8 Luglio 2022 Roberto Sarti

Libia – Le masse entrano in scena

Era la sera di venerdì Primo luglio, quando è scoppiata una rivolta in tutta la Libia. La sede del Parlamento a Tobruk, in Cirenaica, è stata presa d’assalto dai manifestanti e poi parzialmente bruciata, dopo che le masse hanno fatto uso di un bulldozer per sfondare i cancelli del palazzo.

A Tripoli, il palazzo presidenziale è stato circondato da migliaia di manifestanti. La polizia li ha fatti allontanare; i manifestanti si sono allora diretti verso la residenza del primo ministro. Le forze di sicurezza li hanno respinti sparando in aria, ma le proteste non sono cessate.

Sabato 2 luglio sono state erette barricate sulle strade principali a est della capitale, in particolare a Tajoura. Manifestazioni di massa si sono tenute  in tutte le principali città.

La popolazione che è scesa in strada, ha ancora una volta rilanciato lo slogan più famoso delle rivolte del 2011: “Il popolo vuole la caduta del regime”.

A Bengasi, la roccaforte del generale Khalifa Haftar, centinaia di persone hanno scandito “Libia, Libia” e chiedendo a gran voce migliori condizioni di vita. A Misurata, i manifestanti hanno cercato di fare irruzione nel municipio.

In prima linea ci sono i giovani e i lavoratori. Protestano per il pagamento degli stipendi che non vengono corrisposti da mesi e per i continui blackout. In queste settimane roventi la corrente elettrica è mancata a volte per più di 12 ore al giorno, mentre le temperature raggiungevano i 45 gradi. Anche la crisi alimentare, con il mancato arrivo del grano dall’Ucraina, ha colpito duramente il Paese.

I manifestanti hanno scelto di indossare i gilet gialli, simbolo del movimento di massa in Francia dal 2018-19, mostrando il loro approccio internazionalista.

“Siamo stufi, siamo stufi! La nazione vuole rovesciare i governi! Vogliamo l’elettricità!” hanno scandito i manifestanti a Tripoli, chiedendo nuove elezioni.

“Siamo un Paese produttore di petrolio dove la corrente manca ogni giorno. Significa che il Paese è gestito da gente corrotta”, ha detto un manifestante.

La situazione in Libia è disperata. A causa dello stallo politico esistente, nella prima metà del 2022, la produzione di petrolio della Libia è stata di appena 100.000-150.000 barili al giorno, in calo rispetto agli oltre 1,2 milioni di barili al giorno dell’anno scorso!

 

Sfiducia nel sistema

La sfiducia nei confronti di tutti i politici è un tratto comune delle mobilitazioni, ma molte manifestazioni hanno anche espresso la mancanza di fiducia nelle milizie armate che dal 2011 sono protagoniste di una sanguinosa guerra civile (alimentata e finanziata da potenze straniere), queste milizie hanno condotto il Paese alla rovina e stanno giocando sempre più un ruolo politico.

Ancora più interessante è il fatto che a Tripoli le masse brandivano cartelli con una “X” non solo sulle foto dei politici libici, ma anche sull’immagine di Stephanie Williams, l’inviata delle Nazioni Unite in Libia.

Il movimento ha superato le divisioni territoriali causate dalla guerra civile e sta avanzando rivendicazioni comuni, dalla Tripolitania alla Cirenaica passando per il Fezzan. Si tratta di un movimento completamente spontaneo. Come ha spiegato il corrispondente del quotidiano italiano la Repubblica, “ha le caratteristiche di una nuova primavera araba”.

La classe dominante di tutto il mondo è estremamente preoccupata. Il segretario generale dell’ONU, Guterres, ha fatto appello alla “pace” e ha invitato i manifestanti “a evitare atti di violenza”, condannando esplicitamente l’attacco al Parlamento. Un’ipocrisia disgustosa!

È stata la stessa ONU, con la risoluzione 1973 del 2011, a gettare le basi legali per l’intervento militare, chiedendo “un cessate il fuoco immediato” e autorizzando gli imperialisti a stabilire una no-fly zone sul Paese.

L’ONU ha dato il via libera per schiacciare quella che era una vera e propria rivoluzione, legata alla Primavera araba del 2011. L’intervento straniero ha portato all’uccisione di Gheddafi e alla guerra civile. L’ONU è responsabile dell’incubo che le masse libiche hanno vissuto negli ultimi undici anni.

Dopo l’intervento imperialista, lo Stato è praticamente crollato. La Libia, nona nazione al mondo per riserve di petrolio, è diventata un campo di battaglia tra milizie e signori della guerra rivali, tutti sostenuti da potenze regionali o internazionali.

Dal 2015, il confronto si è incentrato sul Governo di Accordo Nazionale (GNA) a Tripoli, da un lato, e sull’Esercito Nazionale Libico (LNA) a Tobruk, dall’altro.

L’assalto al parlamento di Tobruk

Khalifa Haftar, comandante del LNA, ha lanciato un’offensiva per conquistare l’intero Paese, ma tale offensiva è stata sconfitta nel 2019-20.Il LNA è sostenuto da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia.

La Turchia, sostenuta dal Qatar e dal resto della cosiddetta “comunità internazionale”, è stata decisiva nel fermare Haftar attraverso l’operazione “Peace Storm” decisa da Erdogan, dove l’esercito turco è intervenuto direttamente.

Il GNA è riuscito a mantenere Tripoli, ma non è riuscito a sconfiggere Haftar. Si sono succeduti presidenti molto deboli, tutti ostaggio dei veti incrociati delle milizie.

Queste milizie armate hanno ricevuto milioni di euro dall’Unione Europea, e in particolare dall’Italia, in cambio del controllo del Mediterraneo e della prevenzione dell’immigrazione “illegale”. “Si p passati dai 10 milioni del 2020 ai 10,5 del 2021. Dal 2017 sono stati stanziati 32,6 milioni per la Guardia costiera libica; Il totale destinato per le missioni nel Paese nordafricano dall’Italia è salito a 271 milioni”. Lo stesso rapporto Oxfam ha affermato che almeno 20.000 immigrati sono scomparsi in Libia negli ultimi cinque anni!

Le due parti avevano raggiunto un accordo per lo svolgimento delle elezioni presidenziali, previste per lo scorso dicembre, che però sono state rinviate. Il motivo? Oltre ai due candidati principali, Khalifa Haftar e il premier di Tripoli di allora, Dbeibah, è emerso un terzo contendente: Seif al Islam Gheddafi, il figlio del famoso colonnello. L’impasse e lo sfacelo che domina il Paese hanno indotto settori delle masse, soprattutto nel regione del Fezzan, a guardare al passato.

All’epoca di Gheddafi, grazie ad alcune riforme molto radicali (che tuttavia non hanno portato alla rottira con il capitalismo), le masse avevano almeno cibo ed elettricità 24 ore su 24! Non c’è quindi da stupirsi che alcuni dei manifestanti sventolassero le bandiere verdi dell’epoca di Gheddafi. È la prima fase del risveglio dopo un lungo letargo.

 

Il ruolo dell’imperialismo

Una corsa a tre senza un vincitore, o peggio, con un Gheddafi vincitore, sarebbe stata troppo imbarazzante per l’Occidente. Da allora, gli scontri all’interno delle istituzioni hanno continuato a intensificarsi. Fathi Bashagha, il primo ministro nominato a marzo dal parlamento di Tobruk, ha cercato di entrare a Tripoli per insediarsi nella capitale. La mattina del 17 maggio, tuttavia, è stato costretto a ritirarsi dopo un pesante scontro a fuoco con le milizie di Tripoli.

Khalifa Haftar e Macron

La situazione di crisi economica, politica e sociale potrebbe durare all’infinito. Le milizie e il GNA non si tireranno indietro perché sanno di avere le spalle coperte. A Tripoli, Erdogan controlla sempre più la vita militare e politica della Tripolitania. Nell’ottobre 2020, la Turchia ha assunto il controllo della guardia costiera libica e ha iniziato ad addestrarne gli equipaggi, compito precedentemente svolto dall’Italia. A gennaio, la Turchia ha prolungato di diciotto mesi la permanenza in Libia dei suoi soldati e consiglieri militari, stimati in 7.000 unità. Gli Stati Uniti per tutto un periodo sembravano guardare al paese con un occhio più distratto, ma la nomina di una loro diplomatica, Stephanie Williams, a capo della missione ONU in Libia, dimostra che Washington vuole avere un controllo più stretto sulla situazione.

Per quanto riguarda Tobruk, la candidatura di Bashagha è stata fortemente sostenuta dalla Francia. Parigi sta cercando di ristabilire la propria influenza nell’Africa settentrionale e occidentale dopo molte battute d’arresto (la principale delle quali è stata il ritiro dal Mali alcuni mesi fa). La Russia ha aiutato Haftar con attrezzature militari e aerei e ha almeno 100 soldati del Gruppo Wagner sul terreno.

Si tratta di una guerra per procura sanguinosa in cui le potenze regionali (e internazionali) testano il proprio materiale bellico e le propria forza militare sulla pelle di una popolazione inerme, mentre ogni signore della guerra cerca anche di giocare una propria partita, sulla base della rispettiva forza militare. Ovunque si guardi, è un conflitto reazionario.

Questo incubo sembrava non avere fine, fino a quando il Primo luglio sono entrate in scena la principale forza motrice della storia, le masse. Il movimento meraviglioso dei lavoratori e dei giovani libici dimostra che, anche nelle condizioni più difficili, le masse possono trovare la strada della lotta collettiva.

Le masse in piazza hanno dimostrato di aver capito molto chiaramente ciò che non vogliono: tutti i politici, le milizie, l’ONU e le potenze straniere. Sulla base dell’esperienza di lotta, devono sviluppare un programma rivoluzionario per chiarire ciò che vogliono realmente.

Questo programma è quello della rivoluzione socialista, dalla Libia a tutto il mondo arabo, per porre fine a questi undici anni di barbarie.

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