maggioranza pubblico essendo strettamente legato ai risparmi depositati in Poste italiane. Tuttavia questi interventi sono concepiti esclusivamente in una logica di salvataggio a breve. L’obiettivo rimane sempre quello di rimettere il controllo delle aziende in mano ai privati.

Su questo punto sarebbe dovere del sindacato alzare le barricate e fare una battaglia a morte: se le aziende devono stare in piedi con i soldi pubblici, allora i padroni se ne devono andare. Devono essere espropriate, e la produzione deve essere mantenuta, o se necessario riconvertita, sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

Ma dai dirigenti della Cgil sentiamo solo balbettii patetici. La segretaria della Fiom Cgil afferma che nell’Ilva lo Stato “non può farcela da solo” e che bisogna cercare un nuovo padrone privato. Maurizio Landini da parte sua dichiara che “il problema non è pubblico e privato a prescindere. È un modo vecchio di guardare le cose e un po’ ideologico. Il problema è quello che si fa”. Una posizione vicina a quella di Confindustria, che chiede che lo Stato metta i soldi e poi si tolga di mezzo.

Questa crisi non toccherà solo i casi noti appena citati. Ci saranno migliaia di aziende medio-piccole, non solo industriali, che verranno falciate dal crollo dei mercati. Se non vogliamo vedere il patrimonio produttivo spazzato via, la risposta può essere solo una: proprietà pubblica e gestione dei lavoratori. Allora sì i fondi di Cdp e le altre risorse pubbliche potrebbero servire, non per foraggiare i padroni, ma per sostenere i progetti produttivi, per la riduzione dell’orario di lavoro, le riconversioni ambientali, la ricerca, a beneficio di tutta la collettività.

Esistono nel mondo centinaia di esempi di aziende occupate, in America Latina ma non solo, che testimoniano che i lavoratori possono portare avanti la produzione senza padroni.

In marzo, di fronte all’emergenza sanitaria, decine di migliaia di lavoratori hanno scioperato per affermare la loro volontà di controllare quando e come le aziende dovessero chiudere o riaprire. Di fronte alla crisi economica che precipita, a questa lotta si aggiungerà quella decisiva su “cosa, come e per chi” produrre.

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