9 maggio 2018

Monfalcone – Non chiamatela fatalità, chiamatela strage!

Un altra vittima del profitto, un altro operaio morto sul lavoro.
Questa mattina ai cantieri di Monfalcone un giovanissimo operaio di 19 anni è rimasto schiacciato da un blocco di cemento di 700 kg. Immediato lo sciopero di tutte le maestranze del cantiere. Una vittima del capitale che segue di nemmeno 24 ore un altro incidente mortale avvenuto a Fagagna, vittima un operaio schiacciato da un muletto. Esattamente quel tipo di mezzo che, mesi fa, si è scoperto essere usato da uno studente in alternanza scuola-lavoro a La Spezia.
Questi non sono solo tragici incidenti. Come sempre sono omicidi che hanno un unico mandante: il profitto, la necessità di capitalizzare tutto e subito, di trasformare in capitale e in dividendi il sudore ed il sangue dei lavoratori, di non lasciarsi sfuggire l’occasione di questa fantomatica “ripresa economica”.

E’ appena di ieri infatti la notizia che la Fincantieri ha registrato un utile in aumento dell’11% dopo aver chiuso un anno record di produzione e ricavi (vedi il Piccolo on line dell’8/11/18 e 27/3/18).
L’a.d Bono esultava: “La crisi è alle spalle, attraversiamo un momento epocale“.
Ma per i lavoratori, evidentemente non c’è niente da esultare. Maggiore produzione significa maggiore sfruttamento e l’aumento dei ritmi, i tagli alle pause mensa, la ricattabilità e precarietà che costantemente si vivono nel settore degli appalti e dei sub appalti sono strumenti necessari per permettere a Bono e ai suoi azionisti di continuare ad arricchirsi.
E questo è esattamente ciò che abbiamo visto in tutti i settori produttivi nonostante (o forse proprio grazie) la crisi: sono centinaia i morti sul lavoro dall’inizio dell’anno nel nostro paese, oltre 13.000 negli ultimi 10 anni.
Questa non si chiama fatalità, si chiama strage!

La Fincantieri ha le mani sporche non solo del sangue dei suoi lavoratori. Con l’accordo che si apprestano a stringere con la STX francese, la Fincantieri si macchierà del sangue dei popoli africani e mediorientali vittime dell’imperialismo francese che ha scelto proprio l’azienda italiana (che onore!) per produrre le sue navi da guerra.
Esprimendo massima solidarietà alla famiglia dell’operaio deceduto, ai suoi colleghi e a tutti i lavoratori e lavoratrici del cantiere e dell’indotto, ribadiamo l’idea che per fermare questa strage, sui posti di lavoro e tra i popoli oppressi, serve la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, l’espropriazione dei grandi gruppi industriali ed il controllo operaio sulla produzione.

Oggi si è tragicamente palesata la distanza che divide gli interessi della classe operaia da quelli dei padroni. La sinistra che non coglie la portata storica e le implicazioni rivoluzionarie di questa palese verità, dopo essersi stracciata le vesti davanti agli “operai che votano Lega Nord” (come è successo per il comune di Monfalcone e alle recenti regionali in FVG) sarà destinata ad essere spazzata via, assieme a questi assassini in giacca e cravatta, dalla rabbia di classe che presto o tardi esploderà in questo paese.

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