11 Marzo 2020

CORONAVIRUS – L’epidemia è un’emergenza, ma la catastrofe è il capitalismo

Il contagio del nuovo coronavirus in Italia è in crescita. Al 10 marzo i contagiati sono arrivati a 10.149, i morti a 631, con un tasso di mortalità al 6%, più alto di quello registrato anche nella provincia dell’Hubei dove è iniziata la pandemia. Questa situazione segna il fallimento delle misure di contenimento messe in campo dal governo nelle scorse settimane.
Il tentativo di creare uno spirito da guerra nazionale, in cui contro un nemico misterioso e fatale ci dobbiamo stringere tutti attorno al governo, altrimenti tradiamo i martiri in prima linea, vuole nascondere le reali responsabilità di questa situazione, il carattere di classe e la confusione della gestione dell’emergenza.
Siamo convinti che le misure di prevenzione vadano applicate e che siano da prendere anche misure più radicali come il blocco delle attività non essenziali, oltre al potenziamento delle strutture sanitarie. Ma per farlo è necessario combattere questa retorica di unità nazionale e mostrare la reale essenza di questa crisi.

 

Responsabilità concrete, non una catastrofe inevitabile

L’emergenza sanitaria in corso mostra in modo impietoso gli effetti di 30 anni di tagli al sistema sanitario nazionale. Oggi le strategie di contenimento dell’epidemia hanno come obiettivo dichiarato evitare il “collasso del sistema sanitario”. Questa situazione non era inevitabile e non è causata da un nemico onnipotente, ma dal fatto che il sistema sanitario era fatto lavorare già normalmente ai limiti delle proprie possibilità. Chiunque conosce i tempi di attesa per un banale esame diagnostico, per una visita ambulatoriale, per un intervento in tempi normali; chiunque sia andato in un pronto soccorso sa che i letti nei corridoi e la carenza di personale erano la realtà quotidiana ben prima che arrivasse il nuovo coronavirus.
La spesa statale al Ssn si è ridotta negli anni fino ad arrivare al 6,5% del Pil. Sotto questa soglia l’Organizzazione mondiale della sanità stabilisce che uno Stato non è in grado di garantire il diritto basilare alla salute. Secondo dati ufficiali infatti a 11 milioni di italiani questo diritto non è garantito.
Dal 2009 al 2017 è stato tagliato il 5,2% del personale sanitario: 46.500 lavoratori in meno.
Negli ultimi 10 anni sono stati persi 70mila posti letto. Nei reparti acuti, oggi direttamente sollecitati, i posti letto ogni 100mila abitanti nel 1980 erano 922: oggi sono 262.
I posti letto in terapia intensiva sono 5.090 (dato Min. Salute 2017) per una popolazione di 60 milioni di persone: 8,92 ogni 100mila abitanti, occupati in media al 50%, con picchi ben superiori. Questi posti hanno a disposizione 667 ventilatori polmonari. Già negli scorsi anni i primari di terapia intensiva si lamentavano del fatto che appena c’era un po’ di influenza i reparti erano pieni. Al 10 marzo i ricoverati in terapia intensiva per il solo coronavirus sono 877, con saturazione dei reparti lombardi e richiesta di trasferimento dei pazienti in altre regioni, e il picco è ancora lontano dall’essere raggiunto, con conseguenze ancora peggiori.
Gli effetti di questi tagli in un contesto come quello attuale non solo erano prevedibili ma erano stati esplicitamente valutati. Uno studio della John Hopkins School assegnava all’Italia un “indice di sicurezza sanitaria globale” di 56/100, e una capacità di “risposta rapida e mitigazione di una pandemia” di 47,5/100.
Queste cifre oggi si traducono in vite umane. La Siaarti (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) ha pubblicato delle “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione ai trattamenti intensivi e per la loro sospensione”, in cui, a fronte della mancanza di attrezzature per la terapia intensiva, indica di scegliere a chi dare la ventilazione sulla base della probabilità di sopravvivenza e, in subordine, della stima di anni di vita di salvata. Uno scenario che il documento definisce sostanzialmente assimilabile all’ambito della “medicina delle catastrofi”. La stessa decisione di sospendere la maggior parte delle attività ambulatoriali e degli interventi chirurgici, per concentrare il personale e ricavare più postazioni di terapia intensiva, avrà a sua volta un costo umano (diagnosi ritardate, quadri clinici lasciati peggiorare, ecc.), che sarà difficile conoscere perché perso nei dati generali e fuori dai riflettori del “contatore” dell’emergenza. Chi potrà permetterselo, si rivolgerà per queste prestazioni alla sanità privata.
La sanità privata, che fa profitti stellari normalmente, ne farà ancora di più nell’emergenza, mentre la sanità pubblica regge l’urto della crisi. Che poi qualche struttura privata faccia campagne milionarie con l’aiuto di artistucoli da quattro soldi fa venire la nausea.
Il coronavirus è certamente un evento straordinario, ma non imprevedibile. È il quinto virus aggressivo negli ultimi 17 anni, un’eventualità a cui il sistema sanitario dovrebbe essere pronto a rispondere. Non dovrebbe riguardare la “medicina delle catastrofi”, ma una normale pianificazione. Qui la catastrofe è stata generata da scelte economiche e politiche in nome dell’austerità pubblica e della garanzia di profitto privato in un settore in cui è direttamente in gioco la vita delle persone. La catastrofe di chiama capitalismo, e chi ha approvato queste misure e fatto profitti con la privatizzazione della sanità ha la diretta responsabilità delle morti evitabili di queste settimane.

Il governo si fa scudo con l’enorme sforzo del personale sanitario ma non sta facendo nulla per cambiare questa gestione. I lavoratori della sanità restano tuttora senza il rinnovo del contratto nazionale. Il piano di assunzioni di 20mila lavoratori sbandierato e approvato tre settimane dopo l’inizio della crisi non prevede posti di lavoro stabili ma solo “incarichi di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, di durata non superiore a sei mesi” o “incarichi individuali a tempo determinato”, che al massimo potranno dare una priorità per futuri concorsi. Ancora più scandaloso il fatto che dal decreto sia sparita la proposta di inserire 5mila specializzandi.

 

La gestione della crisi

Con i decreti del 8 e 9 marzo il governo Conte ha voluto darsi un’immagine decisionista e determinata. La verità però è che l’emanazione di questi decreti ha certificato il fallimento delle misure prese in tutto il periodo precedente, in cui si è distinto per mancanza di pianificazione e prevenzione, per una gestione ad approssimazioni successive (sempre in ritardo sugli eventi), e per la contraddittorietà interna ai decreti.
È di fatto mancata un’azione preventiva e di rapida identificazione dei primi focolai. Questo per un virus che ha diversi giorni di incubazione asintomatica è decisivo per evitare la diffusione.
In Corea, paese che ha sviluppato un numero di casi paragonabili all’Italia ma dove la curva dei contagi sta già diminuendo, i tamponi venivano fatti già prima di avere un “paziente uno”. Ad oggi sono stati effettuati 200mila tamponi (in Italia ieri erano 60mila), con un ritmo di 20mila al giorno. Sono state allestite apposite stazioni dove il tampone poteva essere effettuato senza scendere dalla macchina, si sono usate telecamere termiche per uno screening della temperatura corporea, sono state usate app per mappare gli spostamenti delle persone a rischio. Questo ha permesso di prendere misure più mirate per isolare i positivi e i soggetti a rischio dal resto della popolazione, evitando la diffusione. Isolare tout court la popolazione, come sta avvenendo Italia, è una misura con una sua efficacia ma, potremmo dire, di ultima istanza, che ha peraltro l’effetto di favorire la diffusione fra chi sta nella stessa area di quarantena – territoriale o domestica.
In Cina questa azione è mancata inizialmente, e anzi si è cercato di negare l’esistenza dell’epidemia, c’è stato un allargamento della diffusione, e si è risposto con una quarantena della provincia dell’Hubei, con la chiusura di tutte le attività ma soprattutto con la mobilitazione di mezzi sanitari imponenti: creazione di ospedali, centri di ricovero pubblici divisi per livelli di gravità dei sintomi, tamponi a tappeto, fornitura di macchinari e mezzi di prevenzione in massa, afflusso di lavoratori sanitari da tutta la Cina. Sono stati queste risorse a fermare la diffusione, e non uno spirito di disciplina che oggi viene sbandierato in Italia per scaricare la colpa della diffusione dipingendo gli italiani come bighelloni indisciplinati.
In Italia non si è fatta né l’una né l’altra cosa. La ricerca del fantomatico “paziente zero” ha assunto i toni di un poliziesco più che di una sistematica azione di controllo a tappeto, e a parte la creazione delle zone rosse, i primi decreti erano contraddittori: si chiudono le scuole, ma si tengono aperti i bar fino alle 18, anzi no, fino a sera ma con la distanza di sicurezza, intanto però si può andare a lavorare. Si è arrivati a prevedere la possibilità di giocare partite di calcio in cui i tifosi di una regione fossero ammessi allo stadio, mentre quelli della regione confinante no, come se la diffusione del virus potesse seguire la psicotica divisione regionale del sistema sanitario.
Si sono diffuse circolari sulla gestione dell’emergenza negli ospedali, istruendo il personale alle scrupolose norme da rispettare, salvo accorgersi due giorni dopo che mancava tutto comprese in alcuni casi le famose mascherine e costringendo a lavorare senza le adeguate protezioni (oggi il 12% dei contagiati è personale medico, il che provoca un’ulteriore carenza di risorse). Si è fatta una campagna per cui chi non rispettava il decalogo igienico era dipinto come un untore, ma non si sono dati ai lavoratori strumenti basilari di igiene (i guanti ai cassieri di tanti supermercati, per dirne una). Ci sono migliaia di testimonianze del genere dai posti di lavoro.

 

Le sacre porte della proprietà privata

Il decisionismo del governo si è sempre fermato un passo prima di varcare le sacre porte della proprietà privata. La vita delle persone doveva essere disciplinata, i servizi chiusi senza fornire alternative o tutele per chi ne subiva le conseguenze (a partire dalla chiusura di scuole e asili) ma l’economia privata doveva continuare a fare profitti, persino con l’invito ad evitare gli scioperi, in un paradosso che racchiudeva la natura di classe delle misure prese e ne determinava l’inefficacia.
Il video #Milanononsiferma commissionato dal sindaco Sala era una lirica di produttivismo volontarista, con tanto di rivendicazione “abbiamo ritmi impensabili ogni giorno”, un’ode allo sfruttamento. Ancora il 10 marzo il Sole24ore, giornale di Confindustria, intitolava “Fabbriche aperte in Lombardia. Produzione avanti con cautele”. Quali cautele non è dato sapere. Alla St di Agrate a fronte di due casi positivi è stato sospeso solo il turno in cui erano inseriti i due lavoratori, mandando avanti il resto della produzione. Riceviamo testimonianze di fabbriche in cui con casi positivi registrati sono i lavoratori a doversi portare da casa le mascherine. Il padronato è terrorizzato dall’impatto economico di questa crisi e l’ultima preoccupazione è tutelare la salute dei lavoratori.
Sono i lavoratori stessi che in queste ore si stanno mobilitando per chiedere misure che garantiscano la sicurezza sanitaria o ancora di più per stare a casa: sciopero spontaneo alla Fiat di Pomigliano, sciopero bianco alla Leonardo, sciopero dei netturbini di Acerra, pressione sui delegati, ferie e assenze spontanee in molti posti di lavoro. È possibile che obtorto collo Confindustria arrivi a dichiarare una chiusura delle attività, almeno in alcune zone del paese.
La chiusura delle attività non essenziali per garantire la sicurezza sanitaria dei lavoratori è oggi una misura necessaria. Non deve però ricadere economicamente sulle spalle dei lavoratori. L’indicazione del governo a esaurire ferie e permessi deve essere respinta perché fa pagare il costo dell’emergenza ai lavoratori e oltretutto non sono strumenti che tutti hanno a disposizione. I giorni di chiusura devono essere retribuiti normalmente. Così come devono essere dato un salario garantito a chi oggi non ha garanzie e resta a casa e va istituito un fondo per tutelare i lavoratori autonomo e le piccole attività che sono messe in ginocchio dalla chiusura.
Il sindacato dovrebbe organizzare questa lotta. Ad oggi invece i vertici sindacali hanno disertato la difesa sanitaria ed economica dei lavoratori, subendo totalmente la retorica dell’unità nazionale e dei sacrifici, limitandosi a fare dei tutorial per spiegare l’applicazione dei decreti o al massimo spiegando tecnicamente come richiedere qualche ammortizzatore sociale.

A fronte di una situazione emergenziale, sono necessarie misure emergenziali. La tutela della salute collettiva dovrebbe essere messa al primo posto e si dovrebbe disporre di tutte le risorse a disposizione in modo coordinato e pianificato. È necessario:

-un piano straordinario di assunzione stabile di personale sanitario per far fronte alle necessità. Abolizione del numero chiuso nelle facoltà mediche.
-un piano per l’aumento dei posti letto e delle terapie intensive, a partire dal ritorno ai massimi storici. Blocco di tutti i progetti di riduzione delle strutture sanitarie.
-abolizione di tutte le misure di regionalizzazione e aziendalizzazione del sistema sanitario nazionale.
-precettazione immediata delle strutture sanitarie private senza indennizzo e loro utilizzo all’interno della gestione della crisi. Successivo esproprio delle strutture private e integrazione nel servizio sanitario nazionale con piene garanzie occupazionali.
-precettazione delle aziende strategiche per la produzione di strumenti e materiali sanitari per garantire la produzione su larga scala di strumentazioni mediche, di terapia intensiva e presidi di sicurezza personale da diffondere gratuitamente.
-blocco delle attività lavorative non essenziali che pongono a rischio la salute dei lavoratori, con l’eventuale riconversione di utilizzo di macchinari utili per far fronte alle necessità poste dalla crisi sanitaria.
-pieno salario per i lavoratori delle aziende bloccate. Salario garantito per i lavoratori non tutelati che restano a casa.
-controllo da parte dei lavoratori, a partire da Rsu e Rls, sulle modalità di lavoro nelle attività che devono restare aperte.
Le spese per far fronte a queste misure dovrebbero essere coperte non aumentando il debito pubblico e scaricandolo sulle spalle dei lavoratori, come è proposto oggi, ma annullando il pagamento del debito pubblico.

Misure essenziali come queste si scontrano con il funzionamento del sistema in cui viviamo, dove i mezzi di produzione sono nelle mani di pochi capitalisti, le attività produttive e i servizi sono dominati dalla ricerca di profitto anziché dal benessere collettivo, oltretutto in modo non coordinato. Basti notare che anche risolvere l’epidemia in un singolo paese oggi non darebbe alcuna garanzia sul rischio di un ritorno del virus se resta attivo in altri paesi. Sarebbe necessaria un’azione pianificata internazionale, ma nel capitalismo questa emergenza rischia di diventare solo una variabile in più nella guerra protezionista (in Italia pare difficile addirittura trovare una coordinazione fra le regioni).
Secondo le regole di questo sistema, le conseguenze economiche di questa pandemia si tradurranno in nuove politiche di austerità, compreso, paradossalmente, un ulteriore indebolimento della sanità. Oggi esiste un effetto iniziale di shock per la situazione creatasi, ma la reale essenza del sistema in cui viviamo si sta ponendo crudamente davanti agli occhi di tutti.
Senza lasciar passare molto tempo, appena cessata l’emergenza i padroni chiederanno conto dei danni subiti. Si scatenerà lo scontro per dividersi i finanziamenti pubblici (a debito), e si chiederanno sacrifici massacranti nei posti di lavoro per recuperare la produzione persa. Dopo la guerra contro il virus, ci verrà proposta la guerra per rilanciare il paese, in cui la carne da cannone dovranno essere ancora i lavoratori. Ma la retorica dell’unità nazionale è uno strumento che già è solcato da contraddizioni, e in breve tempo esploderà in mille pezzi.
Quel giorno presenteremo il conto a chi fa profitti anche in questa crisi, e sarà un conto molto salato!

Articoli correlati

La crisi della sinistra e le elezioni in Friuli-Venezia Giulia

Nel grande libro dei fallimenti della sinistra riformista in Italia, le elezioni del 4 marzo avrebbero dovuto rappresentare un’utile postfazione per chiudere un prodotto editoriale da cui nemmeno gli stessi autori hanno tratto nessuna lezione. Le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia del 29 aprile si preannunciano però come una quarta di copertina dai tratti tragicomici.

Il debito di Roma non va ricontrattato né pagato!

Lo strumento del debito pubblico (a livello statale o di enti locali) è la clava che negli ultimi 10 anni la classe dominante ha utilizzato per spezzare ogni politica di welfare a sostegno della popolazione. La sua morsa stringe da anni anche la Capitale.

L’appello di Falcone-Montanari e l’ipocrisia riformista

L’appello lanciato da Anna Falcone e Tommaso Montanari sul Manifesto del 6 giugno: “Un’alleanza popolare per la democrazie e l’uguaglianza” è l’ennesima operazione destinata al fallimento che ci viene riproposta dalla sinistra riformista da almeno 10 anni a questa parte con una dose se possibile anche maggiore di ipocrisia rispetto a quelle che tristemente l’hanno preceduta.

Movimento 5 stelle, unica opposizione possibile?

Le ultime elezioni regionali hanno registrato il consolidarsi in termini elettorali del Movimento 5 stelle. Un risultato, quello dei grillini, che non si traduce in un exploit in grado di

La Lega – Da sempre forti con i deboli e deboli con i forti

In queste settimane preelettorali la Lega per raccattare voti si propone come paladina a difesa dei lavoratori e degli interessi del made in Italy nella lotta contro l’austerità imposta dall’Ue. Sotto la veste del severo padre di famiglia (o della patria, padana o italica essa sia) che lotta per il bene degli italiani (prima il bene era riservato solo ai padani…), il programma di Salvini è reazionario ed intriso di razzismo.

La democrazia che vogliamo

Il 4 dicembre è stato convocato un referendum sulle riforme costituzionali proposte dal governo Renzi e approvate dalla maggioranza del Parlamento. I cambiamenti apportati alla Costituzione vanno tutti in un’unica direzione: quello di aumentare i poteri dell’esecutivo e diminuire quelli del Parlamento.