18 Febbraio 2022 Alessio Marconi

Mattarella-bis – La distanza siderale tra le istituzioni e il mondo reale

L’elezione del Presidente della Repubblica, prima carica dello Stato e garante dell’ordine costituzionale, ci viene spiegata a scuola come un alto momento istituzionale, con aulici discorsi e senso di responsabilità collettivo. 60 milioni di italiani lo ricorderanno invece come un teatro grottesco di intrighi, teatrini e grettezza. C’è chi si preoccupa che questo dia una brutta immagine delle istituzioni; tuttavia, proprio questa immagine è la più fedele che se ne possa dare.

L’idea che le istituzioni di questo sistema servano a rappresentare e attuare la volontà della maggioranza della popolazione non convince più neanche un bambino. L’attuale parlamento è stato eletto nel 2018 e da allora sono cambiati tre governi e altrettante maggioranze, in cui praticamente ogni partito si è alleato con il proprio nemico giurato del giorno prima. Il gruppo parlamentare più ampio, quello del Movimento 5 Stelle, aveva raccolto un ampio consenso proprio con la promessa di cambiare volto alla politica. Piuttosto si è adattato alla perfezione ai meccanismi del trasformismo ed è riuscito a governare con tutti i partiti a cui aveva dichiarato guerra in campagna elettorale.

Salvini si faceva eleggere con una retorica anti-establishment a tinte razziste, poi benediceva il governo del cambiamento con il M5S, poi lo faceva cadere con un’intervista in spiaggia per calcoli personali clamorosamente sbagliati, poi urlava all’opposizione, infine si atteggiava a persona rispettabile per finire risucchiato nel governo di unità nazionale. Il PD partiva con una stagione di opposizione frontale al M5S, per poi allearcisi appena avuta la possibilità, e infine per fare da garante del governo Draghi insieme pure alla Lega.

Per un anno la campagna lanciata dalla stampa “rispettabile” in Italia e nel mondo per il governo Draghi, salutato come la soluzione a tutti i mali, ha nascosto la crisi del sistema politico. Nascosto, ma non risolto. Anzi, il governo Draghi stesso, obbligando i partiti a seguire disciplinatamente gli ordini del presidente (e quindi della borghesia), e a portare avanti politiche man mano più impopolari, non poteva che preparare una crisi su un piano più elevato.

L’elezione del presidente della Repubblica ha esposto questa crisi. La ricerca disperata di una figura autorevole (cioè, affidabile per la classe dominante e che andasse bene a una ampia maggioranza) è fallita uno scrutinio dopo l’altro, fra schede bianche e nulle. Lo stesso Draghi ha fatto intendere che non avrebbe disdegnato salire al Quirinale, ma poi è rimasto inchiodato dai veti incrociati che minacciavano una crisi nella maggioranza di governo. Alla classe dominante sarebbe anche piaciuto vederlo Presidente, ma nel prossimo anno il governo deve far passare le riforme strutturali legate al PNRR e lì deve stare il suo uomo. Il centrodestra si è sgretolato sulla candidatura della presidente del Senato Casellati. C’è stata una manovra spregiudicata per proporre il capo dei servizi segreti Belloni con una maggioranza che tenesse dentro il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, ma Conte e Salvini non avevano neanche il controllo dei propri gruppi parlamentari e l’operazione è crollata prima di palesarsi. Uno spettacolo che al confronto ha fatto passare Berlusconi per un mostro di coerenza politica.

Alla fine, nella totale incapacità di trovare una soluzione, l’unica opzione è stata di chiedere a Mattarella un secondo mandato. E Mattarella, dopo aver ripetuto in lungo e in largo di non essere disponibile, ha prontamente accettato, scongiurando scenari peggiori. è una chiara manifestazione della debolezza e della mancanza di consenso a livello di massa di tutto il sistema politico: Draghi e Mattarella sono dovuti rimanere al loro posto, perché anche il minimo cambiamento avrebbe rischiato di far crollare tutta l’impalcatura arrugginita.

La partita del Quirinale lascia morti e feriti. La coalizione di centrodestra è stata dichiarata finita. La Meloni può godere della rendita di posizione di unica opposizione parlamentare al governo, mentre Salvini, dopo l’ennesima mossa suicida, ha dovuto riallinearsi. Le pressioni per spingere il partito verso il centro e fargli occupare lo spazio che fu di Forza Italia aumenteranno, ma non sarà un’operazione né semplice né indolore in termini elettorali.

Esce in condizioni peggiori il M5S, con una guerra civile fra Conte e Di Maio, aggravata dalla sentenza del tribunale di Napoli che azzera gli organismi del movimento. Uno scontro privo di basi politiche, “sulle poltrone” per dirla con la retorica grillina, come dimostra il fatto che i due nel giro di qualche settimana si sono scambiati le rispettive posizioni politiche. Tutto questo mentre si cerca un escamotage per forzare il limite dei due mandati, un tempo punto d’onore pentastellato. Sorride Renzi, che si vanta delle sue abilità nelle manovre di palazzo, ma che probabilmente è il politico più odiato d’Italia.

Queste discussioni sono uno spettacolo indegno, non c’è altro modo di descriverle. È un personale politico e istituzionale prono alle richieste della classe dominante, interessato solo alla proprie carriere, che vive su un altro pianeta rispetto a milioni di lavoratori, giovani, pensionati che in questi anni hanno subito gli effetti della pandemia, della disoccupazione, del precariato e oggi devono trovare il modo di arrivare a fine mese con un’inflazione che accelera.

Non è uno spettacolo solo italiano. Proprio in queste settimane il governo britannico di Boris Johnson è in crisi perché, mentre tutta la Gran Bretagna subiva le restrizioni per il Covid, il premier organizzava festini con cento invitati. Ma il distacco delle istituzioni dalla vita delle persone comuni va oltre i singoli scandali. Un sistema in crisi inevitabilmente produce politici mediocri, che ragionano solo nel breve termine e per il proprio tornaconto individuale, mentre disuguaglianze e ingiustizie crescono. Non è un’anomalia correggibile, come pensava il M5S delle origini, ma il sintomo della decadenza del capitalismo e delle sue istituzioni politiche. La totale mancanza di fiducia verso queste istituzioni è sentimento giustificato e corretto.

Solo una prospettiva rivoluzionaria, in cui giovani e lavoratori prendano nelle proprie mani la gestione diretta dell’economia e della società, potrà dare vita a una gestione sana e razionale e tagliare la testa a un sistema ormai in putrefazione.

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