7 Gennaio 2019

L’EZLN davanti a una nuova sfida

Nel 25° anniversario del sollevamento del 1° gennaio 1994, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha assunto una posizione di fronte al nuovo governo che in generale rappresenta lo stesso orientamento che era già stato proposto nell’ultima dichiarazione del Consiglio nazionale indigeno.

Questo posizionamento indica nel governo di Andrés Manuel López Obrador (tra alcuni aggettivi simpatici) il principale nemico, sottolineando che il suo obiettivo principale è quello di distruggere i popoli originari. Il testo completo può essere letto qui.

A nostro avviso, la dichiarazione, sia del maggiore Moisés che del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, è orientata non al popolo del Messico, ma ai membri dell’EZLN e al loro ambiente, poiché non esiste una strategia, non c’è iniziativa, l’idea di base è: “ci hanno preso di mira e li aspetteremo qui per resistere”.

Non c’è dubbio che durante questi 25 anni ci sia stata una trasformazione abbastanza palpabile nell’EZLN e attorno ad esso, e l’arrivo al governo di un movimento con un sostegno di massa e con una certa identificazione con la sinistra potrebbe implicare per il movimento zapatista il rischio della dissoluzione stessa, quindi la dichiarazione di questo 25° anniversario implica necessariamente una riaffermazione del significato stesso dell’esistenza dell’EZLN, ora che, per il momento, né il PRI né il PAN appaiono sullo scenario politico, devono segnalare a tutta la loro militanza che Morena e AMLO (n.d.t. Morena, Movimento di Rigenerazione Nazionale, è il partito di governo nato su impulso dell’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO) sono uguali a tutti gli altri e che il loro obiettivo principale è quello di distruggerli, generando così un ambiente di fortezza assediata, che genererà nei prossimi anni una politica che li identifichi.

 

L’inizio

L’appello del 1 Gennaio 1994 è ora lontana:

“POPOLO DEL MESSICO: noi, uomini e donne integri e liberi, siamo coscienti del fatto che la guerra che dichiariamo è un mezzo estremo, ma giusto. I dittatori stanno applicando una guerra genocida non dichiarata contro il nostro popolo da molti anni, quindi chiediamo la vostra partecipazione determinata a sostenere questo piano del popolo messicano di lotta per il lavoro, la terra, il tetto, l’alimentazione, la salute, l’istruzione, l’indipendenza, la libertà, la democrazia, giustizia e pace. Dichiariamo che non smetteremo di lottare fino a quando non raggiungeremo il soddisfacimento di queste richieste fondamentali del nostro popolo, formando un governo del nostro paese, libero e democratico ”

Dall’appello rivolto a tutto il popolo a combattere, in cui l’essere indigeno non era una linea di distinzione, dato che tutti gli abitanti erano chiamati a far parte dell’EZLN, si è passati alla difesa, alla riserva, all’isolamento e auto-esclusione come assi di sopravvivenza.

In linea generale, tre sono stati gli orientamenti di base del movimento zapatista e forse stiamo entrando in un quarto.

 

La lotta per un governo democratico

Chiapas, 1 gennaio 1994

Il primo è iniziato con la rivolta del 1994 e aveva come orientamento generale la promozione di un processo rivoluzionario in tutto il paese, per una forma di democrazia autentica: questa fase include il cessate il fuoco e tutta una serie di iniziative che combinavano l’appello all’organizzazione con iniziative politiche che si scontravano con lo stato, prima Salinista e poi Zedillista (n.d.t. Riferimento alle presidenze di Carlos Salinas prima ed Ernesto Zedillo successivamente, entrambi del PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale). In questo contesto è stato fatto un appello a una Convenzione Nazionale Democratica e a un governo di transizione (seconda dichiarazione, giugno 1994). In questo contesto è stata presentata anche la terza dichiarazione in cui è stato fatto un appello alla formazione di un Movimento di Liberazione Nazionale, proponendo anche una nuova costituente (gennaio 1995). La quarta dichiarazione del gennaio 1996 spinse per un Fronte di Liberazione Nazionale Zapatista.

In tutti questi casi esisteva una base di massa che sarebbe stata mobilitata, se necessario. Le iniziative implicavano un appello a tutte le organizzazioni di sinistra contrarie al governo, inclusi il PRD, Càrdenas e, naturalmente, AMLO. Si potrebbe dire che l’EZLN era un punto unificante di opposizione di massa al governo del PRI.

In questa fase, il governo stesso ha stabilito una strategia che ha combinato la negoziazione con la costruzione di una forza paramilitare come opzione armata contro l’EZLN. Naturalmente in questo solco si possono circoscrivere gli accordi di San Andrés e il massacro di Acteal, entrambi esempi delle tattiche bipolari del governo. All’interno del movimento zapatista gli obiettivi e i metodi si scontrarono portando all’inefficacia delle iniziative e ad uno spreco, tale che solo la reazione delle masse al massacro di Acteal poteva rompere il letargo in cui erano cadute.

 

La lotta per una legge dei diritti e della cultura indigena

La seconda fase della lotta dell’EZLN inizia con la quinta dichiarazione della Selva Lacandona in cui il riconoscimento di una legge sui diritti e la cultura indigene è fissato come obiettivo. Questa dichiarazione del gennaio 1998 sarà il riferimento principale da quel momento fino all’entrata al governo di Vicente Fox. In questo contesto si inserisce la marcia zapatista a Città del Messico si è svolta tra febbraio e aprile del 2001.

Va detto che all’inizio del governo Fox, lo Zapatismo era ancora il principale punto di riferimento per la sinistra nel suo insieme, e la marcia del 2001 rappresentava uno dei punti più alti, in quel momento, nonostante il fatto che gli incitamenti dell’EZLN non fossero più orientati alla sostituzione del governo ma all’approvazione di una legge dei diritti e della cultura indigena. Le masse vedevano l’EZLN come un faro di speranza: in realtà un trionfo per il movimento poteva significare che era possibile lottare e vincere. Nel suo momento migliore l’EZLN non ha fatto alcun appello, non si è rivolto alle masse che erano disposte a lottare. Dopo essersi sentito insoddisfatto del risultato della riforma del congresso, si ritirò. Con questo terminò la seconda fase del movimento zapatista.

 

La strategia del “caracol”

La terza fase, che chiameremo “la strategia del caracol” (n.d.t. Letteralmente strategia della lumaca. Caracol è il nome assegnato alle comunità rurali zapatiste), ha implicato un abbandono delle iniziative nazionali, per la formazione di un governo o l’approvazione si nuove leggi, passando al tentativo di costruire autonomie, governi locali, che a causa degli eventi divennero piuttosto strutture di organizzazione interna del movimento zapatista nei territori in cui erano presenti.

La sesta dichiarazione indica un primo momento di questa fase dalla metà del 2001 al 2005, un periodo in cui si costruisce un nuovo discorso orientato alla resistenza, che indica per la prima volta come un asse ideologico “l’anticapitalismo” e la conservazione dell’autonomia, anche se, ripetiamo, l’autonomia non rappresenta il controllo di un territorio, ma una forma di organizzazione.

La sesta dichiarazione faceva appello a un nuovo fronte politico, naturalmente definito ora in termini anticapitalisti e non elettoralisti, seguendo naturalmente le pratiche organizzative che erano già diventate classiche nei movimenti promossi dall’EZLN.

In quello stesso anno (2005) si impose il movimento intorno ad AMLO con un carattere di massa come non si vedeva dalla lotta contro i brogli elettorali nel 1988. L’EZLN e le organizzazioni attorno ad esso non sarebbero stati mai più il riferimento principale della lotta a livello nazionale contro il governo. Da allora fino al 2018 il centro dei conflitti a livello nazionale e le principali mobilitazioni contro il regime PRI-PAN sono ruotati intorno ai movimenti promossi da AMLO. A chiunque abbia esaminato queste circostanze è chiaro perché l’EZLN ha identificato AMLO prima come rivale e poi come nemico.

Dal 2005 in poi, il movimento zapatista ha cessato di essere un movimento di massa a livello nazionale, facendo riferimento a determinati settori urbani e universitari e ad alcune regioni in funzione delle alleanze con diverse comunità indigene che a lungo andare avrebbero costituito il Consiglio Nazionale Indigeno.

La sesta dichiarazione è servita come espressione pubblica di questa terza fase, della resistenza, dell’autonomia e dell’attesa. Attesa che è terminata con la campagna di Marichuy per la presidenza. La quale ha chiarito la forza e la presenza del movimento zapatista e la sua posizione di inferiorità numerica anche all’interno delle stesse comunità indigene. (n.d.t. La campagna per la candidatura di Marichuy alla presidenza del Messico è terminata con la fase della raccolta firme, non riuscendo a trovare il numero necessario di firme certificate per prendere parte alle elezioni. La maggior parte delle firme fu raccolta nei settori urbani, in particolar modo tra gli universitari).

 

La lotta per non scomparire

La quarta fase non può essere di resistenza passiva come fatto fino ad ora. Solo cercando di tornare a raccogliere la bandiera delle masse lavoratrici contro il capitalismo, sarà possibile per l’EZLN sopravvivere.

Il governo di AMLO, pur con tutte le buone intenzioni, è un governo che amministra il capitalismo e quindi preferirà i padroni quando la situazione lo costringerà a prendere una decisione su questioni chiave. Abbiamo bisogno di una sinistra che evidenzi chiaramente che è il capitalismo e non la corruzione il problema di fondo e che proponga persino la possibilità di un nuovo sollevamento armato, questa volta contro il capitalismo, se necessario. O si è abbastanza radicale da assumersene le conseguenze o si cadrà di nuovo nella simulazione, nel dire ma non nel fare. Un po’ come minacciare qualcuno con una pistola scarica.

L’altra opzione è accettare come non sia possibile affrontare il nuovo governo con le armi e fare un appello rivolto a negoziare una nuova legge o un accordo in cui l’EZLN esponga le inadeguatezze e i limiti di AMLO nel soddisfare le richieste delle masse. Ciò potrebbe diventare un forum di agitazione per un programma anticapitalista.

La cosa peggiore che si possa fare è semplicemente chiamare pazzo, o imprecare contro la madre di AMLO nel nome di Madre Terra, che mostrerà solo l’EZLN come una setta che non aspira alla rivoluzione, ma a sopravvivere rinchiusa nelle proprie zone autonome. I morti e i martiri della rivolta del 1° gennaio 1994 reclamano altro.

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