Lottare contro i salari da fame!

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

 

I salari italiani sono crollati. Fermi da anni per la maggioranza dei lavoratori, si sono sfaldati nelle fasce più basse e svantaggiate (giovani, donne, lavoratori che si ricollocano dopo avere perso il lavoro), facendo dell’Italia uno dei paesi europei dove la povertà e le diseguaglianze sociali sono esplose ai livelli più alti.
Regolarmente si susseguono studi e ricerche che confermano una realtà che la gran parte dei lavoratori conosce per averla vissuta in prima persona o nella propria cerchia familiare.
Le cause principali sono ben note
1) Calo dei salari minimi reali e sfondamento verso il basso dei livelli contrattuali, attraverso appalti, esternalizzazioni, forme di precariato estremo (ad es. i riders) e di lavoro gratuito o semi gratuito (stages, alternanza scuola lavoro, ecc.).
2) Calo delle ore lavorate annue (part time involontario, lavoro intermittente con contratti a termine).
3) Concentrazione della domanda di lavoro nei settori meno qualificati e a paghe più basse.
Secondo l’International Labour Organization, i salari reali in Italia sono calati del 5% circa dal 2008 al 2017. Ma la media ancora non dice tutto: i salari italiani calano, ma si allarga anche la distanza al loro interno.
Uno studio del Cnel segnala come anche la “ripresa” economica seguita al crollo del 2008-2010 abbia visto crescere l’incidenza del “lavoro povero”, che viene pagato (secondo la definizione della ricerca) non più di due terzi del salario mediano.
Considerando il salario orario, il lavoro povero riguardava 2.866.000 lavoratori nel 2007, e 3.023.000 nel 2015, ossia il 17,9 dei dipendenti del settore privato. Ma considerando il reddito lordo mensile e quello annuale, che tengono quindi conto delle effettive ore lavorate nell’anno e dell’insieme del reddito percepito, le percentuali esplodono, fino a indicare 5.347.000 lavoratori poveri nel 2015, il 31,1 per cento, con un aumento di oltre un terzo.
La nuova occupazione creata nel 2011-2016 si è concentrata nel 20% di retribuzioni basse (circa 490mila unità in più) e medio-basse (+220mila), è crollata nella fascia dei salari medi, poco più che stabile in quelli medio alti, mentre il 20% meglio retribuito cresce di circa 150mila.
In altre parole: manager, dirigenti e quadri e una minoranza di lavoratori con redditi alti non sentono la crisi, il settore dei famosi“lavoratori garantiti” viene pesantemente eroso, e chi trova il lavoro lo trova soprattutto nei settori a supersfruttamento intensivo.
Quando in Parlamento si iniziò a discutere del reddito di cittadinanza, il rappresentante di Confindustria dichiarò senza peli sulla lingua che i 780 euro di soglia prevista erano troppi, considerato che “in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese: 910 al Nord (820 per i non laureati) e 740 al Sud (700 per i non laureati).”

Questi dati certificano non solo la crisi del capitalismo italiano, ma anche il fallimento della strategia sindacale, che in questi anni non ha saputo neppure abbozzare una strategia di difesa dei salari, per non parlare di un loro miglioramento.
Ancora oggi i principali sindacati, e la Cgil in modo particolare, cercano di spacciare l’idea che i salari si possano aumentare con la politica fiscale, i famosi 20 euro di irpef che andrebbero ad aggiungersi agli 80 euro elargiti da Renzi nel 2015.
Ora, che in Italia i lavoratori paghino troppe tasse, dirette e indirette, e i padroni e le imprese ne paghino sempre di meno, è cosa pacifica e risaputa. Come è risaputo che tutti i governi degli ultimi decenni, di qualsiasi colore politico, hanno contribuito ad aggravare questa ingiustizia fiscale.
Ma il gioco delle tre carte del governo, che con una mano offre 20 euro (festa grande!) per poi con l’altra mano continuare a tagliare su scuola, sanità, servizi pubblici, non può ingannare nessuno e non risolverà niente.
Aumentare i salari significa che i soldi invece di ingrassare i profitti vanno in tasca al lavoratore. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Al momento sono scaduti, secondo il Cnel, contratti riguardanti 11 milioni di lavoratori, comprendenti pressoché tutte le categorie più importanti sia nel settore privato che in quello pubblico, ma per il momento i dirigenti della Cgil dormono sonni profondi. Non c’è traccia di una vera mobilitazione, e neppure di uno straccio di strategia comune. In alcune categorie importanti (metalmeccanici su tutti) sono state avanzate richieste salariali importanti, ma una volta approvate le piattaforme, tutto tace. Di fronte ai 153 euro richiesti per i metalmeccanici, Federmeccanica si dichiara disposta a concederne 52. Risposte sindacali? Silenzio di tomba.
Peggio ancora per categorie come il commercio, dove ancora non sono state presentate delle piattaforme, o la logistica, dove si conduce una trattativa senza neppure avere avanzato una richiesta economica precisa.

Per anni i sindacati hanno sposato la tesi che la ricchezza prodotta si sarebbe meglio redistribuita con la contrattazione aziendale. Peccato che tutte le ricerche, in primo luogo quelle condotte sistematicamente dalla stessa Fiom, dimostrino come l’indebolimento del contratto nazionale non abbia né esteso significativamente la contrattazione aziendale, né abbia alzato i salari in maniera significativa.
I padroni ora diranno che l’economia è di nuovo in crisi e non si possono permettere aumenti. Ma per loro non è mai il momento di aprire la borsa: se le cose vanno male, piangono miseria; quando invece c’è ripresa dicono che gli aumenti salariali la metterebbero in pericolo. La verità è che i frutti della ripresa se li sono intascati tutti loro, come dimostra uno studio della fondazione Sabbatini “Nel periodo 2015/18, la crescita degli utili è stata di quasi il 40%, quella dei salari è stata di poco più del 5% e di conseguenza è cambiata l’incidenza sia degli utili che dei salari sul valore aggiunto, cioè sulla ricchezza generata dalle aziende.
L’indagine mostra anche come questa ricchezza non si stata neppure utilizzata per investimenti, ma sia stata prevalentemente assorbita dagli utili” (il Sole 24 ore, 19 dicembre).
A questa corsa verso il peggio non ci sarà mai fine se non si organizza una risposta di massa e di lotta. Dobbiamo farci sentire nelle aziende e nella Cgil, suonare la sveglia a questi dirigenti sindacali e costringerli a organizzare una vera mobilitazione che abbia al suo centro la conquista di un salario decente per tutti i lavoratori e per prendere quello che ci spetta della ricchezza prodotta in questi anni.
È una questione di sopravvivenza e anche una leva fondamentale per lottare per tutti i diritti che sono sempre più calpestati nei luoghi di lavoro, dalla sicurezza alle condizioni di lavoro e al rispetto della dignità dei lavoratori.

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