Lavorare senza fine? Diciamo No!

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Lavoro senza fine: questa è la vera risposta dei padroni alla crisi del capitalismo. La forza lavoro deve essere a disposizione senza regole e limiti di tempo: nella giornata, nella settimana, nella vita lavorativa.

Per arrivare a questo obiettivo è necessario distruggere ogni possibilità di difesa collettiva dei lavoratori: la merce forza-lavoro va contrattata individualmente, il lavoratore deve essere solo di fronte all’azienda, il sindacato sia solo un notaio che certifica il potere padronale.

È questo il vero significato delle dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti, che ritiene che l’ora di lavoro sia “un attrezzo vecchio”. Questo è il significato delle dichiarazioni del presidente dell’Inps Boeri che prefigura una generazione che andrà in pensione a 75 anni con pensioni ulteriormente falciate del 25 per cento.

Si tratta solo di avidità, fame incontenibile di profitti, cattiva volontà di imprenditori avidi e di politici loro servi? Non solo: tutta la storia ci dimostra che è stata solo l’azione collettiva dei lavoratori organizzati che ha saputo porre dei limiti al consumo sfrenato della forza lavoro. Il sistema capitalista, lasciato libero di seguire le sue tendenze naturali, tende allo sfruttamento senza limiti.

Le imprese stanno affrontando questa “ripresina” economica tentando di limitare al massimo gli investimenti, dato che le prospettive sono incerte e in molti settori esiste un eccesso di capitale investito. La concorrenza si fa sul massimo sfruttamento degli impianti esistenti e dei lavoratori impiegati.

marx_il capitaleLasciato a se stesso il sistema ha un solo limite: lavorare 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno. In passato il movimento operaio ha tentato di limitare il supersfruttamento con la lotta sindacale e con le leggi sulla giornata lavorativa, limitando il lavoro notturno alle industrie che non possono fermare gli impianti, introducendo maggiori tutele (salariali, riposi, riduzione d’orario) per compensare l’usura imposta ai lavoratori. Sono queste le “rigidità” che i padroni intendono demolire.

Negli ultimi anni la lista è lunga. La Fiat ha dato il via imponendo l’orario su 20 turni nei suoi stabilimenti, che significa addio a una settimana lavorativa e a un ciclo di vita “normale”. Inevitabilmente lo sfruttamento quasi continuo degli impianti Fiat si ripercuote a monte (fornitori) e a valle (trasporto, distribuzione, commerciale).

Le grandi catene di supermercati e del commercio allungano gli orari di apertura (aperture serali, notturne, festive, domenicali) e anche chi li rifornisce dovrà adeguarsi. Si prosegue con Fincantieri che ha preteso 104 ore di lavoro in più all’anno togliendo permessi e riduzioni d’orario, la Fondazione Don Gnocchi che dopo aver ottenuto 80 ore di lavoro in più senza sborsare una centesimo ora ha preteso di aumentare l’orario di lavoro da 36 a 38 ore, sempre a parità di salario, alle domeniche lavorative che dilagano, i negozi Carrefour aperti 24 ore. Né si tratta solo delle aziende private: la normativa europea sugli orari di lavoro nella sanità che prevede turni non oltre le 13 ore, almeno 24 ore di riposo nella settimana, almeno 11 ore di stacco tra un turno e l’altro sta facendo saltare gli ospedali che non riescono più a coprire gli organici.

Le deroghe ai contratti nazionali firmate dai sindacati nelle trattative aziendali non si contano più, e moltissime riguardano appunto orari di lavoro, straordinari non pagati e comandati, flessibilità a oltranza nell’impiego della manodopera.

Gli sfondamenti avvengono ormai apertamente sul terreno legale e contrattuale, ma questo non esclude le “buone vecchie abitudini” del lavoro nero, come conferma l’inchiesta di Report sullo scandalo dei voucher, usati per coprire migliaia di ore di lavoro nero.

Il lavoratore per le aziende è una “risorsa” sempre a disposizione, capace di guidare un camion per 60 ore alla settimana, di battere scontrini a una cassa di supermercato per 15 o 20 giorni di fila (e magari nelle pause sistemare gli scaffali, rispondere al telefono e “motivare la clientela” agli acquisti), di stare in catena di montaggio con ritmi saturati al 98 per cento… Un lavoratore, o una lavoratrice, senza vita sociale o familiare, per il quale vedere gli amici, stare con i figli, svagarsi, studiare sono solo tempi morti, subordinati alla creazione di profitto.

Disoccupazione senza fine per alcuni, lavoro senza fine per gli altri, questa è la “razionalità” del capitalismo. Per questo lo sciopero dei lavoratori del commercio, le lotte della logistica, e tutte le lotte di resistenza che si conducono nelle diverse categorie, non sono soltanto delle giuste battaglie sindacali. Devono diventare delle trincee di difesa di condizioni umane di esistenza che questo sistema non può più tollerare.

 

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