19 Marzo 2021 Enrico Duranti

Lo sporco sotto il tappeto – A proposito di “decarbonizzazione” e cattura della CO2

Transizione energetica e decarbonizzazione sono tra le nuove parole d’ordine della classe dominante. Le tecnologie relative sono al centro del dibattito politico ed economico ed influenzano lo stanziamento delle maggiori risorse. Questa ricostruzione nel segno “green” viene ormai considerata come una nuova rivoluzione industriale, un nuovo modo di fare economia pulita nel nome di una presunta sostenibilità ambientale e sociale.

La sconfitta di Trump e l’elezione di Biden hanno accelerato questo processo, portando ad una rincorsa tra potenze sullo stanziamento di risorse pubbliche, oltre all’impennata delle azioni green e delle materie prime in Borsa e al proliferare di titoli di varia natura, creando tutti i presupposti di una vera speculazione finanziaria, con il rischio di bolle che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.

Se il Recovery Plan europeo destina il 37% dell’intero pacchetto da oltre 600 miliardi di euro alla “transizione”, la proposta di un piano per l’energia pulita e il clima di Biden è stimata a duemila miliardi dollari.

 

Cos’è la Ccs

Una delle tecnologie di cui più si discute è la cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CO2), in sigla Ccs (Carbon capture and storage). Come è noto la CO2 è uno dei gas serra considerati responsabili del riscaldamento globale.

La Ccs prevede di catturare la CO2, in particolare a valle dei processi di combustione (ad esempio di una centrale termoelettrica), per poi comprimerla e immagazzinarla sotto terra, in giacimenti di gas o petrolio, acquiferi, ecc.

È subito chiaro quindi che non si tratta affatto di una “decarbonizzazione” del ciclo energetico, ma di qualcosa di assai più semplice: si prende lo sporco e lo si nasconde sotto il tappeto.

Una tecnica costosa che si punta a rendere profittevole, oltre che con un diluvio di soldi pubblici, attraverso la sua integrazione con l’industria estrattiva. La CO2 può essere usata nei giacimenti di metano aumentandone la resa, così come può essere “sparata” a grandi profondità nei giacimenti di petrolio in esaurimento permettendo di sfruttarli ulteriormente raschiando letteralmente “il fondo del barile”.

Questo spiega perché la Ccs è ben vista dalle multinazionali del fossile oggi sotto scacco, che la vedono come un terreno non solo di profitti, ma persino di rilancio delle estrazioni.

Sui possibili rischi (destabilizzazione dei suoli, inquinamento di falde, tenuta imperfetta della copertura geologica, fughe in superficie) il silenzio è quasi totale. Anche l’efficienza energetica complessiva del processo è bassa.

 

Ccs e industrie petrolifere

Non è un caso che le principali aziende petrolifere abbiano sfruttato l’occasione per lanciare i loro nuovi progetti legati alla Ccs. In Italia è nei programmi la possibilità di un grandissimo stoccaggio di CO2 al largo di Ravenna per mano di Eni, sfruttando giacimenti depleti, dove pende la possibilità di fondi pubblici dal Recovery Plan. Tutte le grandi multinazionali del petrolio stanno ormai investendo enormi quantità di fondi in questi nuovi progetti, in ogni angolo del mondo. È il caso di Exxon Mobil che ha deciso di investire 3 miliardi di dollari in tecnologie a bassa emissione di carbonio, con nuovi 20 impianti Ccs, e lanciando il nuovo business ExxonMobil Low Carbon Solutions.

Tutti gli studi di banche e compagnie petrolifere finiscono per recitare lo stesso ritornello: la Ccs è fondamentale per la transizione.

Secondo uno studio della Mckinsey & C. nei prossimi 10 anni la cattura e il riuso dalla CO2 potrebbero decuplicare rispetto ai valori attuali.

Secondo uno studio della Bp rilanciato in un articolo su Forbes si “prevede un cambiamento aggressivo che porterà al 45% di rinnovabili e al 36% di petrolio e gas entro il 2050. Le previsioni meno aggressive della Bp implicano meno del 45% di rinnovabili e più del 36% di petrolio e gas. Una società indipendente, Dnv-Gl, prevede il 46% per le energie da petrolio e gas nel 2050. Entrambe le previsioni lasciano quantità considerevoli di energia da petrolio e gas (36-46%) ancora in uso nell’anno 2050”. Sempre su un articolo di Forbes si dice: “Gli Stati Uniti hanno molta capacità di stoccaggio in vecchi giacimenti di petrolio e gas: 6.000 Mt/anno per 23 anni o 3.000 Mt/anno per 46 anni. Le falde acquifere saline potrebbero contenere molto di più. Ci vorrebbero però molti soldi per riuscirci (Mt, un milione di tonnellate – ndr)”.

 

Il mercato delle quote di emissioni

L’altra leva per rendere profittevole la tecnologia è il mercato delle quote di emissioni carbonio. Il sistema, nato teoricamente per porre un tetto alle emissioni globali, si sta sviluppando in un rigoglioso mercato per cui chi può accreditarsi una riduzione netta delle emissioni è in condizioni di rilevare (dietro pagamento) le quote dei meno “virtuosi”. In pratica si commercia il diritto ad inquinare!

Il settore sta letteralmente esplodendo, tanto che dopo l’Unione europea, principale mercato delle emissioni, anche la Cina (principale potenza climalterante) si appresta ad aprire il proprio. Seppure i prezzi della CO2 cinese sono attualmente bassi, questo mercato punta a diventare il principale mercato finanziario mondiale della CO2. La corsa del prezzo del carbonio rende profittevole una tecnologia altrimenti costosa e poco redditizia come la Ccs.

È questo mercato che spiega la scelta di Biden di rientrare negli accordi di Parigi sul clima e di foraggiare lautamente la cattura, il trasporto e le lo stoccaggio geologico della CO2 attraverso fondi diretti e crediti d’imposta. Già ora esiste un credito d’imposta di 50 dollari per tonnellata stoccata e già ora si parla di prolungarlo oltre alla scadenza del 2023. La costruzione di impianti di cattura, tubazioni per il trasporto e impianti per lo stoccaggio, con fondi pubblici saranno un vero regalo alle imprese petrolifere.

Ecco spiegato l’apparente enigma per cui in piena svolta “verde” i prezzi del petrolio e le quotazioni in Borsa delle compagnie estrattive sono in pieno boom!

Infine, la svolta “verde” diventerà strumento di protezionismo e guerre commerciali, probabilmente attraverso l’introduzione della “carbon tax” sulle importazioni da paesi o industrie qualificati come poco virtuosi.

Attorno alla CO2, al suo prezzo, alle tecnologie di stoccaggio, si gioca quindi una ampia partita che ha poco a che vedere con l’ambiente e tutto a che vedere con lo scontro mondiale fra le potenze, sia pure verniciato di verde.

Una vera risposta a questo e agli altri problemi ambientali non verrà mai dal mercato e dal profitto, ma solo da una vera pianificazione democratica e internazionale dell’economia, capace di sviluppare cicli compatibili per energia, materiali, materie prime, ecc., ossia da un’economia socialista internazionale.

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