25 gennaio 2016

Movimento 5 stelle – L’unica alternativa a Renzi?

Rumoroso e mediatico, il Movimento Cinque Stelle (M5S) è dato in ascesa elettorale, a un soffio dal PD. La critica al decreto salva-banche del governo Renzi e la mozione di sfiducia contro il ministro Boschi hanno riconfermato a livello di massa l’illusione che quella sia l’unica forza politica votabile da chi vuole opporsi allo stato di cose presente. L’accordo col PD sull’elezione dei tre giudici della Corte Costituzionale, tra i quali uno è stato indicato dai pentastellati senza consultazione del web, porta alcuni “puristi” grillini a denunciare una svendita dei principi del movimento e ad allontanarsi, come nel caso dell’accademico Paolo Becchi, ma non è certo tale da frenare la crescita elettorale del M5S od appannarne l’immagine radicale. A presidio di quell’immagine, peraltro, continuano a sommarsi le dichiarazioni di Di Battista contro l’amministrazione PD di Roma, le comparsate di Dario Fo all’assemblea nazionale del M5S tenutasi ad Imola in ottobre ed anche le interrogazioni parlamentari e le riunioni pubbliche in accordo con diversi sindacati extra-confederali, USB in primis. Tutto come sempre, allora? Non proprio.

L’avanzata dei “responsabili”

La precipitazione della situazione politica a Roma con le dimissioni di Marino consegna al M5S la possibilità di vincere, al ballottaggio, le prossime elezioni nella capitale. Anche grazie al ballottaggio previsto dalla nuova legge elettorale, non è più da escludersi che ciò possa replicarsi su scala nazionale alle prossime elezioni. Casaleggio è intervenuto a più riprese per sottolineare che il M5S deve porsi l’obiettivo di governare l’Italia. Intervistato dal Corriere della Sera (24-12-2015), Casaleggio ha mostrato il volto “responsabile” e ribadito la priorità di abbassare le tasse per le imprese; l’intervistatore, per nulla ostile, ha per parte sua rilevato favorevolmente che “al Nord il Movimento presenta nuovi volti – bocconiani, pragmatici, vicini alle imprese : sta puntando senza snaturarsi ad attrarre i moderati indecisi?”. Cinque giorni dopo, il M5S ha ricevuto misurati ma significativi elogi dal quotidiano di punta del capitalismo, il Financial Times. In un’intervista al vice-presidente della Camera grillino, Luigi Di Maio, il quotidiano britannico ha invitato a prendere sul serio il M5S: “Il populista Movimento 5 Stelle, esploso nella politica italiana durante la crisi finanziaria, è stato definito dalla proteste senza compromessi e dalla figura chiassosa del suo leader Beppe Grillo. Il M5S sta però tentando di cambiare la sua immagine di partito tra i più eccentrici, a tratti clownesco” (Financial Times, 29 dicembre 2015). Di Maio si è rapidamente messo nei panni dello “statista” ed ha provato ad essere rassicurante: niente uscita dalla Nato, silenzio sull’idea di Grillo di referendum per l’uscita dall’Euro e tante parole mielose (“All’inizio c’era l’idea che il nostro fosse un movimento di sola protesta, ma ora non è più così”, “il Movimento non è una tossina populista, ma un antidoto”). Insomma, la classe dominante, italiana e non solo, inizia a stabilire relazioni più strette e meno conflittuali col M5S e coi suoi dirigenti più in ascesa, tutt’altro che infastiditi da queste attenzioni. Se è vero che il PD di Renzi è attualmente la soluzione ottimale per il padronato italiano, questi “abboccamenti” sono comunque funzionali a preparare il terreno per un eventuale futuro “piano B”.

Quale traiettoria?

A Roma, il M5S è ora incartato nei suoi farraginosi procedimenti di definizione del candidato, inclusa la manageriale valutazione del curriculum dei numerosi candidati, ma ciò non toglie che mantiene grandi possibilità di concentrare su di sé gran parte del voto di protesta. La campana martellante del PD sulle dimissioni del sindaco grillino di Quarto, travolta dagli scandali ed espulsa dal M5S, non frenerà neanch’essa le attuali tendenze elettorali, non da ultimo per l’ipocrisia rivoltante della renzianissima Unità, piuttosto reticente nel dettagliare con altrettanta passione la lunga serie di casi di malversazioni e corruzione che coinvolge dirigenti di quel partito. È altresì da osservare che la forma organizzativa liquida, l’interclassismo ideologico e la credenza dogmatica nelle virtù del web nella selezione dei candidati hanno favorito l’organizzazione di una cordata criminale all’interno del movimento. Quello che è accaduto a Quarto potrebbe infatti ripetersi ovunque in Italia, ovviamente coi più svariati gradi di intensità e peculiarità.

Le prime significative esperienze di governo a livello locale hanno già prodotto esiti disastrosi. A Parma il sindaco grillino Pizzarotti non ha toccato l’inceneritore, malgrado le promesse in campagna elettorale, ed ha appaltato e privatizzato servizi sociali comunali a passo di carica, sprezzante delle proteste dei lavoratori e degli utenti; stessa musica a Pomezia, dove il sindaco ha persino utilizzato la polizia contro i lavoratori in lotta. A Gela, invece, il sindaco grillino Messinese è stato espulso in seguito ad accuse sul mancato versamento al movimento delle sue quote di istituzionale.

Una volta giunto nelle stanze dei bottoni il M5S svela la sua incapacità di risolvere i problemi fondamentali di coloro che l’hanno votato, dall’occupazione ai servizi sociali, dalla scuola alle tasse. La sua politica infatti non mette in discussione il sistema capitalista ma intende solo riformarlo, sognando di tornare ai tempi (se mai siano esistiti) dove la piccola e la media imprenditoria era protagonista. Un vano proposito in un mondo dominato dalle multinazionali,

A sinistra, talvolta registriamo un certo scoramento nel constatare che gli insuccessi locali dei grillini o le loro baruffe con tanto di espulsioni e mini-scissioni non producono un tracollo del M5S. Tuttavia, in una situazione di protratta assenza di una credibile alternativa di classe con basi di massa, l’enorme accumulo di rabbia sociale che cova nel paese identifica facilmente nel voto al M5S la sola opzione possibile.

Al di fuori di una prova diretta al governo nazionale dei pentastellati, soltanto un movimento di massa della classe lavoratrice o della gioventù, con caratteristiche politiche dirompenti, potrà nei prossimi anni chiarire a milioni di persone la natura piccolo-borghese e l’impotenza del programma del M5S davanti alla più profonda crisi capitalista mondiale dagli anni ’30 del XX secolo. Intanto, il Direttorio grillino inizia a frequentare con un ritmo rispettabile i “salotti buoni” della classe dominante.

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