19 Maggio 2021 la redazione

Lavoro sotto attacco! – L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

– 500mila posti a rischio

– Sfruttamento selvaggio e morti nelle fabbriche

– Basta con l’immobilismo sindacale. è ora di mobilitarsi!

 

Il 30 giugno prossimo scade il blocco dei licenziamenti introdotto all’inizio della pandemia. Per le aziende (piccole imprese e settore terziario) che attivano ulteriori settimane di cassa covid il blocco terminerà il 31 ottobre.

Circa un milione di posti di lavoro sono già andati persi dall’esplosione di questa crisi economica, ma il calvario per i lavoratori italiani è tutt’altro che finito.

Da un lato ci sono le crisi “note” che fanno (a volte) notizia nei telegiornali: la siderurgia (Taranto, Piombino), Whirlpool, Air Italy, Alitalia, Blutech (ex Fiat di Termini Imerese), Jabil, Embraco, Piaggio Aero… aziende che hanno da tempo avviato riduzioni o addirittura la dismissione delle attività.

Ma la massa dei posti di lavoro a rischio va ben oltre le decine di migliaia rappresentati nelle crisi di cui si discute al Ministero dello sviluppo economico a Roma.

Secondo uno studio recente, 73.200 imprese tra 5 e 499 addetti, il 15% del totale, di cui quasi 20mila nel Mezzogiorno (19.900) e 17.500 al Centro, sono a forte rischio di espulsione dal mercato. Di queste, una quota quasi doppia riguarda le imprese dei servizi (17%), rispetto alla manifattura (9%).

Il segretario della Cisl ha quantificato in mezzo milione i posti di lavoro a rischio, in aggiunta al milione già perso. Secondo Fabio Panetta, rappresentante italiano nel Consiglio della Bce, la disoccupazione reale in Italia è al 22 per cento, che sale al 25 se si includono i cassintegrati stabili.

Non c’è “riforma” degli ammortizzatori sociali che possa risolvere una piaga di questa portata.

C’è poi l’altro lato della medaglia: nelle aziende che hanno commesse, o dove la pandemia ha allargato il giro di affari, si tenta di imporre condizioni ancora peggiori, si aumentano i ritmi di lavoro e la precarietà si fa ancora più spinta. La catena di incidenti anche mortali, non è né casuale, né fatale. È una conseguenza diretta dell’aumento del ricatto nelle aziende e della passività del sindacato.

Il governo continua a proporre incentivi: per assumere, per confermare, per sostituire lavoratori anziani con nuovi assunti, per la sicurezza (come se il rispetto della sicurezza non fosse un preciso dovere aziendale, ma qualcosa da premiare in denaro!)… È l’unica cosa che sanno fare: regalare soldi ai padroni. Anche quando lo Stato si ritrova a controllare delle aziende (Alitalia, Ilva), lo fa solo per assumersi l’onere di ristrutturarle, per poi cederle ai privati non appena torni la prospettiva di fare profitti.

I dirigenti sindacali sono letteralmente immobili. Di fronte alla peggiore crisi da generazioni, di fronte alla minaccia di una ecatombe di posti di lavoro, la Cgil è ferma, paralizzata. L’apparato sindacale si è letteralmente messo in quarantena un anno fa, e non ne è ancora uscito. Passano da un incontro all’altro, da un ministero all’altro, piatiscono tavoli di trattativa, consultazioni, regolazioni… e tutto resta come prima.

Ma la situazione non permetterà a lungo di mantenere questa passività suicida e ignobile. A problemi straordinari servono risposte straordinarie. La borghesia peraltro lo sta dimostrando: di fronte all’emergenza i padroni e i loro governi si mettono tranquillamente sotto i piedi tutte le regole che in passato ci spacciavano come sacre e intoccabili. Invece dei bilanci in pareggio fanno un deficit stratosferico, mobilitano miliardi per ciò che giudicano “essenziale” (per loro!), usano lo Stato fregandosene allegramente di avere detto per decenni che solo il privato può gestire l’economia.

La classe lavoratrice deve imparare questa lezione. Per affrontare la crisi sociale servono misure drastiche e urgenti: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; in pensione a 60 anni o con 35 anni di contributi; lo Stato anziché regalare miliardi ai padroni deve rilevare direttamente le imprese che chiudono o licenziano e riavviarle sotto il controllo dei lavoratori; un vero salario per i disoccupati; abolizione delle leggi precarizzanti.

Solo su questa strada possiamo impedire che dopo la catastrofe sanitaria, una catastrofe sociale segni per anni la condizione del mondo del lavoro e della società intera.

16 maggio 2021

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