18 maggio 2018

Lo scontro Usa-Russia

Il governo russo si impegna in uno spettro di attività malevole in tutto il globo, compresa la perdurante occupazione della Crimea e l’istigazione alla violenza nell’Ucraina orientale, il rifornimento del regime di Assad con materiali e armamenti mentre questo bombarda i suoi stessi civili, il tentativo di sovvertire le democrazie occidentali e attività perniciose di guerra elettronica. Gli oligarchi russi e le elites che traggono profitto da questo sistema corrotto non saranno più esenti dalle conseguenze delle attività destabilizzanti del loro governo.” Con questo linguaggio bellicoso il nuovo Segretario di Stato al tesoro Usa, Mnuchin, motivava le nuove sanzioni imposte alla Russia e in particolare al gruppo Rusal, secondo produttore mondiale di alluminio.

Il conflitto tra Usa e Russia rappresenta una delle principali contraddizioni della politica mondiale. Nonostante durante la campagna elettorale del 2016 Donald Trump avesse dichiarato la sua intenzione di normalizzare i rapporti con la Russia, assistiamo oggi a una nuova escalation di sanzioni economiche e guerra diplomatica e propagandistica, oltre ai bombardamenti sulla Siria del 14 aprile, bombardamenti in verità puramente dimostrativi (tranne che per chi ne ha subìto le conseguenze).

 

Uno scontro ventennale

Lo scontro tra Usa e Russia continua, con diverse fasi, almeno dal 1999 (attacco Nato alla Jugoslavia). Per circa un decennio (1999-2009) gli Usa sono stati all’offensiva, come dimostra in particolare l’espansione della Nato praticamente a tutta l’area in passato controllata dall’Urss in Europa orientale e nel Baltico. L’avvicinarsi della potenza militare Nato ai confini russi ha generato un crescente irrigidimento da parte russa. I tentativi di insediare la Nato in Georgia (2008) e in Ucraina attraverso il colpo di Stato che nel 2014 ha rovesciato il governo filorusso di Yanukovich sono stati l’ultima goccia per Mosca. La Georgia ha subìto una invasione lampo nell’estate del 2008, mentre nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea (dopo un referendum non riconosciuto dall’occidente) e ha iniziato a sostenere la resistenza dei territori dell’Ucraina orientale (Donetsk, Lugansk) che si sono di fatto separati da Kiev.

Sarebbe ridicolo pensare che questo scontro dipenda da motivi ideologici, culturali o di “valori”. Sul fronte economico, l’interscambio commerciale e la concorrenza tra Usa e Russia non è minimamente paragonabile, ad esempio, a quella esistente tra Usa e Cina o tra Usa e Unione europea. Certo, le sanzioni sulla Rusal avranno come sottoprodotto quello di beneficiare produttori Usa come Alcoa o Century (e magari anche i produttori del Golfo, in grande ascesa in questi anni nel settore), e questo non può dispiacere a Trump, che fa del protezionismo e del rilancio dell’industria nazionale la sua bandiera in campo economico. Ma non si tratta solo di interessi economici settoriali, sia pure importanti.

Il punto è che a causa della sua forza militare la Russia non è integrabile nel sistema di dominio Usa che giornalisticamente è stato definito “globalizzazione”. Non è integrabile ma neppure può essere semplicemente sottomessa. La Russia, come la Cina, è il limite della potenza americana ed essendosi scontrata con questo limite la classe dominante Usa si è profondamente divisa a seconda degli interessi e delle differenti strategie con cui affrontare questo limite.

 

Divisioni nell’imperialismo Usa

Questa divisione è diventata esplosiva nella campagna elettorale del 2016 ed è stata la causa della vittoria di Trump, ossia del candidato più inaspettato, che nel suo programma rovesciava tutti gli assunti che da trent’anni dominavano la politica di Washington, attaccando quelle multinazionali capofila della fase “globalizzata” che erano compattamente a favore della Clinton.

Tale divisione non è ancora sanata, come dimostrano le disavventure di Facebook o lo scontro tra l’amministrazione Trump e la Amazon di Jeff Bezos, proprietario tra l’altro del Washington Post che è il capofila tra i giornali Usa ostili al presidente. In effetti la cosiddetta globalizzazione, contro la quale Trump si è scagliato nella sua campagna elettorale, necessitava tra le altre cose di un dominio indiscusso non solo del capitale Usa, ma anche dello Stato. Le cosiddette istituzioni sovranazionali (i vari G7, G8, G20, Wto, ecc.) non hanno retto l’impatto della crisi del 2008, ma neanche la manifesta impossibilità degli Usa di mantenere una egemonia politica e militare globale.

Le avventure militari in Afghanistan e Iraq si sono risolte in un disastro che rende oggi impossibile per le forze armate Usa impegnarsi in nuove invasioni. Devono quindi limitarsi a bombardamenti aerei, sanzioni o ad agire attraverso alleati di dubbia affidabilità ed efficacia, come dimostra il caso della Siria. In Europa orientale lo stallo è analogo e la risposta del nuovo Segretario di Stato Mike Pompeo a una giornalista ucraina riguardo la possibile entrata del suo paese nella Nato lo illustra chiaramente: “Speriamo che gli ucraini cominceranno a fare passi che possano porli nelle condizioni di potere aspirare a diventare membri della Nato.” Traduzione: forse fra vent’anni…

Gli Usa hanno troppi nemici nel mondo e quella che pareva l’intenzione iniziale di Trump, ossia cercare un accordo con la Russia per concentrarsi sul conflitto economico con la Cina e sul Medio Oriente, aveva ed ha una sua logica.

A tale sbocco si oppongono: 1) le profonde divisioni della borghesia Usa; 2) l’enorme instabilità economica causata dalla crisi del 2008, le cui conseguenze sono tutt’altro che superate; 3) il rapporto di forze in Medio Oriente, completamente a sfavore di Washington, che tuttavia non può rovesciarlo se non affrontanto la Russia e i suoi attuali alleati a partire dall’Iran.

Lo scontro Usa-Russia divide ulteriormente l’Europa, con la Gran Bretagna di Theresa May a capofila degli oltranzisti atlantici, la Germania che oppone una resistenza passiva mentre la Francia di Macron dopo la Brexit si propone come nuovo partner privilegiato per Trump.

I riformisti di ogni risma spargono lacrime sull’incapacità dell’Unione europea di svolgere un ruolo autonomo nella crisi dei rapporti internazionali. Per noi invece questo indebolimento della classe dominante nel nostro continente, incapace di perseguire una propria politica, la indebolisce economicamente e politicamente e accentua la crisi delle sue appendici burocratiche nel movimento operaio, aprendo il potenziale per l’affermarsi della corrente rivoluzionaria.

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