Morte e distruzione nell’Amazzonia di Bolsonaro

Nell’ultimo mese l’Amazzonia è stata al centro delle attenzioni del governo Bolsonaro. Dopo un lungo braccio di ferro che è terminato con le dimissioni del fisico Ricardo Galvão dalla direzione dell’Istituto Nazionale delle Ricerche Spaziali (Inpe), l’aspirante Bonaparte adesso parla a sproposito della preservazione del territorio con alcuni dei Paesi più ricchi di Europa.

Il conflitto è cominciato quando l’Inpe ha divulgato il risultato della percentuale annuale di deforestazione, indicando un aumento del 40% in relazione al periodo precedente. Tali cifre sono cresciute in maniera superiore alla media soprattutto a partire dal mese di maggio. A luglio 2019 c’è stata la peggiore perdita possibile di vegetazione in un solo mese a partire dal 2015, con una percentuale di deforestazione del 212% maggiore di quella del luglio 2017.

Incapace di offrire una difesa plausibile, Bolsonaro ha accusato l’Inpe di divulgare dati falsi e ha affermato che i “veri dati” sarebbero stati presentati in futuro. Ciò non è mai accaduto. In risposta alle politiche del governo, Germania e Norvegia hanno sospeso le loro donazioni al Fondo Amazzonia, una delle principali fonti di finanziamento dell’Ibama (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili) e degli organi statali ambientali dell’area dell’Amazzonia Legale e di altri cinque stati brasiliani.

Messo alle strette, Bolsonaro ricomincia a rifugiarsi nella retorica nazionalista e nella difesa della “sovranità dell’Amazzonia”. Tuttavia, il suo progetto per questa regione è quello dell’apertura allo sfruttamento minerario così come a quello del legno e del petrolio ad opera delle multinazionali. Al di là di questo, il presidente sembra inoltre aver dimenticato di allineare la sua posizione con quella del suo Ministro dell’Ambiente. In un dibattito con Ricardo Galvão nel programma Painel della GloboNews, il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha criticato il discorso “nazionalista” dello scienziato e ha difeso l’utilizzo di un sistema straniero per il monitoraggio dell’Amazzonia, visto che quello dell’Inpe non sarebbe aggiornato.

La verità è che Bolsonaro non è capace di offrire ai popoli che vivono e dipendono dall’Amazzonia nulla al di là della morte e della distruzione; in altre parole, la barbarie capitalista. Basta osservare chi sono i finanziatori della campagna dei suoi ministri per comprendere che, al di là delle scuse patetiche del Presidente ci sono degli interessi commerciali molto definiti.

Non bisogna nutrire nessun tipo di illusione sulla capacità di qualsiasi governo capitalista di proteggere il territorio. Perfino nei governi “progressisti” di Lula e Dilma, il conflitto che collocò indigeni, residenti e contadini contro i cercatori d’oro illegali (garimpeiros), commercianti di legname e i latifondisti con i loro scagnozzi, portò alla morte decine di capi indigeni e distrusse comunità intere.

La costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, realizzata a tutti i costi e contro tutti, dal governo Dilma, gettò popolazioni intere nella miseria e condannò all’accattonaggio, alla prostituzione e alla marginalità popoli che prima erano capaci di vivere autonomamente nella foresta. Lo stesso Noruega, responsabile del 98% dei beni de Fondo Amazzonia, è uno dei principali azionisti dell’impresa mineraria Hydro Alunorte, la quale aveva un canale clandestino per disperdere residui tossici nelle sorgenti di Barcarena, città dello stato del Pará.

L’agroalimentare, il principale responsabile della deforestazione dell’Amazzonia per disporre di pascoli e aree pianificabili, ha avuto il suo massimo rafforzamento durante i governi di Lula. Contrariamente a ciò che l’industria piace pubblicizzare, la maggior parte di ciò che viene prodotto nelle grandi proprietà non è il cibo, ma materie prime come mais e soia che vanno direttamente al mercato internazionale. I governi del PT hanno concesso grandi concessioni a questi gruppi nella loro ossessiva ricerca del surplus primario, la cui unica funzione è stata quella di pagare gli interessi sul debito pubblico.

Il risultato di ciò è la concentrazione in Amazzonia del 56% dei conflitti agrari registrati in Brasile, secondo la Commissione Pastorale della Terra (CPT). La ricerca condotta dal Quaderno dei Conflitti agrari pubblicata dalla CPT, mostra come ci siano stati 24 omicidi, 17 tentati omicidi e 121 minacce di morte legate al conflitto nelle campagne. I numeri sono del 2018, ma con l’attuale politica di Bolsonaro, la tendenza è che essi crescano ulteriormente quest’anno.

La scienza ha già dimostrato che la ricchezza amazzonica è infinitamente maggiore se la foresta viene mantenuta in vita. Ma uno sfruttamento razionale di queste risorse è possibile solo in un’economia controllata dai lavoratori e non dalle multinazionali che traggono profitto molto più rapidamente dalla loro distruzione. È necessario lottare contro la radice della violenza a cui sono sottoposti i lavoratori, i contadini e le popolazioni oppresse dell’Amazzonia. Dobbiamo combattere contro il capitalismo.

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