Lotta contro Trump, lotta contro il capitalismo

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Si può dire tutto di Donald Trump, ma non che ami temporeggiare. Le sue prime due settimane alla Casa bianca sono state straordinarie. Attraverso una serie di ordini esecutivi, vale a dire provvedimenti immediati che non hanno bisogno dell’approvazione del Congresso, ha reso concreti i cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Il “Muslim ban”, e la costruzione del muro con il Messico, il blocco al Tpp, la fine dell’Obamacare e il taglio dei fondi all’aborto, il blocco delle assunzioni pubbliche e gli accordi con le multinazionali dell’auto e del petrolio, il via libera alla tortura.

Nel giro di due settimane, Donald Trump ha rivoltato come un calzino lo scenario politico americano e internazionale. La direzione che vuole imporre è un distillato della reazione più disgustosa. Lo slogan “Make America great again” (rendiamo grande di nuovo l’America) si è rivelato in tutta la sua più cruda realtà. L’America, o meglio la borghesia degli Stati uniti, vuole tornare grande, ma a spese di tutti gli altri.

Il programma di Donald Trump è una dichiarazione di guerra economica, politica e sociale. Per portarla avanti, il presidente non esita ad entrare in guerra con pezzi dell’apparato dello stato, come la magistratura. Per ora ha vinto quest’ultima e il divieto all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani è stato sospeso. Tuttavia, Trump ha risposto che andrà avanti per la sua strada.

La politica di Trump è la conseguenza del declino della potenza americana e della crisi della classe dominante di questo paese. L’imprevedibilità del magnate non deve trarre in inganno: Trump è sceso in campo per salvare la borghesia americana, non per affossarla.

Sul terreno economico, vuole recuperare il terreno perso dagli Stati Uniti con una feroce politica protezionista, al grido di “compra americano”. Ha offerto un patto ai capitalisti: “vi libero da ogni restrizione ambientale e dei diritti dei lavoratori, non vi faccio pagare le tasse, basta che investite negli Usa”. Ford, General motors e Fca hanno accettato, ma l’opposizione dei capitalisti i cui affari sono interconnessi al mercato mondiale non si placherà facilmente.

Ai lavoratori americani ha offerto l’illusione che si creeranno posti di lavoro. Utilizza la politica del divide et impera: “lavoratore bianco, ti salverò io mandando al diavolo tutti gli altri”. In realtà i padroni americani non hanno alcuna intenzione di assumere e useranno la mano libera data dal presidente per aumentare ancora i loro profitti, in un solco già tracciato. Tra il 1990 e il 2016 la produzione manifatturiera è aumentata del 63 per cento, mentre l’occupazione è diminuita del 31%. Il “patto” con i lavoratori americani avrà dunque vita breve.

Sul versante internazionale, il Messico è stato il primo obiettivo. Il muro, lungo 3200 chilometri, che vuole Trump costruire (di difficile realizzazione) lo vuole far pagare ai messicani imponendo dazi del 20 per cento alle merci provenienti dal confine meridionale, per circa 10 miliardi all’anno. Si è immediatamente scatenata un’ondata di proteste in tutto il Messico.

Trump vuole ridisegnare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, mettendo in discussione tutti i trattati commerciali esistenti. Stracciato il Tpp, considera morto il Ttip e vuole rinegoziare il Nafta. “L’euro è un marco travestito con cui la Germania sfrutta Usa e Ue”, ha affermato un consigliere di Trump. L’attacco alla Germania (e alla Cina) è già iniziato. Le altre nazioni non staranno tuttavia a guardare. La guerra commerciale che ne conseguirà non avrà altro effetto che quello di una diminuzione del commercio mondiale già in calo e come conseguenza una contrazione dell’economia a livello mondiale.

La guerra di Trump è anche sul piano sociale. Nella sua furia conservatrice, attacca i diritti delle donne in maniera sostanziale. Con un tratto di penna ha cancellato 600milioni di dollari di finanziamenti ai consultori. Il primo regalo ai petrolieri, la riapertura di tutti gli oleodotti in costruzione come il Dakota Access, calpesta le lotte dei nativi americani. La stretta repressiva contro gli immigrati non riguarda solo quelli di origine musulmana: in una settimana ci sono stati 600 arresti di immigrati irregolari. “Sappiamo dove andare a prenderli” ha proclamato un funzionario del governo, rievocando pagine sinistre della storia. Il piano di Trump è di espellere dagli Stati Uniti tre milioni di persone. Curiosamente, nella lista degli indesiderati non ci sono i sauditi, alleati di ferro di Washington e con legami di affari con il neopresidente.

L’urgenza e la rapidità delle azioni del nuovo governo non sono il frutto della follia di un uomo: sono la risposta di una parte della classe dominante americana alla crisi del sistema. Un’altra parte osserva con preoccupazione e terrore le mosse della nuova amministrazione. Lo scontro tra i diversi settori dell’apparato dello stato a tutti i livelli (come abbiamo assistito negli ultimi giorni della campagna elettorale tra Cia e Fbi) non potranno che approfondirsi.

Spiegava Lenin che sovente una crisi rivoluzionaria comincia con una spaccatura ai vertici. Ed è precisamente quello che sta avvenendo negli Stati Uniti.

Il programma di Trump è estremamente reazionario e fra le fila del governo ci sono esponenti ultraconservatori, ma negli Stati uniti non siamo alla vigilia del fascismo. Non ci sono le basi per un appoggio di massa alle azioni di Trump, anzi queste stesse azioni porteranno a un’esplosione della lotta di classe di dimensioni mai viste.

Il suo primo mese di presidenza ha già avuto un effetto elettrizzante sulle lotte. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza ai quattro angoli degli Stati Uniti il giorno immediatamente successivo al suo insediamento. Almeno tre milioni di persone, l’1 per cento della popolazione degli Usa, hanno partecipato alla Women’s march, la marcia in difesa dei diritti delle donne, lo scorso 22 gennaio. All’annuncio del “Muslim ban” migliaia di persone hanno occupato spontaneamente i principali aeroporti degli States.

Quello che Trump mostra è il vero volto del capitalismo: il volto dell’odio verso le minoranze, verso gli oppressi. Nel capitalismo moderno, ciò significa verso la maggioranza della società: ricordiamo ad esempio che i latinos, sono circa 60 milioni, il 20 per cento della popolazione americana. La rivoluzione ha bisogno a volte della “frusta della controrivoluzione” diceva Marx. E negli Stati Uniti ciò è terribilmente vero.

Gli occhi dei lavoratori e dei giovani di tutto il pianeta sono sugli Stati Uniti. Non sfugge a nessuno che la vittoria o la sconfitta di Trump riguarda tutti noi: una sua sconfitta avrebbe un effetto galvanizzante sulla lotta di classe a livello internazionale. Ecco perché la lotta dei lavoratori e dei giovani americani è la nostra lotta.

Per vincere la classe lavoratrice in Usa deve contare solo sulle proprie forze. Non può fare affidamento sul Partito democratico, su Obama o su Sanders, che hanno fatto da apripista a Trump. Deve costruire un proprio partito, un partito di classe dotato di un programma rivoluzionario.

È un compito urgente che riguarda anche il movimento operaio e giovanile qui in Italia.

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