L’estate dei manganelli

Da Roma a Bologna sgomberi e violenze in nome del profitto

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Il ministro di polizia Minniti ha dichiarato qualche settimana fa di nutrire “timori per la tenuta democratica del paese”. E, da buon ministro repubblicano, deve aver pensato che se la democrazia (bene prezioso!) è in pericolo, la cosa migliore da farsi sia prenderla a legnate, per poi magari restituirla alla prima occasione dietro presentazione di regolare ricevuta.

Ecco quindi spiegata questa estate in cui le ondate di calore si sono alternate agli sgomberi e alle cariche poliziesche, in particolare a Bologna e a Roma, come si riferisce nell’articolo a fronte. Nel mirino come sempre gli immigrati, richiedenti asilo, profughi o “economici” che siano, le occupazioni abitative e i centri sociali, senza scordare le manganellate dei carabinieri contro gli operai della Comital di Volpiano (Torino) in lotta contro lo smantellamento dell’azienda e i conseguenti 138 licenziamenti.

Il pugno duro di Minniti si è esteso anche alle acque del Mediterraneo, dove un accordo infame ha subappaltato alle bande che governano la Libia il compito di fermare, dietro adeguato compenso, i migranti che arrivano da sud. Invece di annegare nel Mediterraneo sotto gli occhi delle telecamere e delle associazioni impegnate nella solidarietà potranno morire nel deserto o nei campi di raccolta in Libia senza che sui telegiornali arrivino immagini disturbanti. Esultanza di Renzi e del Pd per il “calo del 18 per cento degli sbarchi.”

Non a caso Minniti viene riconosciuto come un buon ministro dal popolo della destra, tanto che Alessandra Mussolini su Radio 24 ha detto che “sta facendo cose che avremmo dovuto fare noi e non abbiamo fatto”.

La corsa a destra non riguarda solo il Pd. Il sempre più candidato premier grillino Luigi Di Maio, dopo avere difeso la sindaca Raggi che “deve occuparsi prima dei romani” (i romani già tremano al pensiero…) ha invocato la legalità e l’ordine, ha ribadito che gli immobili occupati vanno sgomberati ed elogiato le forze dell’ordine, definendo “una frase infelice” la direttiva di un funzionario di “spezzare le braccia”. Il povero Salvini e i quattro fascisti che si tira dietro si sbracciano per cercare di fare più rumore possibile e distinguersi (non è facile!) in tanto letamaio razzista e forcaiolo. Ci provano con dichiarazioni truculente sui negri che stuprano e sui terroristi che invadono il Belpaese, inscenando provocazioni attorno ai centri che accolgono i profughi e con le solite azioni vigliacche come l’aggressione contro un compagno dell’Arci di Ombriano (Crema), alla quale bene hanno risposto in pieno agosto 300 antifascisti scesi in piazza a chiarire che contro i fascisti la guardia va tenuta sempre alta.

Il governo e i media vorrebbero trasmettere l’idea che in fin dei conti si tratta di tensioni circoscritte, che riguardano settori socialmente e politicamente marginali della popolazione. Non è forse il Pd il partito del buonsenso e del giusto mezzo, come ha dichiarato Matteo Renzi?

Si vuole chiudere nel silenzio, nella paura, nell’individualismo, nell’affidamento passivo al “benevolo” potere statale milioni e milioni di persone che sono spinte sempre più in basso dalla crisi economica e sociale. Proprio perché c’è un soffio di ripresa economica, i padroni vogliono la gente a testa bassa e a lavorare (chi ha un lavoro) senza osare alzare la testa e rivendicare i propri diritti sul posto di lavoro e fuori. Non a caso si contano già 591 morti sul lavoro in sette mesi.

È lo stesso silenzio che vuole il governo, che prepara l’ultima finanziaria prima delle elezioni, una legge che, è facile prevederlo, conterrà i soliti regali alle aziende spacciati per “misure per l’occupazione”, la prosecuzione dell’austerità e qualche promessa mirabolante per i pensionati e i redditi più bassi, nel classico stile da venditori di fumo a cui Renzi ci ha abituato in questi anni.

La sostanza è già stata detta da un anonimo banchiere nel seminario padronale di Cernobbio: “…qualsiasi governo esprimerà un ministro dell’Economia che farà le cose in sintonia con l’Europa, come è sempre stato da quando c’è l’euro”. In sintonia con l’Europa significa: 64 miliardi di interessi annui da pagare alle banche e almeno una 15ina di miliardi da trovare tra tagli e tasse per scongiurare l’aumento dell’Iva nel 2018.

Ma non basteranno né le menzogne, né i manganelli per far regnare la pace sociale. La crisi ha accorciato troppo la coperta, milioni di persone hanno ormai capito che il loro futuro è già stato distrutto. È verso di loro che dobbiamo rivolgerci, per fare di questo autunno una stagione di lotta e della prossima campagna elettorale il momento dello smascheramento per un sistema politico in cui i tre schieramenti (Pd, destra e 5 Stelle) si scannano fra loro per poi correre tutti a orecchie basse quando la borghesia li richiama con un fischio.

4 settembre 2017

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