8 Giugno 2020 Claudio Bellotti

Lavorare da casa: i rischi di una nuova catena

Dire “Smartworking” suona bene e indubbiamente il lavoro da casa è stato in larga misura visto positivamente da chi ha avuto in passato l’opportunità di accedervi. Tuttavia con la pandemia la situazione è stata stravolta. La nicchia ristretta dello smartworking vero e proprio (lavoro in autonomia di tempi e luoghi, autogestito dal lavoratore) viene sommersa da una marea stimata in 8 milioni di lavoratori costretti semplicemente a lavorare fissi da casa (telelavoro).

Nel pieno dell’emergenza sanitaria nella valutazione diffusa hanno prevalso i lati positivi: continuità e integrità del reddito rispetto alla Cassa integrazione o alla fruizione forzata di ferie e permessi; abbattimento del rischio di contagio; “quadratura del cerchio” per milioni di famiglie che dovevano accudire figli lasciati a casa da scuola, oppure anziani che non potevano più usufruire di servizi assistenziali chiusi per effetto dei decreti.

La reazione prevalente dei portavoce del mondo aziendale è positiva: il padronato scopre all’improvviso di poter girare a suo vantaggio la nuova situazione e si moltiplicano gli appelli a investire in questa direzione.

Tuttavia quando si parla di organizzazione del lavoro la neutralità non esiste, tanto meno in un contesto come quello attuale in cui le aziende si preparano a esercitare una pressione feroce sui propri dipendenti come effetto della crisi in arrivo.

Si potrebbe fare un paragone valido con il part-time: uno strumento utile in determinati contesti, ma che nella realtà è diventato uno strumento spesso imposto, con il suo corollario di ricatti, sottosalario, flessibilità selvaggia.

I punti critici

Ci sono in primo luogo aspetti materiali: connessioni, computer, spazi di lavoro sono spesso a carico del dipendente, del tutto o in parte. La normativa sugli aspetti sanitari della postazione lavorativa viene meno. La necessità di condividere uno spazio domestico e una connessione con figli che devono seguire la didattica a distanza o con altri familiari che lavorano ha creato enormi disagi e una pressione psicologica che nel breve termine è stata affrontata con il volontarismo generato dall’emergenza sanitaria, ma inaccettabile come condizione strutturale.

Quando si parla di smartworking si intende una prestazione lavorativa, in genere a qualifica medio-alta, che consente notevole autonomia al lavoratore nella gestione del suo lavoro. Tuttavia la situazione attuale è ben diversa per la maggior parte dei lavoratori attivi da casa. Di fatto siamo di fronte a un lavoro che mantiene tutte le sue caratteristiche di subordinazione, con il risultato che il “lavoro per obiettivi” tende a trasformarsi in una moderna forma di lavoro a cottimo.

La conseguenza è una tendenza allo sfondamento dell’orario di lavoro, con una sorta di dissolvenza della differenza fra tempo di lavoro e tempo libero. Questo problema viene accresciuto esponenzialmente con la chiusura delle scuole e la presenza di figli minori a casa.

Si tende inoltre a generare una pressione psicologica tale per cui chi lavora da casa si considera in qualche modo “tenuto” a fare i salti mortali per conciliare le necessità domestiche e familiari con l’impegno lavorativo, rinunciando quindi ad usare appieno quegli strumenti (legge 104, congedi, ecc.) che pure leggi e contratti garantiscono, e tantomeno a lottare per un loro allargamento.

Non parliamo poi della vera e propria Caporetto della scuola, dove a questi disagi si somma la sostanziale impossibilità di fornire un insegnamento efficace, soprattutto ai più piccoli, e la forte dispersione della presenza degli studenti.

Donne e lavoro a distanza

Queste contraddizioni si scaricano proporzionalmente in misura maggiore sulle donne, e non solo per un fatto culturale, retaggio di una cultura maschilista. La base materiale si trova nel consistente divario salariale, di qualifica ecc., fra donne e uomini. In molte famiglie il salario della donna costituisce la parte minore, se non addirittura accessoria, del reddito complessivo e questo costituisce una spinta potente a scaricare sulle madri la maggior parte del peso del lavoro domestico, tanto più in condizioni di emergenza.

Un’inchiesta realizzata dalla Fondazione Di Vittorio, con oltre 6000 risposte, pubblicata il 18 maggio, mostra chiaramente come siano le donne a subire la maggiore pressione. Se la definizione del lavoro da casa come “soddisfacente” o “stimolante” trova una leggera prevalenza fra gli uomini, tutte quelle negative vedono una prevalenza di risposte femminili: “pesante” (+7% rispetto agli uomini), “complicata” (+8%), “alienante” (+3%), “stressante” (+9%). Il 71% (uomini e donne) teme l’aumento dei carichi familiari.

In Italia lavorano 9,8 milioni di donne. 5,4 milioni sono madri, delle quali 3 milioni con almeno un figlio minore di 15 anni. Questo basta a dare la dimensione della battaglia da fare, ma anche del potenziale di lotta collettiva che si può scatenare. Questi milioni di donne (e anche la gran parte dei loro mariti o compagni, dato che la consapevolezza è cresciuta) si trovano di fronte a uno Stato che sta letteralmente lasciando crollare quelle conquiste sociali, a partire dalla scuola pubblica, conquistati in generazioni di lotte dei lavoratori e delle lavoratrici. E non accetteranno passivamente di sobbarcarsi questo carico ed essere ricacciate alle condizioni delle loro nonne.

Unità e lotta collettiva

L’isolamento dai colleghi e dall’ambiente di lavoro è un altro punto critico, sia dal punto di vista sociale e culturale (per generazioni di donne andare a lavorare ha significato una rottura rivoluzionaria con le quattro mura domestiche), che da quello della lotta collettiva per migliorare la propria condizione di lavoro, salariale, ecc.

Per non parlare del problema del controllo a distanza, che non a caso vede in paesi come gli Usa o il Canada un forte incremento nella richiesta di software e sistemi di gestione adatti al controllo capillare dei dipendenti impiegati da casa.

Tutto questo chiama il movimento operaio a una discussione collettiva e di massa su una piattaforma che parta dal criterio non mediabile della volontarietà e si articoli sul terreno del controllo sulla prestazione lavorativa: orario, pause, disconnessione, separazione degli strumenti aziendali da quelli personali, controllo dei dati, diritti sindacali per impedire che con la scusa dell’emergenza venga scaricato sulle spalle dei lavoratori, e soprattutto delle lavoratrici, il peso del duplice fallimento dello Stato sociale e del mercato capitalista.

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