16 Settembre 2020 Andrea Davolo

L’accordo Israele-Emirati: tutto tranne che “pace”

L’avvio delle relazioni diplomatiche tra Israele ed Emirati Arabi sancito il 13 agosto rappresenta una svolta storica. Non si tratta semplicemente del primo paese della Lega araba pronto a normalizzare i rapporti con lo stato israeliano. Quello che l’accordo delinea è molto più di questo: la possibilità che nella regione mediorientale possa inaugurarsi una coalizione di paesi storicamente inedita in funzione anti-Iran.

Con buona pace dei diritti del popolo palestinese rispetto ai quali, per la verità, i regimi e le borghesie dei paesi arabi hanno sempre mantenuto una posizione ipocrita e formale. La rinuncia, che certamente non va intesa come definitiva, all’annessione della Cisgiordania annunciata da Netanyahu in luglio è il modo in cui gli Emirati hanno pensato di “salvarsi la faccia”. In realtà, lo stesso Netanyahu aveva già formalmente abbandonato il piano, diventato troppo pericoloso per la sua fragile compagine governativa, sia per il rischio di rivolte popolari che questo avrebbe prodotto nei territori, sia per la stessa opposizione che il progetto riscontrava fra la popolazione israeliana. L’accantonamento del progetto lascia in eredità a Netanyahu altri elementi di frizione nel governo, specialmente nei suoi rapporti con l’ala della destra più estremista. In ogni caso, l’accordo siglato determina l’abbandono da parte di un importante paese della Lega Araba della rivendicazione storica dello Stato palestinese.

Un fronte anti iraniano

L’accordo può essere definito “accordo di pace” solo con una buona dose di ipocrisia e di ottusità. Innanzitutto stabilisce la normalizzazione definitiva dell’occupazione israeliana di alcuni territori, in particolare della Cisgiordania. Inoltre perchè Israele, Emirati e gli altri regni del Golfo, tra cui soprattutto l’Arabia Saudita che ha concesso lo spazio aereo per il volo diplomatico tra Israele ed Emirati, hanno l’obiettivo comune di osteggiare e contrastare la crescente influenza politica, economica e militare dell’Iran nella regione.

L’accordo sembra quindi essere un primo passo verso un’alleanza politica e militare che segue vari momenti di convergenza di fatto realizzate nelle guerre in Siria e nello Yemen. D’altro canto, l’imperialismo Usa non avendo più l’autorità del passato e non potendo più intervenire direttamente nella regione, ha recentemente utilizzato sempre più lo Stato d’Israele come una propria testa d’ariete.

L’abbandono della formale posizione di scontro tra lo Stato ebraico e le monarchie arabe si è poi imposto come una necessità nel momento in cui all’isolamento storico di Israele nella regione si è accompagnata una sempre maggiore crisi della Nato, priva di una strategia omogenea, dilaniata da interessi nazionali divergenti, in primis quelli della Turchia e dell’ex potenza coloniale francese. In questo senso l’accordo del 13 agosto nasce nel tentativo di compattare un fronte regionale in cui alcuni tra i paesi arabi più importanti, in primis quelli del Golfo, supportino le iniziative israeliane.

Palestina

Il suddetto piano “di pace” porrà Usa, Israele e le monarchie del Golfo a fare i conti con le masse palestinesi. Nel corso dell’estate, Israele aveva sostanzialmente bloccato l’ingresso delle merci nella Striscia di Gaza, comprese importanti scorte di carburante necessario a garantire il corretto funzionamento dell’ospedale di Gaza, con gravi ripercussioni sui pazienti ricoverati in terapia intensiva, come denunciato dai medici palestinesi. Dopo settimane di attacchi e contrattacchi tra Hamas e lo Stato d’Israele, andati avanti lungo il confine per tutto il mese di agosto, i vertici del partito che controlla la Striscia di Gaza hanno firmato un accordo con lo Stato ebraico con la mediazione del Qatar. Hanie, il capo della corrotta leadership di Hamas, ha poi precisato che il patto include la realizzazione da parte del Qatar di progetti a beneficio di Gaza e servirà a contrastare la diffusione dei contagi di coronavirus.

Se l’interesse del Qatar, petromonarchia attualmente in conflitto con la monarchia saudita, è quello di posizionarsi come un attore significativo nel “Grande Gioco” in atto nel Medio Oriente, l’obiettivo di Hamas (e dello Stato d’Israele) è frenare la ribellione popolare nella Striscia di Gaza, la Grande Marcia del Ritorno, diretta contro il blocco israeliano e contro lo stesso Hamas, che ha definito la Marcia un “movimento non autorizzato” e che già in gennaio, e quindi molto prima dell’eventuale pretesto della pandemia, aveva imposto la fine delle mobilitazioni tramite l’intervento del braccio armato del partito, salvo poi in agosto deviare la rabbia della popolazione sui soliti metodi terroristici.

Libano

Dopo la catastrofica esplosione avvenuta a Beirut il 4 agosto, Macron ha fatto visita nella “terra dei cedri” con l’obiettivo esplicito di negoziare con il nuovo governo e soprattutto con Hezbollah, offrendo il proprio aiuto per stabilizzare il paese percorso da una grave crisi economica e da violente rivolte sociali che hanno superato le storiche fratture settarie e religiose e che sono state dirette contro il corrotto sistema di potere e contro lo stesso Hezbollah, partito storicamente legato all’Iran. Il tentativo di Macron entra in aperta contraddizione con il piano Usa per il Medio Oriente proprio perché il ridimensionamento dell’Iran non può che passare, in primo luogo, dal ridimensionamento del partito di Hezbollah. E infatti Israele ha fatto subito sapere che cosa ne pensa delle ingerenze francesi bombardando, il giorno successivo alla visita di Macron, siti militari utilizzati da Hezbollah nei sobborghi meridionali di Damasco.

Tuttavia, i problemi più enormi l’imperialismo francese li incontrerà nello scontro con le masse libanesi. Gli stessi giovani e lavoratori che in questi mesi hanno lottato contro le conseguenze della crisi economica e della corruzione e che hanno fatto cadere 2 governi nel giro di 10 mesi, non potranno digerire il programma di “riforme”, ovvero di tagli alle condizioni di vita dei lavoratori, posto come condizione per gli “aiuti” dalla Francia e dal Fmi.

Imperialismi contrapposti, potenze regionali, cricche burocratiche di partiti nazionalisti e religiosi, cercano di nascondere costantemente l’oppressione delle masse arabe dietro ad un paravento di ipocrite dichiarazioni di “pace”. La lotta rivoluzionaria delle masse, che è destinata a riprendere le fila delle mobilitazioni viste nel 2019, non può che far esplodere queste gigantesche contraddizioni.

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