5 Giugno 2020

Mettere al centro il controllo dei lavoratori!

La difesa delle condizioni di salute dei lavoratori ha posto in primo piano la questione del controllo sulle condizioni di lavoro e di chi deve decidere al riguardo nelle aziende. Abbiamo sentito mille volte in questa crisi i dirigenti della Cgil dire “spetta al governo decidere le riaperture”, “sono loro a decidere il quando, noi possiamo solo discutere il come”.

Si tratta di un’abdicazione di responsabilità grave, che parte dall’idea stessa di società che hanno in testa le burocrazie sindacali, che immaginano un modello di cogestione tra le classi lavoratrici e quelle datoriali.

Sentiamo Landini: “Una nuova contrattazione collettiva come strumento per disegnare un modello nel quale imprese e lavoratori abbiano pari dignità. Dobbiamo immaginare un modello nel quale chi lavora possa partecipare e dire la sua sulle decisioni che lo riguardano e definiscono le future strategie.”

Detto in altri termini si tratta di un modello di collaborazione di classe, che nei fatti subordina i lavoratori agli obiettivi del grande capitale.

Il modello che proponiamo noi è di tutt’altro tipo: è conflittuale, è alternativo (non collaborativo) a quello padronale e si basa sul controllo operaio della produzione, della distribuzione e della gestione di ogni aspetto della società che riguarda la vita e la sicurezza delle persone. Una forma di contropotere, che prevede la partecipazione dei lavoratori e degli strati più poveri della società e che si basa sui consigli nei luoghi di lavoro e le assemblee popolari organizzate a livello territoriale.

La questione del controllo dei produttori, vale a dire dei lavoratori, sull’economia e sulla produzione, attiene direttamente alla messa in discussione della proprietà privata dei mezzi di produzione, delle banche, delle compagnie finanziarie e assicurative, delle imprese strategiche, della logistica e dell’energia.

Controllo operaio e nazionalizzazione dei mezzi di produzione devono andare di pari passo, uno senza l’altro finiscono per perdere di significato e alla lunga vengono assorbiti dal capitale.

Naturalmente i lavoratori non possono prendere d’incanto il controllo dei mezzi di produzione e della finanza, devono passare per tutta una fase di lotta preparatoria in cui mettono in discussione le decisioni che vengono dall’alto opponendo la loro alternativa.

Una burocrazia sindacale screditata

I sindacati sono nati per organizzare le lotte, ma nel corso degli anni si sono adattati al sistema, si è sviluppato una tendenza degli apparati a fondersi con l’apparato dello Stato. Il leitmotiv non è stata più la lotta di classe ma l’accomodamento, la concertazione e si è formata una burocrazia sempre più distante dalle esigenze dei lavoratori. Per restare solo agli anni recenti, pensiamo al 2011 quando di fronte alla legge Fornero, la peggior controriforma pensionistica dai tempi della Riforma Dini, le burocrazie sindacali hanno messo in campo solo un patetico sciopero rituale di 3 ore, disatteso ovviamente dai lavoratori che si aspettavano ben altra mobilitazione.

Questi ultimi dieci anni di apatia sindacale, sono stati però spezzati dalle lotte spontanee del marzo 2020, che si riallacciano alle migliori tradizioni dei movimenti autoconvocati. Si tratta di un punto di rottura fondamentale, che apre uno scontro frontale col padronato nei luoghi di lavoro e nella società.

La Confindustria di Bonomi risponde facendosi partito e scende in campo con una linea dura minacciando i contratti nazionali, esigendo con arroganza che tutti si subordinino alle esigenze padronali.

Di fronte a questi segnali allarmanti, la direzione della Cgil non solo non reagisce, ma collabora, sostiene il governo in tutto e per tutto e si accoda alle richieste di Fca e Confindustria, limitandosi a chiedere più partecipazione per loro stessi ai tavoli decisionali.

Ciò nonostante, siamo assolutamente convinti che la classe lavoratrice reagirà con forza, spirito combattivo e creatività, travolgendo la passività dei dirigenti sindacali. Le migliori tradizioni del movimento operaio italiano torneranno in auge.

Controllo operaio e nazionalizzazioni

Nelle epoche di crisi profonda, l’iniziativa di nazionalizzare spesso viene dalla classe dominante stessa, che auspica un intervento dello Stato a coprire le perdite di grandi aziende o banche private per risanarle e poi rimetterle sul mercato, in una classica operazione di socializzazione delle perdite per continuare a privatizzare i profitti. Oggi la Confindustria di Bonomi chiede addirittura di “saltare” questo passaggio, con la richiesta allo Stato di fornire una quantità ingente di finanziamenti pubblici a fondo perduto: il mondo dei balocchi per i padroni, e a pagare saremmo noi. Quando erano loro a fare superprofitti con lo sfruttamento sfrenato dei lavoratori, di certo non hanno socializzato un bel niente!

A differenza del passato, neanche le organizzazioni dei lavoratori rivendicano oggi le nazionalizzazioni, appoggiando invece una politica di sostegno illimitato alle aziende a fondo perduto. È la linea che sta difendendo la Cgil di Landini. Addirittura il responsabile settore auto della Fiom, De Palma, si spinge a dire che se lo Stato finanzia la Fiat può essere un modo per entrare nel Consiglio di Amministrazione e discutere la strategia industriale dell’azienda. Una posizione che farà sorridere amaramente migliaia di operai del gruppo Fca, non solo in Italia, ma anche negli Usa, in Serbia, Polonia, India, Brasile, Argentina, ecc. che conoscono fin troppo bene che tipo di “pari dignità” può concepire la società guidata da John Elkann all’interno dei propri stabilimenti. Gli operai sono concreti e sanno distinguere la differenza tra le fiabe e la realtà.

Ciò nonostante la questione delle nazionalizzazioni si imporrà nei fatti e su scala internazionale perché è un rimedio che hanno le borghesie mondiali per salvare il capitalismo in crisi. Si tratta naturalmente di nazionalizzazioni borghesi, sarebbe più corretto dire di salvataggi a spese della comunità.

In Italia l’ultima volta che è divampata una discussione generale sulle nazionalizzazioni è stato attorno all’esplosione della crisi all’Ilva di Taranto e al crollo del ponte Morandi.

La richiesta di nazionalizzare Ilva e Autostrade è stata portata avanti in maniera fugace e anche allora ci si è limitati ad evocare un generico controllo pubblico.

Il nostro concetto di nazionalizzazioni è completamente diverso e implica l’espropriazione delle aziende sotto il controllo democratico dei lavoratori e senza indennizzo.

A questo proposito, il tenore penoso del dibattito riguardo alla revoca delle concessioni ad Autostrade, con la richiesta di risarcire un’azienda che ha lucrato per anni alle spalle della sicurezza di milioni di cittadini, dimostra che solo il movimento operaio, all’interno di un programma più generale di trasformazione della società, può portare seriamente avanti questa rivendicazione.

L’attuale emergenza sanitaria ha poi fatto riemergere l’argomento della completa rinazionalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale che, in Italia, ha vissuto trent’anni di progressivo smantellamento e distruzione, fino ad essere completamente travolto dall’attuale pandemia. La gestione del Sistema Sanitario Nazionale, e di tutti i servizi pubblici essenziali, dev’essere affidata ai lavoratori, affiancati dagli utenti in comitati unitari.

Gli scioperi di marzo e il loro significato

Durante “le giornate di marzo” contro l’arroganza di Confindustria, che voleva a tutti i costi tenere aperte le fabbriche provocando il disastro che abbiamo visto in Val Seriana, c’è stata, da parte dei lavoratori, una crescita della coscienza del ruolo che occupano nella società.

Questa esplosione spontanea di lotta, ha fatto emergere, soprattutto nei settori essenziali, la consapevolezza di come fosse necessario garantire il controllo dal basso dei dispositivi sanitari, dei metodi e delle procedure di lavoro.

Se in generale in una prima fase si è dedicata maggiore attenzione alla sicurezza sul lavoro e ai Dpi, in una seconda fase si è cercato di controllare il più possibile le attività produttive come mezzo per contrastare i trucchi delle aziende che rendevano essenziali produzioni che non lo erano affatto e per tentare di salvare aziende che dichiaravano esuberi.

Si è trattato di un fenomeno internazionale. Si pensi agli oltre 230 scioperi spontanei scoppiati negli Usa per imporre chiusure, sanificazioni, misure protettive, in un momento in cui il virus mieteva migliaia di morti, soprattutto tra i più poveri, e si facevano le fosse comuni nella città di New York.

Ogni volta che vediamo un fermento rivoluzionario, fin dai tempi della Comune di Parigi e della rivoluzione russa si formano in modo spontaneo degli organismi democratici della classe operaia, che assumono nomi diversi a seconda dei paesi: soviet, consigli, juntas, assemblee popolari. Organismi che nascono spontaneamente e con i quali i lavoratori tentano di imporre la loro volontà contro le scelte delle classi dominanti. I soviet, i consigli di fabbrica, non sono stati una prerogativa russa perché sono apparsi in ogni fermento rivoluzionario avvenuto nell’ultimo secolo, dalla rivoluzione russa a quella tedesca o ungherese, al Biennio rosso in Italia, e molti altri ancora.

Un esempio fondamentale fu l’esplosione di lotta di classe vissuta in Italia nell’Autunno Caldo del 1969, accompagnata dalla formazione di organismi di democrazia operaia, i consigli di fabbrica, nelle più importanti realtà industriali protagoniste di quel periodo.

In un volantino dei delegati di squadra delle Officine Ausiliarie di Mirafiori alla Fiat, scritto alla vigilia dell’Autunno caldo, si legge: “In tutte le squadre, in tutti i reparti, dobbiamo fare assemblee e nominare i delegati per usare la forza dello sciopero e dell’unità per modificare completamente le nostre condizioni di lavoro, esercitando il controllo operaio.

Numerose testimonianze attestano le enormi pressioni che il gruppo dirigente della Cgil esercitò a quel tempo sulla commissione operaia del Psiup, che era il partito più influente fra quei lavoratori, per bloccare i tentativi di coordinare i consigli di fabbrica a livello nazionale. Questa idea era una minaccia per le burocrazie sindacali, che avrebbero avuto un concorrente alla loro sinistra, ma anche per il sistema capitalista, perché costruire un coordinamento nazionale dei consigli di fabbrica significava costruire l’embrione di un potenziale stato dei lavoratori da opporre a quello dei capitalisti.

Questo dimostra che la costruzione di organismi democratici dei lavoratori (all’epoca i consigli di fabbrica) non solo non è in contrasto, ma necessita della presenza di quadri politici organizzati in un partito che abbia chiara la prospettiva del potere dei lavoratori, in assenza del quale alla lunga sono le pressioni burocratiche a prevalere.

Alla fine i compagni operai del Psiup, sottoposti a queste pressioni, abbassarono il tiro e i delegati operai finirono per limitare il controllo operaio alla singola fabbrica, seppure in forme molto conflittuali. I loro compiti erano quelli di trattare fino in fondo tutti i problemi della produzione e di non limitarsi a controllare un singolo aspetto ma intervenire in tutte le sue implicazioni. I vertici della Cgil, per evitare che i consigli di fabbrica finissero fuori controllo, nel 1971 li trasformarono nelle sezioni di base del sindacato confederale. Nascerà lì il famoso sindacato dei consigli.

Il ruolo degli Rsu e Rls

Questi passaggi non possono che richiamare alla mente la funzione che a causa dell’emergenza sanitaria stanno assumendo oggi gli Rls, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, che debbono controllare tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro.

Come gli Rls debbono intervenire in tutti gli aspetti del lavoro, così le Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) non possono limitarsi a ratificare se un’azienda abbia seguito o meno la normativa sanitaria o, peggio, a dare consigli o aggiungere dettagli su singole questioni.

Nella nostra proposta, Rls ed Rsu debbono avere la prima e ultima parola se l’organizzazione del lavoro risponde agli interessi dei lavoratori, come primo passo verso una nuova coscienza da parte di tutti i lavoratori di quello che deve essere il proprio ruolo, in fabbrica e nella società.

Viviamo un’epoca che ha smascherato il cinismo di questo sistema economico, in cui la classe dominante non è disposta a sacrificare un centesimo dei propri profitti per tutelare la sicurezza e la salute di milioni di lavoratori.

Lavoratori che hanno capito in queste settimane che il loro ruolo è “essenziale”, quello dei padroni no. È venuto il momento di dire che a decidere cosa, come, quanto e quando produrre debbono essere i lavoratori, attraverso appositi consigli eletti a livello d’azienda e poi a livello territoriale, fino al livello nazionale.

Sviluppare forme di controllo operaio, coordinarle e diffonderle, istituire consigli e comitati operai intesi non come una forma di rappresentanza fine a se stessa ma come organismi di lotta che si contrappongono al padrone in fabbrica e alla classe dominante nella società, eleggibili e revocabili in qualsiasi momento, sarà il modo migliore per sfidare il potere della classe dominante che parte dai profitti in ogni sua scelta e non certo dai bisogni della grande maggioranza della popolazione.

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