7 novembre 2016

La rivoluzione non è un putsch

Note sul significato di un luogo comune stalinista ripreso da InfoAut

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La redazione di InfoAut, nella sua rubrica “Storia di classe”, ha ricordato la rivoluzione d’Ottobre con un breve articolo, perlopiù cronachistico, nel quale si assicura che Stalin fu la guida dell’insurrezione in qualità di membro del comitato a cinque eletto dal Comitato Centrale (CC) del partito bolscevico al fine di organizzare la presa del potere. Trotskij non è nemmeno nominato. Così scrive InfoAut:

“Nei giorni successivi [al 10 ottobre 1917] tutte le assemblee del partito bolscevico vertono sui preparativi dell’insurrezione armata: passa la proposta di Lenin, mentre colui che dirigerà le operazioni sarà Stalin”.

L’affermazione è sorprendente. In poche righe, il nostro autore ha prodotto un notevole groviglio di falsità, mezze verità, semplificazioni e superficialità. Per convincerci che crede in ciò che scrive, l’autore ribadisce la centralità di Stalin nell’insurrezione:

“La mattina del 24 ottobre, i membri del centro del partito per la direzione dell’insurrezione armata Stalin e Sverdlov elaborano un piano dettagliato per la rivolta”.

La mattina del 24 ottobre Stalin non è nemmeno allo Smolny, l’edificio del Soviet di Pietrogrado dove si riunisce il Comitato Militare Rivoluzionario. Ci torneremo più avanti.

In generale, due sono i punti della nostra critica, peraltro tra loro intrecciati: l’ignoranza – o la malafede? – sul ruolo effettivo svolto da Stalin nell’insurrezione e nell’anno 1917, nonché la concezione dell’insurrezione come azione essenzialmente tecnico-amministrativa. Si tratta di questioni niente affatto accademiche. Per decenni e a livello internazionale, lo stalinismo ha deformato la visione di che cosa sia una rivoluzione ed anche il suo immaginario. Capi infallibili e soli, masse che scattano sull’attenti davanti ai comandi di un leader onnisciente e “beneamato”, carri armati che rendono superflua e/o schiacciano l’azione cosciente degli sfruttati, partiti-guida nei quali la discussione è vietata ecc. Interpretare correttamente la dinamica di un processo rivoluzionario vittorioso, dunque, è parte di una preparazione teorica essenziale per chi pensa che il crollo dello stalinismo nel 1989-1991 non abbia cancellato la rivoluzione dall’orizzonte storico.

La riesumazione del “Manuale”

La fonte storiografica utilizzata da InfoAut per il proprio pezzo è la “Storia del partito comunista (bolscevico) dell’URSS” uscito nel 1938, in pieno terrore staliniano. Gli autori sono Stalin, Kalinin, Molotov, Vorochilov, Kaganovič, Ždanov, Mikojan e Beria. In quell’anno, quasi tutti i membri del CC bolscevico del 1917 sono stati già giustiziati da Stalin. Trotskij sarebbe stato ammazzato da un sicario staliniano nel 1940 in Messico, Rakovskij sarebbe stato fucilato ad Orel, in un gulag, nell’agosto del 1941.

Il “manuale” del 1938 è un’opera grondante di ciniche falsificazioni, utilizzata per glorificare Stalin agli occhi delle masse sovietiche. Stalin è diventato il capo assoluto del regime burocratico e dispotico nel quale era degenerato lo stato operaio sorto nel 1917. In quello stesso libello, Trotskij è apostrofato come “rabbioso oppositore dell’insurrezione”. Questo è il livello della menzogna.

Nel corso dei tre processi-farsa di Mosca, svoltisi tra il 1936 ed il 1937, molti dei principali dirigenti del partito bolscevico ai tempi della rivoluzione d’Ottobre erano condannati a morte con accuse infamanti, tra le quali quella di intesa con potenze imperialiste straniere già al tempo della rivoluzione o, al massimo, durante la guerra civile del 1918-1921. Se InfoAut ritiene il manuale staliniano del 1938 una fonte storica accurata, dovrebbe prendere in considerazione come attendibili anche queste ricostruzioni, la fonte è assimilabile. Per un paradosso soltanto apparente, a rivolgere quelle accuse a vecchi rivoluzionari bolscevichi è Andrej Vychinskij, all’epoca procuratore generale dell’URSS, menscevico fino al 1920 e avversario dei bolscevichi nel 1917 e durante la guerra civile.

Eppure, per orientarsi, basterebbe leggere il libro di John Reed (Dieci giorni che sconvolsero il mondo) sui giorni dell’insurrezione. Reed non menziona Stalin una sola volta in tutta la narrazione. Lenin, che pare abbia avuto un certo ruolo in quegli eventi, raccomandava la diffusione massima di quel testo in tutte le lingue ed in tutto il mondo.

Stalin nel 1917 fuori dalla falsificazione

Quale fu, dunque, l’azione politica di Stalin nell’Ottobre? Che cosa fu il “centro” per l’insurrezione nel quale egli fu designato? Per rispondere a tali questioni, oltre ad alcuni testi di Trotskij (Storia della rivoluzione russa e Stalin) ed al meraviglioso racconto di John Reed, sono più che sufficienti i protocolli del CC bolscevico del periodo agosto 1917/febbraio 1918. Gli storici che hanno studiato le edizioni di quei mesi della Pravda – Stalin era membro della redazione con Sokolnikov (giustiziato durante il terrore staliniano nel 1939) – hanno confermato e approfondito ciò che già chiariscono i protocolli del CC.

Nel corso del 1917 Stalin svolge quasi esclusivamente compiti organizzativi e tecnici legati alla vita dell’apparato del partito. Non esiste traccia di un suo ruolo nei soviet e nemmeno di suoi interventi pubblici – anche perché non era considerato un buon oratore. Nel partito, sin dalla vittoria della linea di Lenin a fine aprile 1917, a Stalin non è mai chiesto di partecipare all’estensione di documenti teorici e politici. Infatti, quando aveva avuto incarichi di direzione politica, aveva espresso un orientamento tutt’altro che rivoluzionario. Nel marzo 1917 Kamenev e Stalin avevano diretto il partito bolscevico su una linea di appoggio incondizionato al governo provvisorio, alla difesa nazionale (in piena guerra mondiale) e di unificazione coi menscevichi. Tale impostazione era stata rovesciata da Lenin, a partire dal suo rientro in Russia nell’aprile, attraverso una battaglia, inizialmente solitaria, ingaggiata con le Tesi di Aprile. Il primo membro del Comitato Centrale bolscevico ad unirsi alla battaglia di Lenin era stato Ivar Smilga, negli anni venti membro dell’Opposizione e poi giustiziato per ordine di Stalin nel 1937.

L’insurrezione non fa cambiare pelle a Stalin. Addirittura la mattina del 24 ottobre, quando il CC bolscevico si ritrova allo Smolny per lanciare immediatamente l’insurrezione, Stalin è assente. Rimane tutta la giornata alla sede della Pravda, completamente avulso dallo sviluppo tumultuoso e febbrile degli eventi. Quell’anno Stalin rimane piuttosto isolato non solo dalle masse, ma persino dalla loro rappresentanza sovietica – vivendo la rivoluzione soprattutto attraverso le lenti dell’apparato di partito. Non è un fatto casuale, ma piuttosto l’espressione di un tratto psicologico costante della sua militanza.

Del fantomatico “centro” di cui scrive InfoAut non ci sono tracce nelle pubblicazioni di partito e nemmeno in memorie dei protagonisti dell’epoca, fino a quando rimase vivo Lenin. Nel 1924, infatti, alcuni storici sovietici trovano traccia, nei protocolli della seduta del 16 ottobre 1917 del CC bolscevico, di una risoluzione su un “centro militare rivoluzionario”, comprendente anche Sverdlov, Uritskij, Bubnov e Džeržinskij. Gli staliniani gongolano sin da subito. Sarebbe stato il primo passo di una riscrittura della storia che procede all’inizio con prudenza, in parallelo al consolidamento del regime burocratico staliniano, fino a farsi verità di Stato nel manualetto del 1938, base per l’indottrinamento dei militanti dei partiti comunisti in tutto il mondo. Oggi, nel 2016, osserviamo con rabbia che qualcuno ancora ci casca o ci vuole cascare.

Per tornare all’ottobre 1917, la risoluzione del 16 ottobre aggiunge che quel “centro” avrebbe dovuto “diventare parte del Comitato Militare del Soviet”. Dunque, per essere chiari, la funzione del “centro” avrebbe dovuto essere quella di agire in modo complementare ad un organismo di tipo consiliare. La direzione bolscevica, infatti, ha già discusso e deciso che l’insurrezione avrebbe dovuto svolgersi sotto le bandiere di un organismo di tipo sovietico. Tra i dirigenti bolscevichi, tuttavia, non c’è alcun feticismo nemmeno nei confronti dei soviet. Nell’estate del 1917, infatti, nel mezzo della repressione seguita alle giornate di luglio, Lenin stesso aveva pensato e scritto che la demoralizzazione creata dal controllo sui soviet da parte dei partiti riformisti (menscevichi e socialisti-rivoluzionari) avrebbe potuto rendere necessaria la conquista del potere tramite i comitati di fabbrica. Quella prospettiva è accantonata non appena, ai primi di settembre, la radicalizzazione delle masse si esprime in una rigenerazione dei soviet stessi.

Il “nostro” centro, invece, dopo il 16 ottobre scompare. La riunione del CC del 20 ottobre procede come se quell’idea non fosse mai stata concepita, come accade più di una volta per decisioni organizzative assunte in mezzo ad avvenimenti febbrili e convulsi e talora superate dagli eventi. Anche il 7 ottobre, ad esempio, il CC bolscevico aveva eletto un “Ufficio d’Informazione per la lotta alla controrivoluzione”, composto da Sverdlov, Trotskij e Bubnov – inserito dopo il rifiuto di Stalin di esservi associato – che era una sorta di mascheramento per preparare l’insurrezione. Ma questo organismo, esattamente come il “centro” formato il 16 ottobre, non si riunisce mai. La sua vita è soltanto cartacea.

È un elemento basilare, e facilmente constatabile, che la rivoluzione d’Ottobre fu diretta dal Comitato Militare Rivoluzionario, organismo dipendente dal Soviet di Pietrogrado. Il suo presidente fu Lev Trotskij, eletto alla testa di quel Soviet ai primi di settembre da una maggioranza di delegati bolscevichi. La preparazione immediata dell’insurrezione e degli strumenti pratici per attuarla ricadde su questo organismo, che agì sotto la direzione del partito bolscevico in una vera e propria simbiosi. Il partito bolscevico, infatti, era il solo a portare avanti la parola d’ordine del rovesciamento del governo provvisorio e della presa del potere da parte dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati.

Lenin, il partito e l’insurrezione

Il 30 agosto 1917 Stalin pubblica sulla Pravda, senza alcun commento, un articolo di Zinoviev contro la preparazione dell’insurrezione. Zinoviev prevede che un’insurrezione a Pietrogrado finirebbe come la Comune di Parigi del 1871. Tre giorni dopo, Lenin scrive: “L’allusione alla Comune è assai superficiale e persino stupida. Perché, in primo luogo, i bolscevichi hanno comunque imparato qualcosa dopo il 1871. Essi non farebbero a meno di impadronirsi delle banche, non rinuncerebbero a un’offensiva contro Versailles; ed in queste condizioni anche la Comune avrebbe potuto vincere. Inoltre, la Comune non poteva proporre subito al popolo quello che potranno proporre i bolscevichi se prendono il potere e precisamente: la terra ai contadini, una immediata proposta di pace…”. La battaglia di Lenin per preparare il partito ad una brusca svolta tattica è iniziata. La questione dell’insurrezione come compito immediato è posta da Lenin in due lettere (Il marxismo e l’insurrezione e Perché i bolscevichi devono prendere il potere?) inviate a metà settembre del 1917 dal rivoluzionario russo, ancora nascosto in Finlandia, al CC bolscevico che, su proposta di Kamenev, decide di non metterle nemmeno a conoscenza del partito e di conservarne una sola copia per gli archivi. Tenace, Lenin continua la sua battaglia appoggiandosi soprattutto sullo “strato immediatamente inferiore dei quadri bolscevichi, più vicino alle masse e politicamente più fresco”(1).  È senz’altro Lenin, infatti, ad ispirare a fine settembre una risoluzione dell’organizzazione bolscevica di Mosca contro le esitazioni del CC, esigendo che “si prendesse una linea chiara e ben definita verso l’insurrezione”. La pressione organizzata da Lenin porta, brevemente, i risultati auspicati, ovvero un ennesimo riarmo ideologico del partito. Il 9 ottobre, la relazione di Trotskij al Soviet di Pietrogrado sull’importante decisione dei bolscevichi di uscire dal Pre-Parlamento si chiude con prospettive cristalline: “Viva la lotta aperta e diretta per il potere rivoluzionario nel paese!”.

I bolscevichi non erano dei cospiratori, benché sapessero servirsi di mezzi cospirativi in modo eccellente. Dichiararono sempre con onestà davanti alle masse ed ai soviet quale fossa la loro proposta politica. Il 10 ottobre, usando mezzi cospirativi, i bolscevichi tengono in gran segreto una decisiva riunione di 10 ore del CC per decidere dell’insurrezione. Lenin, sul quale pende un mandato di cattura, vi arriva con parrucca e senza barba. La posizione di Lenin, alla fine, è votata a maggioranza (10 voti), tuttavia Zinoviev e Kamenev vi si oppongono ed altri 3 membri del CC si astengono. La data fissata per l’insurrezione, il 15 ottobre, risulta irrealistica in primo luogo perché le esitazioni nella direzione del partito continuano ad esercitare un freno rispetto all’azione. L’11 ottobre, addirittura, Zinoviev e Kamenev prendono pubblicamente posizione, sul giornale di Gorkij, contro il partito e la sua prospettiva insurrezionale. Sono necessarie le riunioni del CC del 16 e del 20 ottobre, la prima allargata agli organizzatori bolscevichi più importanti di Pietrogrado, per mettere in marcia l’insurrezione, individuare definitivamente nel Comitato Militare Rivoluzionario lo strumento decisivo e nella difesa della guarnigione di Pietrogrado – che il governo Kerenskij voleva spedire al fronte a causa delle convinzioni rivoluzionarie e bolsceviche  dei suoi soldati – la questione, chiara alle masse, attorno alla quale precipitare lo scontro per il potere. La data dell’insurrezione ha come limite ultimo il 25 ottobre, giorno di apertura del congresso pan-russo dei soviet, che si prevede a solida maggioranza bolscevica.

Il Comitato Militare Rivoluzionario è innervato dai militanti bolscevichi che però, per sottolinearne il carattere sovietico, ne attribuiscono la segreteria a Lazimir, uno di quei socialisti-rivoluzionari (SR) di sinistra che in quel frangente marcia al passo coi bolscevichi. In ogni questione importante, è invitato alle riunioni del Comitato anche Sverdlov in qualità di collegamento diretto con l’organizzazione di partito bolscevica. La preparazione dell’insurrezione procede con grande slancio politico: requisizione di armi, controllo sulla stampa tramite il sindacato dei tipografi, conferenza dei comitati di reggimento di Pietrogrado il 21, con l’approvazione di una risoluzione che esigeva dal congresso pan-russo dei soviet di “prendere il potere e assicurare al popolo la pace, la terra e il pane”. Il 22, si svolge la grande “giornata del Soviet di Pietrogrado” fatta di assemblee pacifiche, nelle fabbriche e nelle caserme di Pietrogrado, per compattare operai e soldati e temprarne ulteriormente la volontà rivoluzionaria – contesto nel quale si segnalano anche alcuni interventi di socialisti-rivoluzionari di sinistra e di anarchici favorevoli anch’essi alla presa del potere. Il 23, infine, il Comitato Militare Rivoluzionario nomina dei propri commissari presso i reparti dell’esercito ed in tutti i punti-chiave della capitale Pietrogrado. Nei fatti, quelle misure esautorano il potere statale e governativo prima dell’insurrezione stessa. Osserva con acume Trotskij che “la parola ‘insurrezione’ non viene però pronunciata da nessuno dei dirigenti. Non solo per ragioni di prudenza, ma perché la parola non corrisponde alla situazione di fatto: si direbbe che tocchi al governo Kerenskij insorgere”.

Naturalmente, nel corso del mese di ottobre, ogniqualvolta esponenti del governo provvisorio chiedono ai bolscevichi, in riunioni del Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet o sulla stampa, di chiarire se e quando abbiano intenzione di insorgere, le risposte sono accorte, talvolta persino ilari. Come ricorda Trotskij, nella riunione di costituzione del Comitato Militare Rivoluzionario, un oratore menscevico tuona: “‘I bolscevichi non rispondono alla esplicita domanda: stanno preparando una rivolta? E’ una viltà o una prova di scarsa fiducia nelle proprie forze’. Nell’assemblea scoppiavano unanimi risate: il rappresentante del partito di governo chiede che il partito della rivoluzione gli apra il suo cuore”.

Infine, probabilmente, l’ultima importante infusione di energia per la vittoria dell’insurrezione è costituita dall’arrivo di Lenin alla Smolny nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre. Lenin, infatti, per motivi di sicurezza, non aveva avuto dal CC l’autorizzazione ad abbandonare la casa operaia del quartiere di Vyborg dove era nascosto. Sentendo che la situazione è appesa ad un filo, elude la sorveglianza, disobbedisce alle prescrizioni del CC e mette il marchio della sua intelligenza e del suo fervore rivoluzionario anche nelle fasi centrali dell’insurrezione. Nelle stesse ore, libero nei suoi movimenti, Stalin non vede ragioni per spostarsi dalla sede della Pravda allo Smolny. Aspetta di vedere, con cautela, la piega degli avvenimenti?

La mattina successiva, il 25 ottobre secondo il calendario giuliano, il congresso pan-russo dei soviet legittima l’insurrezione. In un discorso senza fronzoli e senza la ricerca dell’applauso, Lenin apre una nuova pagina della storia umana.

L’insurrezione, dunque, non è stata un colpo di mano cospirativo ma un capolavoro politico e tattico, frutto della fusione tra un partito formato da decine di migliaia di quadri marxisti di provata esperienza, gli elementi più lucidi e coraggiosi della sua direzione e la quasi totalità del proletariato disposto a lottare fino in fondo.

Questo è l’Ottobre. La paccottiglia di marca stalinista sarebbe ora di gettarla nell’immondizia.

 

(1)  L. Trotskij, Storia della rivoluzione russa, SugarCo, Milano, 1987. p. 639.

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