10 Agosto 2020

Libano – L’esplosione a Beirut scuote il regime corrotto

L’articolo di Alan Woods, pubblicato lo scorso 5 agosto su marxist.com, delinea il contesto in cui è avvenuta la devastante esplosione al porto della capitale libanese e traccia le possibili conseguenze, tra cui la principale è lo sviluppo di un poderoso movimento di massa contro il regime a cui stiamo assistendo in queste ultime ore.

Beirut si è svegliata questa mattina assistendo alle conseguenze atroci di un’esplosione catastrofica che ha devastato il centro della capitale libanese, demolendo edifici, rovesciando auto e altri veicoli e frantumando i vetri in un’area molto vasta.

Per molti anni Beirut ha assistito a diverse scene di distruzione orribili, ma questo è stato forse l’evento più scioccante che abbia mai colpito la città.

I video registrati sui telefoni delle persone hanno mostrato dense nuvole di fumo, seguite rapidamente da un’esplosione le cui onde d’urto si estendevano per molti chilometri. La prima esplosione è stata seguita da una seconda esplosione molto più grande, che è stata sentita fino a Cipro.

Un’enorme nuvola a forma di fungo, con una somiglianza sinistra a quella che segue un’esplosione nucleare, si è levata alta nel cielo sopra la città. Si è scatenato l’inferno, mentre gli edifici crollavano e tonnellate di vetro piovevano come una grandine di schegge sulle persone spaventate.

Centinaia di persone stordite e sporche di sangue vagavano per le strade in cerca di assistenza. Ma gli ospedali di Beirut – già affollati dalla pandemia di coronavirus – erano pieni. E molte persone devono ancora essere sepolte sotto le macerie a cui il centro di questa fiera città è stato ridotto.

Il numero esatto delle vittime non è ancora noto, ma deve essere di gran lunga superiore ai rapporti iniziali che parlavano di “dozzine” di morti. Era un momento della giornata in cui la gente di solito passeggiava per le strade dopo il momento più caldo della giornata. Ed è successo nella zona del porto, affollata di bar e ristoranti.

Il capo della Croce Rossa libanese afferma che ci sono oltre 4.000 feriti, alcuni in gravi condizioni, e che il numero di vittime potrebbe arrivare a 100. Data l’entità della distruzione, anche quella cifra sembra prudente.

Molti rimangono dispersi. Alcune vittime sono ancora intrappolate sotto edifici crollati, mentre i soccorritori continuano a cercare tra le macerie del porto, rischiando la vita, poiché le strutture danneggiate sono instabili e a rischio di crolli.

L’esplosione ha distrutto silos di grano molto importanti nel porto. Il paese dipende dalle importazioni per circa l’80% delle proprie scorte di grano e il porto di Beirut sarà messo fuori servizio per qualche tempo.

Questa è una tragedia umana su scala davvero apocalittica. E avrà conseguenze molto gravi per il Libano.

La crisi in Libano

Questa orribile esplosione ha scosso la società libanese nel profondo. Arriva in un momento in cui il paese è dilaniato da crisi economiche, sociali e politiche.

La crisi economica ha ridotto in povertà la maggioranza della popolazione. I lavoratori libanesi affrontano condizioni orribili, con una valuta locale sull’orlo del collasso, e prezzi e disoccupazione in aumento. Sempre più i lavoratori non dispongono di mezzi di sostentamento.

I politici in preda al panico, timorosi della reazione di una popolazione inferocita, si stanno affannando nel tentativo disperato di salvare un po’ della propria autorità, che era già ai minimi termini anche prima di questa calamità.

Adesso promettono tutto: i colpevoli saranno puniti; le case saranno ricostruite; un milione o più di finestre frantumate nell’esplosione saranno riparate – e tutto a spese del governo.

Il primo ministro libanese Hassan Diab ha promesso che i responsabili della massiccia esplosione al porto di Beirut “pagheranno per questo”. Ha attribuito la catastrofe odierna all’esplosione di 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio, che può essere utilizzato per produrre fertilizzanti ed esplosivi.

Ma sarebbe molto più facile compiere i miracoli promessi che riparare la reputazione infranta della cricca dominante. Nessuno si fida più di questo governo. Nessuno crede a ciò che dice. Ora la popolazione pretende spiegazioni per il disastro che l’ha colpita.

Chi è il responsabile?

La prima idea che è venuta in mente a molte persone è stata la possibilità di un attacco terroristico. Data l’estrema instabilità nella regione e la situazione particolarmente vulnerabile del Libano, tale possibilità non può essere esclusa. Ma non sembra essere al momento la spiegazione più probabile.

Un’altra possibilità era il coinvolgimento di qualche potenza straniera. Il Libano è stato a lungo oggetto di intromissioni da parte di tutti i tipi di potenze straniere, quindi poteva essere anch’essa una presunzione logica. Il dito poteva essere puntato contro Washington, dove l’atteggiamento aggressivo di Donald Trump nei confronti dell’Iran renderebbe il Libano un obiettivo probabile.

Ma in questa parte del mondo così esplosiva, gli americani hanno imparato dalla propria dura esperienza i pericoli insiti nell’essere coinvolti troppo da vicino nelle questioni dei Paesi del Medio Oriente. Se gli Stati Uniti dovessero impegnarsi in un tale atto terroristico, farebbero appello ai servigi dei suoi amici in Israele.

Le relazioni tra Libano e Israele sono diventate ancora più tese recentemente, con schermaglie violente sempre più comuni al confine tra i due paesi. Non molto tempo fa, un attacco israeliano all’interno della Siria ha ucciso un soldato degli Hezbollah libanesi, che ha giurato vendetta. Quindi gli israeliani sono responsabili?

Gli israeliani hanno immediatamente negato ogni responsabilità per l’esplosione a Beirut. Tali smentite ufficiali, ovviamente, vanno prese con molta cautela. Ma in questo caso, potrebbero essere corrette.

Al di là di tutto, una negazione così ferma è in netta contraddizione con la consueta risposta di Israele alle accuse, che non è né confermare né negare. È talmente insolito per loro deviare da questo metodo che siamo portati a credere loro, almeno in questa occasione.

Molto più interessante è stata la reazione del governo libanese. Il suo capo della sicurezza interna ha detto che l’esplosione è avvenuta in un’area in cui erano immagazzinati materiali altamente esplosivi. Potrebbe essere così. Ma questa non è affatto una spiegazione.

Sebbene la causa esatta dell’esplosione non sia ancora chiara, è abbastanza chiaro che una tale mostruosità non avrebbe mai potuto verificarsi se non fosse stata inserita nel contesto della corruzione pervasiva che caratterizza l’élite capitalista al potere che ha saccheggiato e sfruttato il Libano per molti anni.

Soltanto ora, dopo una catastrofe terribile, la maggior parte dei libanesi ha appreso dell’esistenza di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, un pericolo mortale che è stato immagazzinato in un hangar nel porto della città e vi è rimasto negli ultimi sei anni.

Ma i registri pubblici e i documenti pubblicati online mostrano che alti funzionari libanesi in questo lasso di tempo erano a conoscenza del fatto che il nitrato di ammonio fosse immagazzinato nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Ed erano ben consapevoli dei pericoli che comportava.

Una tragedia annunciata

Al Jazeera ha fatto luce sulle origini di questo carico mortale:

Il carico di nitrato di ammonio è arrivato in Libano nel settembre 2013, a bordo di una nave mercantile di proprietà russa battente bandiera moldava. Il Rhosus, secondo le informazioni su Fleetmon, il sito di localizzazione delle navi, si stava dirigendo dalla Georgia al Mozambico.“

È stato costretto ad attraccare a Beirut dopo aver affrontato problemi tecnici in mare, secondo gli avvocati (PDF) che rappresentano l’equipaggio della barca. Ma i funzionari libanesi hanno impedito alla nave di salpare e alla fine è stata abbandonata dai suoi proprietari e dall’equipaggio – informazioni parzialmente confermate da Fleetmon.

“Il carico pericoloso della nave è stato quindi scaricato e collocato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, una grande struttura grigia che si affaccia sulla principale autostrada nord-sud del paese all’ingresso principale della capitale.

“Mesi dopo, il 27 giugno 2014, secondo i documenti condivisi online l’allora direttore delle dogane libanesi Shafik Merhi ha inviato una lettera indirizzata a un anonimo “Giudice delle questioni urgenti”, chiedendo una soluzione alla questione del carico.

“I funzionari della dogana hanno inviato almeno altre cinque lettere nei successivi tre anni – il 5 dicembre 2014, il 6 maggio 2015, il 20 maggio 2016, il 13 ottobre 2016 e il 27 ottobre 2017 – chiedendo indicazioni. Hanno proposto tre opzioni: esportare il nitrato di ammonio, consegnarlo all’esercito libanese o venderlo alla Lebanese Explosives Company, un’azienda privata”.

Una lettera inviata nel 2016 rilevava che non c’era stata “nessuna risposta” da parte dei giudici a richieste precedenti.

Supplicava:

“In considerazione del grave pericolo insito nel mantenimento di queste merci nell’hangar in condizioni climatiche inadatte, ribadiamo la nostra richiesta di richiedere all’agenzia marittima di esportare immediatamente queste merci per preservare la sicurezza del porto e di coloro che vi lavorano, o di cercare un accordo per la vendita alla Lebanese Explosives Company.

“Ancora una volta, non ci fu risposta.”

“Un anno dopo, Badri Daher, il nuovo direttore dell’amministrazione doganale libanese, ha scritto ancora una volta a un giudice.

“Nella lettera del 23 ottobre 2017, Daher ha esortato il giudice a prendere una decisione sulla questione in virtù del pericolo… di lasciare queste merci nel luogo in cui si trovano e per coloro che vi lavorano “.

“Quasi tre anni dopo, il nitrato di ammonio era ancora nell’hangar.”

Un regime capitalista corrotto

Giornalisti e osservatori internazionali, dando prova di estrema ingenuità o estrema stupidità, si chiedono come sia possibile che grandi quantità di materiale altamente esplosivo siano state immagazzinate per così tanto tempo (apparentemente dal 2014) nel mezzo di un’area densamente popolata proprio nel centro della capitale del Paese.

Magari loro trovano queste cose sorprendenti. E trovano ancora più sorprendente il fatto che nessuno abbia fatto domande su questo incredibile stato di cose. Non sono state effettuate ispezioni. Oppure, se sono state fatte, non venivano mai stilati rapporti, non venivano effettuati arresti, e questo enorme barile di polvere da sparo è rimasto là finché non ha fatto saltare in aria il porto di Beirut.

Ma nessuno in Libano si sogna di porre domande del genere, per l’ottima ragione che la risposta è loro nota. È in questo modo che vengono condotti gli affari pubblici in Libano. Così stanno le cose. Così continueranno ad essere finché l’attuale sistema marcio avrà la possibilità di restare in piedi.

La maggior parte dei libanesi ha ben chiaro quali siano le cause profonde: la cattiva gestione onnipresente in uno stato gestito da una classe politica capitalista corrotta. Il porto di Beirut è noto alla gente del posto come la “Grotta di Alì Babà e dei 40 ladroni”, un luogo dove vengono nascoste grandi quantità di fondi statali sottratti e vengono pagate generose tangenti ai funzionari per evitare la fastidiosa necessità di pagare i dazi doganali.

I politici e i burocrati hanno commesso questi crimini impunemente per decenni. Ma tutto ha un limite. E il limite della pazienza delle masse libanesi è stato raggiunto. L’esplosione di ieri è stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Al Jazeera ha riportato le parole di Rima Majed, sociologa e attivista politica libanese:

Beirut non c’è più e coloro che hanno governato questo paese negli ultimi decenni non possono farla franca. Sono criminali e questo è probabilmente il peggiore dei loro (troppi) crimini fino ad ora.

Collasso economico

La banda di ladri che governava il paese ha presieduto a un collasso economico senza precedenti. Queste persone sono corrotte fino al midollo. C’è stato un crollo di fatto della lira libanese. La lira ha perso molto del proprio valore.

Ma mentre il tasso di cambio ufficiale è di un dollaro USA per 1.500 lire libanesi, sul mercato nero il cambio è a 4.300. I ricchi possono accrescere rapidamente il proprio capitale speculando sulla valuta in fase di apprezzamento. Diventano ancora più ricchi, poiché l’iperinflazione ha distrutto il tenore di vita dei poveri e spazzato via i risparmi di una vita della classe media.

Una manciata di parassiti capitalisti ultraricchi ha fatto enormi fortune con truffe, furti e corruzione. Hanno saccheggiato le finanze pubbliche, arricchendosi allegramente mentre accumulavano il debito pubblico al punto che, inevitabilmente, il governo libanese è dovuto andare in default sul suo debito nel mese di marzo. Hanno letteralmente ridotto il loro paese alla bancarotta.

Il governo rivolge le proprie speranze al FMI e ad altri pacchetti di prestiti internazionali. Ma la borghesia internazionale non era molto entusiasta di cedere grandi somme di denaro a un gruppo di criminali corrotti a Beirut.

Non che fossero particolarmente preoccupati per gli aspetti morali della corruzione, ma semplicemente temevano (e avevano abbastanza ragione) che i gentiluomini a Beirut si sarebbero intascati i soldi e avrebbero accumulato nuovi debiti che non sarebbero stati in grado di ripagare.

Di conseguenza, se la sono presa comoda. Ora, però, di fronte a una tragedia umana di dimensioni spaventose, saranno costretti a concedere almeno qualcosa. Ancora una volta, non tanto per ragioni umanitarie quanto per paura delle conseguenze di un completo collasso del Libano nel contesto dell’intera regione.

Ma i cosiddetti aiuti esteri non risolveranno i problemi del Libano. Il semplice accumulo di debiti non risolverà nulla. Nessuno dei problemi fondamentali sarà stato affrontato e il popolo libanese riceverà il conto da pagare.

L’epidemia di COVID-19, che ha colpito il Libano più duramente della maggior parte degli altri Paesi, ha peggiorato la situazione di miseria generalizzata. I lavoratori si trovano di fronte a due opzioni: morire di fame a casa o rischiare la morte per mano del virus.

Cacciamoli via tutti!

Finché la vita in Libano sarà controllata da una manciata di avidi miliardari e dai loro corrotti burattini politici, nel concreto non cambierà nulla.

Hezbollah, che sostiene di difendere i poveri, guida un governo di unità nazionale dalle elezioni del 2018. Ma cosa ha fatto per aiutare i poveri e la classe operaia? Ha attuato politiche di austerità, contrarie agli interessi delle persone che l’hanno votato.

Il nuovo governo libanese, guidato da Hassan Diab, non è riuscito a risolvere nessuno dei problemi che il paese si trova ad affrontare. Questo non dovrebbe stupire nessuno, dal momento che non è stato formato per risolverli. Il governo è sostenuto e appoggiato da Hezbollah, dal Movimento Amal e dal Movimento Patriottico Libero.

Questi stessi partiti e politici erano parte dell’ultimo governo, che ha governato il paese per oltre due anni. Questo non è un governo del cambiamento, ma un governo dello status quo che ha portato il Libano all’impasse che deve affrontare oggi.

Non si può più riporre fiducia nelle mezze misure dei politici al potere. Devono essere mandati a casa tutti. Le masse possono fidarsi solo delle proprie forze.

È necessario un cambiamento radicale

L’anno scorso, il Paese è stato scosso da manifestazioni di massa, che hanno unito tutti i settori degli sfruttati contro il governo, in modo trasversale a tutte le linee di frattura settarie e religiose.

In un piccolo paese di sei milioni di abitanti, quasi 2 milioni di manifestanti sono scesi in piazza per la caduta del governo. È stata una fonte di ispirazione per i lavoratori e i giovani di tutto il Medio Oriente – in tutto il mondo, in effetti.

Neanche la pandemia di coronavirus ha fermato la rivoluzione. Il 28 aprile i lavoratori si sono riversati di nuovo nelle piazze del Libano in un’aperta dimostrazione di forza contro il governo.

Lavoratori e giovani del Libano!

È giunto il momento di porre fine a questa situazione intollerabile.

Ciò che serve non è questa o quella riforma, ma un cambiamento radicale – una rivoluzione, appunto.

Avete un potere enorme nelle vostre mani. Non si accende una lampadina, non gira una ruota e non squilla un telefono senza il permesso della classe operaia.

È necessario mobilitare questa forza per rovesciare il regime brutale, corrotto e ingiusto che ha portato il vostro paese alle sue attuali deprecabili condizioni.

Non ascoltate chi cerca di persuadervi a stare lontano dalle strade, ad aspettare tempi migliori, a credere che le stesse persone che vi hanno ridotto in rovina ora faranno miracoli per voi.

È una menzogna, una menzogna palese e scandalosa, come tutte le altre menzogne che vi hanno rifilato per tutto questo tempo.

Non potete avere fiducia nel governo, né in quei partiti e leader che lo sostengono, direttamente o indirettamente.

Particolarmente pericolose e controrivoluzionarie sono quelle forze che cercano di dividervi su basi settarie o religiose. L’unica forza della classe operaia sta nella sua unità. Non dobbiamo permettere a niente e a nessuno di indebolirla.

Cristiani e musulmani, sunniti e sciiti, uomini e donne, giovani e anziani – tutti gli oppressi e gli sfruttati nella società devono unirsi contro il nemico comune. Uniti si vince, divisi si perde! Che sia questo lo slogan combattivo della rivoluzione socialista libanese!

Le masse possono fidarsi solo delle proprie forze. Una volta che si sono mobilitate per cambiare la società, nessuna forza sulla terra può sconfiggerle!

5 agosto 2020

 

Articoli correlati

Giordania – Il movimento di massa fa cadere il Primo ministro

Lunedì 4 giugno, il primo ministro della Giordania, Hani al-Mulki, è stato costretto alle dimissioni. È questo il risultato di un crescente movimento di massa, che ha scosso il paese fino alle fondamenta.

Lo scontro tra Usa e Iran – Medio oriente tra guerra e rivoluzione

L’uccisione di Qassem Soleimani, capo delle milizie al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione e uomo forte del governo di Teheran, rappresenta un punto di svolta nello scenario mediorientale. Se con questo attacco gli Usa hanno segnato un punto a loro vantaggio, tuttavia ciò avviene in un contesto di progressivo indebolimento della potenza americana in Medio oriente.

La caduta di Aleppo e la resistenza del popolo curdo

La riconquista di Aleppo, la seconda città della Siria, da parte delle forze governative lo scorso dicembre, rappresenta un punto di svolta non solo nella guerra civile siriana, ma anche per il complesso delle relazioni mondiali. Una guerra civile sanguinosa, che ha distrutto un paese. Una tragedia umanitaria che ha pochi precedenti e che ha un unico responsabile: l’imperialismo.

Libia, Siria, Iraq – No alla guerra imperialista!

Tutto è pronto per l’intervento militare italiano in Libia. Il 25 febbraio scorso si è riunito al Quirinale il Consiglio supremo di Difesa che ha deciso di avviare la predisposizione del contingente italiano. Ashton Carter, capo del Pentagono, ha già fornito la benedizione a una coalizione guidata da Roma.

Attacco terroristico in Turchia: assassino è lo Stato!

Almeno 98 persone sono state uccise da due esplosioni nel più grave attentato della storia turca, altre centinaia sono rimaste ferite. Si tratta di una chiara prosecuzione della campagna di terrore contro le forze di sinistra in Turchia.

Autonomia, autodeterminazione, socialismo – Quali prospettive per la lotta del popolo kurdo?

La situazione in Kurdistan evolve a velocità accelerata. Mentre in Siria la conquista di Raqqa da parte delle Forze Democratiche Siriane (Fds), egemonizzate dai kurdo-siriani delle Unità di protezione del popolo (Ypg), è nella fase finale e infliggerà un ulteriore duro colpo all’Isis, nel Kurdistan iracheno il presidente e padre-padrone Massud Barzani ha convocato per il 25 settembre un referendum non vincolante sull’indipendenza.