26 Marzo 2020

L’emergenza Coronavirus sfata il mito dell’unità europea

Con l’epicentro della pandemia di coronavirus che si è spostato in Europa, il continente si trova ad affrontare la crisi più grave dai tempi dalla Seconda guerra mondiale. Tutti i pilastri della cosiddetta integrazione europea stanno cedendo sotto la pressione di questa emergenza mondiale.

Proprio nel momento in cui la solidarietà e il coordinamento internazionale sarebbero più necessari, gli Stati europei stanno chiudendo le loro frontiere e si negano aiuti a vicenda, in un momento in cui la crisi economica che sopraggiunge aumenta la possibilità non solo della fine dell’euro, ma anche dell’Unione europea come la conosciamo.

La chiusura dei confini

La libertà di movimento sia verso l’interno che verso l’esterno dello spazio europeo di “Schengen” è stata sospesa, ma questo non è il risultato di un intervento coordinato delle autorità dell’Ue. Anche prima del 17 marzo, quando la Commissione europea ha chiuso le frontiere esterne dell’area Schengen con il resto del mondo, molti governi europei avevano deciso unilateralmente di chiudere le frontiere nazionali, impedendo l’ingresso anche ai cittadini dei paesi membri di Schengen.

Già il 13 marzo la Repubblica Ceca aveva annunciato che avrebbe chiuso le sue frontiere, e al momento in cui scriviamo quest’articolo 21 dei 26 Stati membri di Schengen hanno chiuso i loro confini. Tra questi ci sono: Germania, Italia e Francia. Si tratta di una situazione senza precedenti. Anche al culmine della crisi migratoria del 2015, le restrizioni ai viaggi all’interno dell’area Schengen sono state relative e di breve durata.

La gravità di questa crisi, che ha di fatto abolito la libera circolazione delle persone, è stata minimizzata come una misura temporanea e d’emergenza, ma vale la pena ricordare le parole di Jean-Claude Juncker, che come Commissario europeo, nel bel mezzo della crisi migratoria, dichiarò:

«Meno Schengen significa meno occupazione, meno crescita economica. Senza Schengen, senza la libera circolazione dei lavoratori, senza la libertà di viaggiare dei cittadini europei, l’euro non ha senso».

Non è stata fissata alcuna data per la riapertura dei confini nazionali e la Commissione europea ha poca voce in capitolo; può solo esprimere il suo parere sulle misure adottate dai governi nazionali. Ciò significa che il destino della libera circolazione delle persone in Europa, e con esso l’euro e il mercato unico, è nelle mani di 26 governi nazionali, tutti in lotta per garantire i propri interessi sotto la costante pressione di tendenze nazionalistiche e protezionistiche all’interno dei propri confini.

Considerando la durata prevista della pandemia, e gli effetti terribili che già incomincia ad avere, le possibilità di un rapido e ordinato ritorno all’Unione Europea che conoscevamo appaiono sempre più ridotte. Sarebbe sufficiente che un piccolo gruppo di paesi si rifiutasse di reintrodurre la piena libertà di movimento e Schengen non esisterebbe più. Questa solo atto rappresenterebbe una minaccia esistenziale per l’Ue.

Il blocco del commercio

La libera circolazione delle persone non è l’unica delle famose “Quattro Libertà”, minacciata dall’arrivo del coronavirus. Forse ancora più significativa è stata la riduzione della libera circolazione delle merci. Diversi stati membri hanno imposto restrizioni all’esportazione di forniture mediche, con la Germania che è arrivata persino a bloccare l’esportazione di mascherine sanitarie, suscitando proteste da parte degli altri stati membri.

Il libero scambio transfrontaliero è il fondamento economico dell’Unione Europea. Senza di esso il mercato unico non esiste. Il fatto che l’economia più potente d’Europa faccia passi così evidenti per ridurlo, è un’indicazione manifesta della profondità di questa crisi. In futuro potremo vedere ulteriori misure protezionistiche in tutta l’area commerciale, dato che gli stati più piccoli cercano di proteggere i propri interessi.

Qualcuno potrebbe chiedersi se esista ancora un’Unione Europea, considerando che i suoi principi fondamentali nei fatti sono stati aboliti, ma perderebbe di vista una parte fondamentale della natura di questo progetto. In realtà, l’Unione Europea non sono le sue regole, che possono essere (e sono state più volte) piegate e violate a piacimento dai principali paesi partner. L’Unione non si incarna nemmeno semplicemente nelle sue istituzioni. In definitiva, l’Ue rappresenta un accordo tra le potenze europee, secondo le quali una qualche forma di unione serve al meglio a tutelare i loro interessi. Ma, di fronte a una crisi di questa portata, questo accordo ha già cominciato a dissolversi in modo pericoloso.

Dove è finita la solidarietà?

Il crescente conflitto all’interno dell’Ue ha gettato nel panico i rappresentanti più lungimiranti del capitalismo europeo, sollevando un coro di appelli all'”unità” e alla “solidarietà” in tutto il continente. Il comitato di redazione del Financial Times ha persino pubblicato una dichiarazione, in cui si supplicava i leader europei di «parlare e agire con una sola voce», spiegando che «senza cooperazione e condivisione degli oneri, i principi di un’unione sempre più stretta non hanno senso».

Come i cittadini italiani hanno scoperto di recente, la “solidarietà” europea sembra ancora più carente dei ventilatori polmonari e delle mascherine sanitarie. E non è la prima occasione in cui una crisi sfata questo mito. Per ora, l’Italia è stato il paese più colpito dal coronavirus, con oltre 7.000 decessi finora confermati. Le autorità italiane si sono rivolte al resto dell’Unione Europea per ottenere attrezzature mediche già dal mese di febbraio, mentre lottavano per mantenere il servizio sanitario in piena attività. Non un solo Paese europeo ha risposto all’appello. Chi ha bisogno di nemici, con amici come questi?

Alla fine, non è stata la Germania o la Francia, ma la Cina a venire in soccorso dell’Italia, inviando un aereo con a bordo esperti medici e 31 tonnellate di rifornimenti, compresi i dispositivi di protezione, proprio quelli che il governo tedesco aveva fermato alla frontiera. Che la Cina sia in grado di intervenire in questo modo dimostra non solo l’ignominioso declino del capitalismo europeo, ma anche la crescente divisione nell’Unione tra gli stati più ricchi del Nord e i paesi come l’Italia, che economicamente si sta avvicinando sempre più alla Cina.

L’Italia non è l’unico paese europeo che guarda alla Cina in questa crisi. Il Presidente serbo, il cui paese sta negoziando l’ingresso nell’Ue dal 2009, ha recentemente rilasciato un sorprendente annuncio, condannando l’Europa per aver rifiutato di esportare forniture mediche e dichiarando: “La solidarietà europea non esiste. Si trattava di una favoletta messa per iscritto. Ho inviato una lettera all’unico paese che ci può aiutare, cioè alla Cina”.

Questo è solo l’inizio della crisi. Mentre la terribile situazione in Italia si riproduce in tutto il continente, le forze centrifughe presenti nel progetto europeo spingeranno verso una frattura dell’Unione. Ad oggi non si può escludere del tutto che, sotto la pressione estrema degli eventi, l’Ue possa rompersi. Ma i leader europei, ed in particolare i capitalisti francesi e tedeschi, si impegneranno a fondo per evitare che ciò accada. Quello che non possono tuttavia evitare è la crisi imminente, che trascinerà a fondo l’economia europea e con essa l’euro.

La crisi economica

Con la diffusione del virus, l’attività economica si è fermata a livello globale. Le filiere di approvvigionamento sono state interrotte e la domanda è crollata, visto che sempre più paesi stanno adottando misure di distanziamento sociale per combattere il virus.

In questa situazione, l’Europa viene trascinata in una profonda recessione. L’indice European Purchasing Managers (PMI) di questo mese, che valuta le condizioni del mercato, è sceso al livello più basso da quando è stato introdotto nel 1998. Goldman Sachs ha stimato che l’economia della regione subirà una contrazione dell’11 per cento nel prossimo trimestre.

Di fronte al collasso economico, gli stati hanno lanciato enormi pacchetti di stimolo economico sul modello keynesiano, sperando di alleviare almeno gli effetti peggiori della crisi. La Francia ha annunciato un “pacchetto di salvataggio” di 45 miliardi di euro, mentre l’Italia prevede di aumentare la spesa di 25 miliardi di euro. Anche il governo tedesco, che di solito tiene ben chiusi i cordoni della borsa, stavolta ha annunciato 150 miliardi di euro di nuovi prestiti per cercare di combattere la crisi.

La combinazione di un rapido aumento della spesa pubblica con il crollo del Prodotto Interno Lordo e degli introiti dalle tasse avrà un impatto enorme sulle finanze degli stati già indebitati. Una stima di Capital Economics prevede che i disavanzi di bilancio aumenteranno del 10-15 per cento in tutta la regione, facendo temere il ripetersi della crisi del debito sovrano dell’Eurozona nel 2009, che ha quasi provocato l’uscita della Grecia dall’euro.

Questa volta, però, al centro della crisi non c’è la Grecia, ma l’Italia, la terza economia della zona euro e uno dei membri fondatori dell’Ue. I rendimenti dei titoli di stato italiani avevano iniziato a salire all’inizio di marzo. Se questo processo non fosse stato controllato, avrebbe potuto rendere così costoso per l’Italia prendere in prestito denaro fino a che non sarebbe stata più in grado di mantenere l’attuale debito di oltre duemila miliardi di euro, figuriamoci di contrarre nuovi prestiti.

Con questa prospettiva disastrosa in mente, la Banca centrale europea ha annunciato un programma “bazooka” di acquisto di obbligazioni da 750 miliardi di euro, volto ad abbassare il costo dei prestiti per gli stati membri in difficoltà e a stabilizzare la moneta unica. La presidente della BCE, Christine Lagarde, in una drammatica inversione di rotta rispetto alla sua precedente posizione di “falco”, ha annunciato che “non c’è limite al nostro impegno per l’euro”. Ma nessuno stimolo della BCE, per quanto illimitato possa sembrare, sarà sufficiente a salvare l’euro dalla crisi imminente.

Ci aspettano ulteriori attacchi

Nessuno dei problemi profondi provocati dalla crisi del 2009 è stato risolto dopo quasi un decennio di “ripresa”. Infatti, la maggioranza degli stati europei registra oggi i livelli di indebitamento più alti mai avuti. Nel 2009 il debito italiano era pari al 116,6 per cento del PIL; nel 2018 sale al 134,8 per cento. Si stima che questa crisi potrebbe aggiungere dai 20 ai 50 punti al rapporto debito/PIL dell’Italia, che lo porterebbe ai livelli di insostenibilità raggiunti dalla Grecia.

E questa è solo la questione legata al debito pubblico. L’indebitamento delle imprese è salito alle stelle dal 2009, quando le aziende hanno cominciato a sfruttare il credito a basso costo messo a disposizione per far uscire l’Eurozona dall’ultima crisi. In definitiva, l’acquisto di più debito, che nel concreto l’unico programma presentato dalla BCE per fronteggiare la crisi, può solo rimandare e non certo impedire una crisi che, quando esploderà, sarà ancora più profonda.

Inoltre, l’imminente recessione mondiale colpirà probabilmente l’Europa ancora più duramente che nel 2008/09. La Germania, di gran lunga l’economia più forte del continente, è uscita relativamente indenne dall’ultima crisi, aiutata dalla sua potente economia di esportazione. Ora quella forza si è trasformata nel suo opposto, con il settore manifatturiero che è crollato mesi prima dell’inizio dell’epidemia di coronavirus.

Nel bel mezzo della crisi più profonda dalla Seconda guerra mondiale, la classe dominante tedesca non sarà disposta a finanziare un’estensione illimitata del credito a basso costo alle economie meridionali più deboli. Proprio come nel 2009, i capitalisti tedeschi e gli altri capitalisti del nord si lamenteranno di dover pagare i debiti dei “pigri” italiani, greci, portoghesi, ecc. In realtà, questo odioso coro sarà ancora più forte ora, con i cristiano-democratici tedeschi in crisi e sotto la pressione del partito nazionalista Alternative für Deutschland.

L’Eurozona ha ora effettivamente sospeso le proprie regole, come ogni altra istituzione europea, consentendo la “massima flessibilità” all’interno delle norme di bilancio per gli stati membri, con lo scopo di rispondere all’emergenza legata al coronavirus. Ma questa è solo una misura temporanea. A un certo punto, non molto lontano nel tempo, i lavoratori italiani dovranno pagare in cambio della dubbia “generosità” dimostrata loro dai banchieri durante la crisi.

Per portare il deficit di bilancio entro il 3% richiesto, il governo italiano dovrà effettuare ulteriori tagli ai servizi pubblici e duri attacchi alle condizioni di lavoro, mentre la popolazione verrà lasciata in balia del coronavirus. Il risultato sarà una crisi sociale e politica che potrebbe segnare la fine dell’euro.

Un sondaggio, svoltosi fra il 12 e il13 marzo, ha riportato che più di due terzi degli italiani ritengono oggi che l’appartenenza all’Ue sia “svantaggiosa”, rispetto al 47 per cento del novembre 2018. Se, abbandonati nell’ora del bisogno, i lavoratori italiani saranno poi costretti a pagare il conto della crisi, l’”Italexit” diventerà quasi inevitabile. Questo significherebbe la fine dell’Ue così come l’abbiamo conosciuta.

Per un’Europa socialista

Il fatto che tutte queste diverse crisi si verifichino esattamente nello stesso momento non è semplicemente un sottoprodotto accidentale del coronavirus. Nel suo complesso, questa crisi sta rendendo manifeste le numerose contraddizioni implicite nel progetto europeo. Stiamo assistendo a una nuova, acuta fase di disfacimento dell’Ue, frutto di contraddizioni che si stavano accumulando da anni.

Contrariamente ai pregiudizi dei liberali, l’unificazione dell’Europa su base capitalistica non è né realmente possibile né veramente progressista. In tempi di crisi, è inevitabile che ogni stato nazionale capitalista cerchi di proteggere i propri interessi a spese di tutti gli altri. Oggi, lo vediamo nella completa farsa dell'”unità” europea di fronte a una crisi umanitaria ed economica che costerà centinaia di migliaia di vite umane e peggiorerà le condizioni di vita di milioni di persone.

Il futuro dell’umanità esige che troviamo un’alternativa a questo incubo. Le risorse e le tecnologie disponibili ora in Europa potrebbero essere immediatamente mobilitate per affrontare la crisi sanitaria e provvedere alla popolazione del continente ed a quella del resto del mondo. Per fare tutto questo sarebbe necessario che la produzione e la distribuzione di queste risorse fosse pianificata su una base razionale e democratica. Ma sotto il capitalismo, questo è impossibile anche in una sola nazione, e impensabile su scala internazionale.

Sotto il dominio dei banchieri l’Europa è stata portata alla rovina. Ora è il momento degli Stati Uniti socialisti d’Europa.

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