10 Febbraio 2020

“L’Olocausto rimosso” – I crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani

Con la legge 92/2004 il Parlamento italiano istituiva la “Giornata del ricordo”. Un’operazione apertamente revisionista, che mira a negare i crimini di guerra dell’Esercito italiano e del nazifascismo nei territori occupati dall’Italia prima e durante la Seconda guerra mondiale, nonchè il ruolo decisivo della Resistenza (italiana e jugoslava) nella liberazione dal giogo fascista e nazista.
Il Presidente Mattarella nel suo messaggio ufficiale di quest’anno parla addirittura di “sciagura nazionale” e tramuta la liberazione della Jugoslavia da parte dei partigiani in “occupazione dei comunisti jugoslavi”. A questa opera di propaganda che equipara fascismo e resistenza, si abbeverano la destra e le forze neofasciste.

Nell’opera di difesa della verità storica sono impegnati i compagni di Diecifebbraio.info, che hanno recuperato recentemente un libro prezioso di Michael Palumbo, “L’olocausto rimosso”, che da 28 anni si riteneva ormai perduto.
Ivan Serra in questo articolo ne illustra il contenuto. Sul nostro sito per la prima volta si potrà leggerne il prologo.

Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.

Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990,  mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).

Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997).  Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).

Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.

Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale  smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.

Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.

Come si lamentava Palumbo:  “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.

Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.

Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:

“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.

Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli.

L’articolo di Epoca

Una delle prime notizie di Palumbo in Italia la troviamo sul settimanale Epoca n.1940 del dicembre 1987. Qui il corrispondente da New York Romano Giachetti  e l’inviata Fiamma Nirenstein ci parlano degli “Archivi della discordia: Uno storico italoamericano accede per primo e avventurosamente ai dossier segreti dell’Onu. Le sue scoperte? I crimini degli italiani in guerra. I responsabili dell’Olocausto. Le coperture di americani e sovietici. E a proposito di Waldheim…”

Su Epoca n.1945 del 17 gennaio 1988 con il servizio “Genocidio all’italiana”, a partire da una polemica su fascismo e antifascismo provocata da un’intervista allo storico De Felice, si inizia a parlare di crimini di guerra perpetrati dall’esercito fascista, ma non di crimini contro l’umanità. Vengono presentati i risultati delle ricerche di Palumbo così come verranno poi tradotti nel documentario Fascist Legacy, già annunciato su questo numero di Epoca come in preparazione per la Bbc, tra i crimini fascisti in Africa ed Europa e il loro successivo occultamento per mano degli alleati angloamericani. Si veda anche questo articolo de L’Unità del 9 gennaio 1988: “Mai puniti i crimini fascisti“.

Su Epoca n.2042 del 26 novembre 1989 il rapporto esclusivo “Italiani criminali” riportava l’elenco di 724 presunti criminali, tra cui pochissimi i nomi noti, non comprendendo quelli dei principali responsabili, evidentemente presenti in dossier separati.

Nell’articolo di Romano Giacchetti, chiamato come il futuro libro “L’olocausto rimosso”,  si recensiva Fascist Legacy trasmesso da qualche settimana dalla Bbc e si ripercorreva la storia di Palumbo a partire dell’autunno 1979 quando fortunosamente per la prima volta ebbe accesso all’archivio dimenticato delle Nazioni Unite. Nessuno all’epoca ne volle sapere di quelle scoperte, eccetto gli inviati di Epoca e quelli della Bbc. Si dà conto anche del libro sui crimini di guerra che Palumbo “conta di portare a conclusione al più presto” dove “troverà posto anche un capitolo dedicato a una campagna che il suo esplosivo documentario, impiantato soprattutto su immagini etiopiche e jugoslave, non ha incluso: la campagna di Grecia”.  E sarà (forse) proprio il caso Ravalli ad impedire al libro di Palumbo di vedere la luce nel 1992. Nell’intervista a Palumbo su questo numero di Epoca si parla del milione di vittime da attribuire al regime fascista.

Ecco i dati come vengono riportati sul libro.

Il caso Ravalli 

Ecco le 50 righe, su un libro di oltre 300 pagine, che parlano del tenente Giovanni Ravalli (inizialmente qui chiamato Ravali):

“Il caso di Giovanni Ravalli chiarisce il complesso problema politico del processo dei fascisti italiani in Grecia. Ravalli aveva commesso atrocità estremamente gravi in Kastoria; dopo l’armistizio del settembre 1943, aveva mutato la propria identità e si era unito ai partigiani che combattevano i tedeschi . Egli fu comunque imprigionato non appena i partigiani vennero a conoscenza della sua identità e nel 1946 fu processato. Durante il processo Ravalli affermò che, dopo il settembre 1943, aveva contribuito alla causa degli Alleati e chiese al colonnello Woodhouse, rappresentante militare inglese in Grecia, di testimoniare sul suo comportamento. Il pubblico ministero greco lamentò che tale azione costituiva un’ingerenza nell’operato della giustizia greca. I comunisti affermavano che le vittime di Ravalli erano stati in gran parte membri del partito e si interessarono in modo particolare al caso: L’ambasciatore inglese ad Atene temeva che la comparsa d1 Woodhouse al processo sarebbe stata « travisata grossolanamente dalla stampa comunista , che avrebbe accusato gli inglesi di proteggere un noto massacratore
Il risultato finale fu che Woodhouse presentò una dichiarazione al processo Ravalli, che terminò con una sentenza di reclusione. Ravalli fu comunque uno dei pochissimi a ricevere una condanna per i reati di guerra compiuti dai fascisti in Africa e nei Balcani.
Accuse d i collaborazione e di insabbiamento si ripetevano a tal punto durante i processi in Grecia da costituire u n problema per il governo; nel febbraio 1948 il governo di Atene informò gli italiani che, intendendo mantenere buone relazioni diplomatiche, « avevano deciso d1 non fare più pressioni per ottenere la consegna dei criminali di guerra italiani ». Gli inglesi accettarono questo gesto come un segno d’intesa tra due membri della coalizione anticomunista.”

Nel già citato numero di Millenovecento si legge a proposito di Ravalli:
“Chiamato in causa all’inizio degli anni novanta dai reperimenti documentari di Palumbo, egli non ha negato le fucilazioni in massa, ma le ha riferite all’esecuzione degli ordini impartiti dal colonnello Venier, lui pure inserito nell’elenco dei criminali di guerra italiani e defunto da lungo tempo. Quanto alle accuse di torture e di stupri, Ravalli ne attribuì la responsabilità a un commilitone: il tenente Gaio Gradenigo, un nobile veneziano da tempo deceduto.”

Una delle fonti di Palumbo su Ravalli è il dossier greco in lingua francese “Les atrocités des quatre envahisseurs de la Grèce – Allemands, Italiens, Bulgares, Albanais” (Atene, 1946) citato anche da L’Unità del 2 dicembre 1989 in “ E in Grecia si sapeva da 40 anni” che riporta anche alcuni dei fatti criminosi addebitati a Ravalli senza però specificare il nome del presunto colpevole.

Un importante contributo alla definizione della figura di Ravalli lo fornisce il libro di Davide Conti “Gli uomini di Mussolini – Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana.” (Einaudi 2017).

Qui la storia del Tenente della Divisione Pinerolo di stanza nel distretto di Kastoria è raccontata con dovizia di particolari, dalla condanna a morte (eseguita invece per il bulgaro Antonio Kalcef comandante militare delle milizie guidate  “diplomaticamente” da Ravalli) al salvataggio per opera del governo italiano, alla successiva carriera diplomatica e politica, come prefetto di Palermo e Roma.  Di sicuro interesse per le implicazioni che ha comportato è che “già nel gennaio 1953 l’ex tenente della Divisione Pinerolo, condannato dal Tribunale di Atene per crimini di guerra e ritornato in Italia alla fine del  1950 solo al termine di una lunga trattativa diplomatica, venne individuato come il funzionario più adatto a essere incaricato di seguire, nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, la documentazione sui crimini di guerra commessi dai tedeschi.” Ricordiamo che fu solo nel novembre 2000 quando il giornalista Franco Giustolisi denunciò l’esistenza di un armadio, rinvenuto nel 1994 in un locale sede di organi giudiziari militari a Roma, nel quale erano stati occultati numerosi fascicoli relativi a crimini di guerra commessi dai nazifascisti durante l’occupazione sul territorio italiano: il tristemente famoso “armadio della vergogna”.

Furono il solo Ravalli o in misura maggiore “le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare” ad impedire l’uscita del libro? Sta di fatto che da allora di Michael Palumbo non se ne sentì più parlare.

Dopo aver pubblicato, tra gli altri, libri sul carattere imperiale di Israele (The Palestinian Catastrophe: The 1948 Expulsion of a People from Their Homeland, 1987 e Imperial Israel: The History of the Occupation of the West Bank and Gaza, 1990) e sul caso Waldheim (The Waldheim Files: Myth and Reality, 1988), non si hanno notizie di un libro sul genocidio dei nativi americani (The extermination of the american indians) annunciato in “Italiani suscettibili”, un articolo di Repubblica dell’ 11 novembre 1989 sul dibattito seguito alla visione di Fascist Legacy.

Nell’aprile 1992 la prima tiratura de “L’olocausto rimosso” era pronta per raggiungere le librerie ma fu probabilmemente mandata al macero.

Nel luglio dello stesso anno il regista Massimo Sani, all’epoca parte dell’organico degli autori e registi di Rai Uno, realizzò la versione italiana di Fascist Legacy e riportò a tal proposito: “Mi adoperai ininterrottamente per ottenerne la messa in onda, ma fu tutto inutile. Poi venni invitato a soprassedere, poiché il momento non era dei migliori e si potevano prospettare pericoli di querele. Successivamente vennero raccolte firme da intellettuali, storici, autori di Cinema e di TV. Ma non accadde nulla. E ciò a tutt’oggi”. Si vedano ad esempio l’articolo di Angelo Del Boca “La Rai trasmetta il film sui crimini di Mussolini” su L’Unità del 7 giugno 1994 e “Vergogne tricolori” su L’Unità del 21 novembre 2002.

Qualcos’altro è invece accaduto in questi 28 anni, e di senso radicalmente opposto. Ad esempio il 30 marzo del 2004 il Parlamento ha istituito il Giorno del Ricordo (Legge 30 marzo 2004, n. 92) quale solennità civile da tenersi ogni 10 febbraio al fine della conservazione della memoria “...della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra...” (nonché “delle più complesse vicende del confine orientale”).

Sandi Volk in “Truffe, fuffe e fascisti… i “premiati” del giorno del ricordo, un bilancio provvisorio” , a proposito di quanto accaduto con i riconoscimenti nei primi dieci anni di applicazione della legge, scrive che “le persone da ricordare non sono state scelte a caso, ma si è voluto ricordare un ben determinato tipo di persone: sono gli appartenenti alle formazioni fasciste o collaborazioniste, della RSI (anche la Guardia di Finanza e la Polizia erano “Repubblicane”) o messe in piedi dai nazisti, i rappresentanti politici del fascismo, tutti attivamente coinvolti nella lotta contro il movimento partigiano, italiano o jugoslavo che fosse.”

Stiamo parlando di una legge la cui approvazione ha rappresentato, come hanno esplicitamente affermato coloro che l’hanno sostenuta, da Fassino a Fini e Casini, l’avvenuta pacificazione tra italiani ed in cui è l’assenza di riferimenti al fascismo e al collaborazionismo ad essere il punto chiave: una assenza che visti i risultati concreti nell’attribuzione dei riconoscimenti non ha il significato di una pudica omissione, ma significa che il fascismo ed i fascisti non sono più qualcosa di cui vergognarsi, anzi. Sono ora diventati i rappresentanti di “un altro modo” di amare l’Italia, di essere “al servizio dell’Italia”, e in quanto tali pienamente legittimati ad essere sussunti nella nuova ideologia della Nazione che è stata costruita quale fondamento della Seconda Repubblica.”

“Si tratta della piena e definitiva legittimazione del fascismo come ideologia nazionale, anzi, del ristabilimento dell’equazione fascismo=italianità, e dell’inclusione dei fascisti nel pantheon della Nazione. Non si tratta di una legittimazione esclusivamente a posteriori, ma anche attuale, che ha fatto del 10 febbraio la giornata dell’orgoglio fascista, in cui i fascisti di oggi sfilano per le vie delle città e organizzano mostre, convegni, dibattiti e quant’altro finanziati e sostenuti dalle istituzioni pubbliche.”

Anche la copertina di questo libro censurato, che si preannunciava “come una vera e propria bomba editoriale”, è significativa: la foto dei contadini fucilati a Dane in Slovenia il 31 luglio 1942 dal Regio Esercito Italiano è stata per anni falsificata in occasione delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo, come illustrato dal dossier presente su questo sito, divenendo il simbolo di una memoria prima rimossa e poi capovolta.

4 febbraio 2020

 


L’Olocausto rimosso – I crimini di guerra dell’Italia in Africa e nei Balcani
di Michael Palumbo

 

Proponiamo ai nostri lettori il prologo de “L’olocausto rimosso”. In queste poche pagine si può facilmente capire perché il testo di Palumbo sia stato tenuto nascosto per 28 anni.

 

 

« I crimini commessi dalle forze armate italiane e dal­le autorità d’occupazione in Jugoslavia, Francia, Gre­cia e Albania […] sono, in tutti i sensi, pari a quelli commessi dai tedeschi. »

Milan Zivkovic,

membro jugoslavo della Commissione delle Nazioni Unite

per i Crimini di Guerra.

« Le affermazioni del governo jugoslavo relative alla effettiva consumazione dei reati in questione trovano conferma nei rapporti dell’Ufficio dei Servizi Strate­gici. »

Comitato congiunto dei capi di stato maggiore per le questioni civili, rapporto segreto, Washington, D.C., 20 settembre 1946.

« Ritornai a Rab per la prima volta nel 1953, quando il cimi­tero fu ricostruito. Fu il momento peggiore della mia vita perché ho rivissuto tutti gli orrori dal primo giorno in cui ci sono arrivato al 5 dicembre 1942 quando l’ho lasciato. » Così Herman Janec ha ricordato l’agonia condivisa con migliaia di connazionali e con le donne anch’esse prigioniere a Rab, uno dei tanti campi di concentramento organizzati dai fasci­sti italiani durante l’occupazione della Jugoslavia.

Anche Stane Kotnik, un altro sopravvissuto del campo di concentramento di Rab, serba dolorosi ricordi: « È duro per me pensarci e quando lo faccio non riesco più a dormire per una o due settimane perché tutto mi torna alla mente come se fosse ancora vero ».

Il campo di concentramento fu costruito dai fascisti italiani in una bassa pianura vicino a una palude maleodorante, la zona più malsana di Rab, un’isoletta della Jugoslavia. Molti dei prigionieri erano parenti di sospetti partigiani comunisti, dal momento che questa era la procedura seguita dai fascisti italiani per rinternamento nei campi di concentramento.

Gli italiani rinchiudevano nei campi di concentramento intellettuali, membri dei partiti politici attivi prima dell’oc­cupazione e qualunque individuo con funzioni di comando che potesse agire contro di loro. Nella provincia di Lubiana gli italiani internarono nei campi circa il 20 per cento della popolazione slovena; si contavano anche numerosi reclusi croati. In totale circa 150.000 persone furono deportate a Rab, a Molai e in vari altri campi, sparpagliati lungo la costa jugoslava allora occupata dagli italiani.

Giunti a destinazione, i prigionieri venivano spogliati, rasati e privati degli oggetti di valore; molti dormivano in tenda. Stando alla testimonianza di Stane Kotnik «c’erano vecchie tende militari che facevano acqua non appena pioveva», e i reclusi vivevano privi perfino dei generi di prima necessità. « Quel poco di paglia che ci era stata data dopo pochi giorni era già talmente schiacciata che nei sei mesi o quasi della mia permanenza a Rab ho praticamente dormito sulla nuda terra. »

Numerosi prigionieri erano condotti al campo senza alcun oggetto personale e durante il periodo d’internamento le autorità del campo non davano loro né biancheria né vestiti di altro genere, tanto che ben presto ciò che avevano indosso era ridotto a brandelli. Questi poveretti dovevano muoversi ricoperti di stracci o mezzi nudi anche nel freddo più pungente. Il 29 ottobre un’inondazione spazzò via le tende facendo affogare molti bambini.

La razione di cibo non differiva da quella degli altri campi italiani e raggiungeva circa 1.000 calorie al giorno, ma la corruzione al campo assunse dimensioni tali che i prigionieri ricevevano sì e no metà della razione loro assegnata. La gestione del campo non permetteva alcun controllo nella distribuzione e nella cottura del cibo cosicché gli addetti, dal capo magazziniere all’ultima guardia, rubavano il cibo. La razione di cibo rubato era data solo ad alcuni prigionieri in cambio di oggetti di valore, come orologi e anelli, che ancora non erano stati loro prelevati.

Joze Jurancic così ricorda la razione di cibo a Rab: «Ogni giorno ci veniva dato un pezzettino di pane, penso 70/80 grammi. Era un morso, come posso dire, un boccone. Naturalmente all’inizio ci scherzavamo sopra perché pensavamo che fosse una cosa temporanea, finché le cose non si fossero risolte. Invece la situazione cominciò a peggiorare».

Il cibo che Joze Jurancic riceveva era insufficiente per sopravvivere: «A pranzo c’erano maccheroni o riso che letteralmente galleggiavano nella brodaglia. Molti contavano i maccheroni, a volte erano cinque, altre sei o sette. Altre volte ancora se ne contarono fino a dodici. In realtà il cibo consisteva per lo più d’acqua». Ma perfino l’acqua veniva razionata. Stando a Joze Jurancic: «Di acqua non ne avevamo quasi. Di tanto in tanto, i locali portavano, naturalmente su ordinazione, un barile d’acqua contenente circa 20 litri o qualcosa del genere e quella tanica doveva soddisfare il bisogno di parecchie migliaia di persone. Era impossibile in primo luogo ottenere l’acqua e poi calmare la sete».

La mancanza di igiene, la sporcizia, il freddo e la fame portavano debilitazione e malattie; i corpi laceri ed esausti non riuscivano più a opporre alcuna resistenza. I prigionieri che si prendevano l’influenza o la dissenteria erano destinati a morte sicura. I casi di tubercolosi erano numerosi e determinarono la morte di moltissimi internati.

Stane Kotnik vide i suoi amici soccombere per le condizioni del campo: «Dopo i primi 14 giorni, si cominciava a morire. Erano i contadini, per lo più quelli corpulenti che, ridotti a bere solo qualche cucchiaio d’acqua, finivano per soccombere molto prima degli altri. La gente cominciava a morire. Non si vedevano altro che persone ammalate che giacevano nelle tende in attesa della morte. Non davano segni di vita, qualcuno riusciva a muovere gli occhi e cosi ci accorgevamo che stavano morendo».

Herman Janez così descrisse quelle esperienze che ancor oggi gli provocano incubi: «Mio nonno aveva 86 anni ed era nel campo. Ce n’erano tanti come lui e anche numerosi invalidi privi dell’uso delle gambe. Questa gente non pativa tanto la fame quanto la sete. Nel periodo di calura, in agosto e settembre, questi poveretti, deboli ed esausti, giacevano dentro le tende. Sotto, brulicavano vermi: quegli uomini stavano marcendo e dalle loro tende usciva un tanfo terribile.

C’era un ospedale organizzato sommariamente con 100 letti per quasi 13.000 prigionieri rinchiusi nel campo; le condizioni erano tali che i reclusi preferivano starsene a morire nelle loro tende piuttosto che essere curati in quell’ospedale. I malati venivano sistemati nei letti infetti da cui erano stati rimossi i cadaveri dei loro compagni ».

Le donne in puerperio e i neonati vivevano in condizioni estremamente difficili; l’80 per cento dei bambini nascevano morti a causa delle sofferenze e della fame patita dalle madri e anche quelli che nascevano vivi morivano di lì a poco. Ogni giorno morivano da tre a quattro bambini, poi da quattro a cinque, soprattutto nel padiglione dei bambini all’ospedale del campo di Rab.

Dal momento che in precedenza aveva lavorato con i bambini, la prigioniera Martina Kosak si offrì volontaria per dare una mano al reparto dei bambini, situato in un vecchio albergo. Trovò condizioni indicibili: «Tenevano sei piccolini in un solo letto, sul pavimento. Ci furono date delle vecchie lenzuola che noi strappammo perché erano sudice, sporche della diarrea e del vomito dei bambini malati precedente mente ricoverati ».

Le prigioniere che fungevano da inservienti facevano quello che potevano per aiutare quei bambini; non c’era nulla per cambiarli, né cibo né latte, solo un po’ d’acqua. Martina ricorda: «Nutrivamo i bambini con del pane ammollato nell’acqua con i cucchiai, quando ciò era possibile. Gli escrementi seccavano velocemente e tutto era sudicio e puzzolente. Non potevamo farci niente. Alla fine ci riducemmo ad adoperare come pannolini i giornali ». Martina chiese il trasferimento al reparto degli anziani perché « era più facile soppor­tare la morte di un adulto che la morte dei quei poveri bambini ». Ma sarebbe stata sempre perseguitata dal ricordo del reparto dei bambini al campo di Rab: « Erano ammalati, disidratati, quei bambini ci morivano davanti agli occhi e io non potevo far altro che torcermi le mani. Io sapevo quanto lottavamo per ognuna di quelle vite, ma era tutto inutile e noi eravamo impotenti ».

Nei mesi più freddi oltre ai bambini morivano anche tanti adulti. Secondo quanto testimonia Stane Kotnik «in novembre e dicembre, la gente moriva: 20, 30, 40 e poi 50 al giorno. Si dice che la vigilia di Natale morirono 89 persone e davvero morirono nelle loro tende proprio la notte di Natale. C’era chi pregava, chi discuteva e chi cantava. Molti esalavano l’ultimo respiro nel ricordo della vita a casa loro. Il giorno di Capodanno ne morirono altrettanti ».

Tra i ricordi più strazianti Stane Kotnik serba quello della morte dei suoi amici. «La gente si muoveva stordita. Un mio amico cadde in un fosso e a malapena riuscii a tirarlo fuori; stava per morire. Accompagnai un altro mio amico all’infermeria; una volta arrivati, chiesi al dottore che cosa dovevo fare e quello mi rispose di metterlo accanto ai morti perché di lì a poco sarebbe morto anche lui. »

Secondo le stime italiane, nel campo di Rab morirono 1.267 persone, ma esistono prove che il totale reale sia molto superiore. Alcuni prigionieri hanno suggerito che il numero delle tombe nel cimitero non sia un indice affidabile della dimensione reale della carneficina. Joze Jurancic ricorda: «Un giorno, nel trasportare alcune bare sull’erba bagnata, uno di noi scivolò e la bara cadde a terra. Si aprì il coperchio e ci accorgemmo che all’interno c’erano due cadaveri. Lo vidi coi miei occhi ».

Joze Jurancic fece notare che i fascisti italiani usavano anche altri metodi per nascondere il numero delle vittime. « Nel cimitero venne scavato un pozzo profondo due metri e mezzo o tre, e vidi chiaramente che tre bare erano state piazzate una sopra l’altra; era quindi ovvio che l’ordine era di seppellire tre bare insieme. In cima alla tomba c’era una sola croce con un solo nome, ma all’interno si trovavano molti altri corpi e la croce era una pura formalità. » Dal momento che ogni tomba contiene più di una bara e molte bare contengono tre corpi, il numero delle vittime di Rab non si saprà mai. Il totale stabilito dalla Commissione jugoslava per i crimini di guerra ammonta a 4.000 vittime, con ogni probabilità una cifra ragionevole.

Il campo di concentramento di Rab era solo uno fra quasi duecento campi organizzati dagli italiani per rinchiudere i civili jugoslavi. Come accadeva a Rab, anche in molti di questi campi si moriva di fame, sete, mancanza di igiene, torture e malattie. Molti ancora morivano nel corso di rappresaglie o durante brutali rastrellamenti oppure in seguito a esecuzioni capitali come sospetti partigiani. L’obiettivo primario dei fascisti italiani era quello di eliminare il movimento partigiano, ma numerosi documenti testimoniano che il loro obiettivo a lungo termine era quello di ridurre la popolazione delle aree jugoslave destinate alla colonizzazione italiana (si vedano i capitoli 6 e 7, pp. 186 e 194).

L’esame dei documenti segreti e della corrispondenza di Mussolini e dei suoi principali collaboratori rivela che in ogni paese occupato dai fascisti italiani si voleva sterminare gran parte della popolazione. In Libia, all’inizio degli anni trenta, il bersaglio principale dei fascisti italiani era la setta religiosa dei senussi: la maggior parte dei suoi affiliati fu internata nei campi di concentramento in condizioni indescrivibili. Pochi anni dopo, i fascisti si servirono di enormi quantità di gas velenosi per conquistare l’Etiopia e perseverarono in tale barbarie nel corso di un’occupazione che causò lo spopolamento di intere zone.

Durante l’occupazione della Grecia, i fascisti italiani crearono le condizioni per una carestia che costò la vita a decine di migliaia di persone ad Atene e in altre città. Lo scopo finale era quello di eliminare milioni di persone in Africa e nei Balcani per poter fare spazio ai numerosi italiani che i fascisti avevano stabilito di insediare in tutto il Mediterraneo nell’ambito del rinato Impero Romano.

I fascisti italiani avevano un loro modo di operare che conferì ai crimini di guerra un carattere unico: la particolare tendenza a scatenare sommosse tra le varie etnie cosicché queste si trovavano coinvolte in reciproci stermini di massa. In Jugoslavia, gli italiani esacerbarono l’inveterato conflitto tra serbi e croati a tal punto che alla fine sfociò in una catena di violenze contrapposte che costarono la vita a centinaia di migliaia di persone. In Etiopia, gli italiani spinsero i galla a sterminare gli amhara, che avevano governato fino a quel momento; in Grecia, i fascisti istigarono gli albanesi, i valac chi e altre minoranze a formare stati indipendenti da cui l’etnia greca sarebbe stata eliminata. In Libia, di fronte a una popolazione relativamente omogenea, introdussero dall’Eritrea mercenari neri cristiani per scatenare una guerra razziale e religiosa contro gli arabi musulmani.

Mussolini non organizzò né eseguì uno sterminio di tali proporzioni da solo; il Duce aveva validissimi collaboratori, specialmente tra gli ufficiali dell’esercito italiano. Benché la milizia fascista e le varie unità paramilitari prendessero parte ai massacri, furono i membri dell’esercito regolare italiano che si macchiarono del maggior numero di atrocità. Esiste una corrispondenza documentata che rileva il pieno appoggio dei capi dell’esercito ai piani di genocidio di Mussolini; espressione di tale appoggio furono il maresciallo Pietro Badoglio e il generale (poi maresciallo) Rodolfo Graziani, entrambi figure chiave nella campagna fascista di sterminio. Il comportamento dei due principali interpreti delle volontà di Mussolini fu differente in modo significativo: Graziani coltivò un’immagine di brutalità personale; nelle interviste concesse alla stampa, nei suoi discorsi e nei suoi libri, sorprende il candore con cui descrive le atrocità a cui partecipò. Badoglio, invece, si preoccupò sempre di dare di sé un’immagine di moderazione ed equilibrio. Sebbene la sua corrispondenza privata riveli il ruolo da lui avuto nel consentire atti di violenza in vari paesi, Badoglio riuscì a conservare l’immagine del moderato. Pubblicamente non si identificò mai del tutto con il regime, tanto che, quando Mussolini fu deposto, proprio lui fu messo alla guida di un governo « antifascista », accettato dalle potenze occidentali come cobelligerante. Per ovvie ragioni, gli inglesi e gli americani non smaniavano di diffondere nel mondo le prove di un Badoglio criminale di guerra.

Il coinvolgimento di Badoglio nelle atrocità commesse dagli italiani è una delle ragioni che spiegano il deliberato sforzo di insabbiare la verità sui crimini di guerra fascisti per tanti anni. Ai primi di settembre del 1943, pochi giorni dopo la deposizione di Mussolini, un profugo croato scrisse che «la brutalità e la bestialità dei fascisti erano pari a quelle dei nazisti ». Nonostante ciò, egli temeva che le potenze occidentali per opportunità diplomatica avrebbero dimenticato le atrocità commesse dai loro nuovi alleati italiani.” In partico­lare gli jugoslavi si risentirono del fatto che le potenze occidentali avessero accettato la nomina da parte di Badoglio del generale Mario Roatta a capo di stato maggiore, senza tener conto che lo stesso Roatta era stato promotore dei crimini fascisti in Croazia e Dalmazia. Gli inglesi e gli americani avevano bisogno di Badoglio e Roatta, validi collaboratori nella difficile campagna contro i nazisti in Italia.

Inoltre, gli Alleati intendevano servirsi di Badoglio per ostacolare un possibile successo dei comunisti in Italia. Se l’avessero voluto, infatti, le potenze occidentali avrebbero potuto favorire la formazione di un nuovo governo italiano costituito da liberali antifascisti e socialisti, che potevano ora ripresentarsi sulla scena politica o tornavano dall’esilio dopo la caduta di Mussolini. Ma Churchill non si fidava di persone che definiva « rifiuti di partiti politici ».

Il primo ministro britannico dubitava che gli antifascisti fossero tanto determinati da opporsi ai comunisti come faceva Badoglio. Non più tardi del 2 aprile 1944, una comunicazione delle forze alleate dichiarava che la «prima pietra» della politica degli Alleati in Italia era quella di impedire il sopravvento dei comunisti e tale obiettivo aveva la netta priorità sul procedimento giudiziario contro un Badoglio e un Roatta che, in realtà, erano considerati un baluardo contro il comunismo per questo gli Alleati tendevano a bloccare le richieste dei francesi, degli jugoslavi, degli etiopi e altri ancora, relative a una seria indagine sulle molteplici atrocità commesse dai fascisti italiani. Gli inglesi e gli americani riuscirono a evitare la creazione di un tribunale internazionale per processare i criminali di guerra italiani sul modello dei tribunali di Tokyo e Norimberga, che avevano punito tedeschi e giapponesi giudicati colpevoli di analoghi atti di grave violenza.

La Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra (UNWCC) fu costituita nel 1944 al fine di identificare i criminali di guerra dell’Asse, per farli poi processare e punire. Tra il 1944 e il 1948 centinaia di italiani, tra cui Badoglio e Roatta, entrarono nelle liste della UNWCC come criminali di guerra, ma poiché gli inglesi e gli americani mantenevano una tutela militare sul paese liberato nel 1945, l’estradizione dei criminali di guerra italiani era impossibile. Il rappresentante francese della UNWCC, André Gros, si lamentò che il suo governo «aveva ricevuto la proibizione di punire gli italiani per i crimini commessi contro i francesi». Nel corso di un dibattito, nel maggio ’45, circa l’opportunità per la UNWCC di intervenire nell’arresto dei criminali di truerra italiani, lo jugoslavo Zivkovic affermò seccamente: «Gli Alleati hanno il controllo dell’Italia dal 1943 e non hanno mai arrestato un criminale di guerra».14 L’inglese Lord Finlay si oppose alla proposta di Zivkovic per la creazione di una sottocommissione della UNWCC in Italia perché «la situazione in Italia è delicata». Gli inglesi e gli americani negarono l’accusa mossa da numerosi governi membri della UNWCC, di proteggere i criminali di guerra italiani, temporeggiando, procrastinando e ostacolando qualunque proposta di intervento.

Per oltre tre decenni, la documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra è rimasta sepolta nella polvere degli archivi delle Nazioni Unite fino al 28 maggio 1980, giorno in cui ne rivelai l’esistenza alla stampa. Si consentì la pubblicazione di una parte dei fascicoli, ma i fogli contenenti i nomi dei 36.000 presunti criminali di guerra furono tenuti segreti. Nel marzo ’86 si scoprì l’esistenza di un fascicolo su Kurt Waldheim, che era stato segretario generale della Nazioni Unite nel 1980, proprio l’anno in cui scovai i fascicoli della UNWCC negli archivi delle Nazioni Unite.15 Nel dicembre ’87, quanto era stato tenuto segreto fu reso accessibile ai ricercatori, compresi 1.200 dossier su presunti criminali di guerra italiani; il 17 gennaio ’88, « Epoca » pubblicò un articolo sulla mia indagine a proposito dei criminali di guerra e della protezione loro accordata da parte degli inglesi e degli americani dopo la seconda guerra mondiale; molti altri giornali italiani, in seguito, ripresero queste notizie. È una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni.

Nel novembre ’89, la BBC mandò in onda un documentario sui crimini di guerra italiani basato sulla mia ricerca e in tale occasione alcuni spettatori, tra cui l’ambasciatore italiano a Londra, commentarono che il programma era «anti italiano».17 Ciò non impedì alla maggioranza degli storici italiani, pur con riluttanza in certi casi, di ammettere le numerose omissioni della saggistica specializzata a proposito dei crimini di guerra, specialmente nei Balcani.

Mi sono servito di documenti tratti da numerose fonti, tra cui il London Public Record Office e gli archivi governativi USA che non solo raccolgono molti documenti inglesi e americani ma anche testimonianze tedesche e italiane risalenti agli anni della seconda guerra mondiale. Di particolare interesse sono i fascicoli relativi a militari italiani conservati negli Archivi Nazionali degli Stati Uniti.

Al pari delle testimonianze raccolte dalla UNWCC, questi documenti provano tutte le atrocità commesse dai fascisti italiani. Per decenni il governo italiano ha chiesto agli Archi­vi Nazionali di limitare l’accesso a una collezione così importante. Significativa la lettera inviata nel 1967 dal direttore generale degli Archivi di Stato Italiani a Robert Palmer, responsabile degli Archivi degli Stati Uniti.

Tra le ragioni addotte dal governo italiano per tenere se­greti questi documenti c’erano «considerazioni politiche», fra cui la necessità di proteggere alcuni criminali di guerra italiani che avevano assunto, nel frattempo, posizioni di rilievo nei governi postbellici. Non deve sorprendere l’indisturbata carriera di molti criminali di guerra, perché l’Italia non ha avviato un processo di epurazione assimilabile alla denazificazione della Germania occidentale. In Italia i crimini di guerra continuano a essere argomento molto delicato. Una certa parte della storiografia italiana tende a vedere in Mussolini un riformatore sociale fuorviato, con la sola colpa di essersi associato a Hitler. Renzo De Felice, il maggiore storico del periodo, non ha mai, per esempio, fatto precisi e circo stanziati riferimenti alla politica di sterminio di massa perseguita da Mussolini. E quindi ovvio che questa immagine dell’Italia fascista come espressione di un regime «benevolo» debba essere rivista; i documenti e le testimonianze dei sopravvissuti raccontano di una dittatura fascista che organizzava lo sterminio di milioni di persone e fanno emergere un’immagine ben differente.

Il disegno ultimo di Mussolini mirava a conquistare e spopolare vaste zone dell’Africa e dei Balcani; perciò programmò di eliminare certi gruppi etnici e la leadership locale dei territori conquistati. I coloni italiani avrebbero poi sfruttato le popolazioni asservite come manodopera nelle loro proprietà. In effetti, Mussolini voleva modellare l’Italia fascista sulla sua pervertita concezione di Roma imperiale.

Il regime fascista non nacque dal nulla; il dilagante militarismo e la glorificazione di Roma imperiale che Mussolini andava predicando riflettevano i sentimenti di molti politici e intellettuali dell’Italia del XIX e dell’inizio del XX secolo.

Così come l’ascesa di Hitler aveva radici profonde nella storia tedesca, Mussolini sentì fortemente l’influsso del clima intellettuale dell’Italia prefascista; uomini quali Enrico Corradini, Filippo Tommaso Marinetti e soprattutto Gabriele D’Annunzio furono i precursori del Duce. Per lo più, gli storci che trattano la storia italiana non parlano mai dello sviluppo di odio e violenza che spianò la strada alla presa di potere dei fascisti.

Spesso è pure sottovalutato il tentativo di creare dopo il 1922 uno stato totalitario nell’Italia fascista; raramente ci si rende conto dello sforzo massiccio di militarizzare i giovani italiani anche attraverso la creazione di organizzazioni paramilitari come la milizia (MVSN) e la polizia segreta (OVRA). Benché per più di due decenni Mussolini abbia governato senza attuare una strategia del terrore paragonabile a quella della Germania di Hitler e della Russia di Stalin, durante la Repubblica di Salò, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, il Duce e i suoi seguaci compirono le più bieche atrocità contro i loro connazionali. La presenza dei fascisti al fianco dei nazisti nelle retate e nello sterminio di ebrei italiani durante la Repubblica di Salò è stata a lungo trascurata (si veda il capitolo 9, p. 228) al pari dei crimini di guerra compiuti dagli italiani in Africa e nei Balcani.

I semi della brutale politica fascista, tuttavia, erano stati gettati molto tempo prima. Mussolini aveva cominciato la sua carriera come giornalista e propagandista. Se si esaminano i metodi e i contenuti della propaganda in vigore durante la sua dittatura, risulta evidente che il Duce tentò la mobilitazione totale degli italiani verso l’obiettivo della conquista imperiale. Ciò era particolarmente evidente nelle grandi dimostrazioni pubbliche, soprattutto la celebrazione annuale per l’anniversario della presa del potere dei fascisti.

Marzo 1992

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