1 febbraio 2018

La ripresa è tutta per i ricchi

La ripresa economica è in corso e il governo uscente cerca di incassare consensi elettorali promettendo l’uscita dalle durezze di un decennio di crisi e una prospettiva di miglioramento.

Da quando esiste il sistema capitalista l’economia funziona secondo il ciclo di boom e recessione. Anche dopo le crisi più profonde, come accadde anche negli anni ’30, a un certo punto si manifesta la ripresa ciclica. In Italia è oggi più tardiva e più debole che altrove a causa soprattutto della depressione dei salari reali, che continua a mantenere bassi i consumi.

Le domande da porci sono quindi: 1) Sono superate le conseguenze della crisi del 2008? 2) Quali sono i limiti di questa ripresina?

Una montagna di debiti

Sull’economia mondiale incombe una vera montagna di debiti che si stima in 233mila miliardi di dollari, oltre il triplo del prodotto mondiale (77mila miliardi). Negli ultimi 10 anni questo debito è cresciuto di 71mila miliardi, negli ultimi 20 di 163mila. In altre parole la crisi è stata “superata” con un aumento incredibile del debito, in particolare dei debiti pubblici quando i governi hanno coperto (e continuano a farlo) i buchi delle banche e della finanza. Inoltre molti Paesi (in particolare la Cina) si sono pesantemente indebitati per finanziare una spesa pubblica di utilità decrescente allo scopo di creare un mercato aggiuntivo per le loro imprese.

Le Banche centrali hanno sostenuto questa politica del denaro facile abbassando i tassi reali fino a livelli prossimi allo zero e a volte persino negativi. Con le varie operazioni di Quantitative easing hanno messo in circolo oltre 15mila miliardi di moneta sonante, il più delle volte in cambio di carta straccia, titoli di valore più che dubbio che le banche hanno scaricato alla Bce, alla Federal Reserve, ecc.

Speculazione e diseguaglianze

Questo fiume di denaro facile, unito al fatto che gli investimenti produttivi rimangono bassi (se il mercato non cresce lo stimolo ad allargare la produzione rimane debole), sta gonfiando nuove bolle speculative proprio come nel periodo precedente al 2007.

Il caso del Bitcoin è solo il più clamoroso. Ma tutti i mercati borsistici sono a livelli record. A fine 2016 i valori delle azioni quotate nelle Borse ammontava a quasi 80mila miliardi di dollari, oltre il 100 per cento del Pil mondiale. Un simile livello non si raggiungeva appunto dal 2007, alla vigilia del crollo.

Così mentre politici e accademici continuano a straparlare di controllare la finanza, di evitare gli “eccessi”, di come si siano “apprese le lezioni della crisi del 2007” (proprio come in passato spiegavano di avere “imparato la lezione della crisi del ‘29”!) nel mondo reale questi “eccessi” e questa “speculazione” fioriscono più che mai.

La contraddizione è facile da spiegare: la finanza non crea un grammo di ricchezza reale, ma la sposta in misura consistente verso la minoranza di super ricchi che in tutto il mondo domina la politica, le istituzioni nazionali e internazionali del capitale, oltre a possedere i giornali e le tv dai quali ci spiegano che questo sistema economico è buono, giusto, efficiente e soprattutto senza alternative.

Le statistiche sulle diseguaglianze sociali sono talmente ripetitive da risultare scontate.

Dal boom delle Borse del 2017 i 70 (settanta!) personaggi più ricchi del pianeta hanno intascato oltre 1000 miliardi. I primi 500 super ricchi del pianeta hanno un patrimonio complessivo di 5.300 miliardi di dollari.

E in Italia? Secondo una ricerca recente, in 20 anni la quota di ricchezza nazionale detenuta dal 90 per cento meno benestante è scesa dal 60 al 45 per cento del totale, mentre il 10 per cento più ricco è passato dal 40 al 55. Il sorpasso è avvenuto proprio nel 2007. L’1 per cento dei fortunatissimi supera il 20 per cento della ricchezza nazionale.

Meno tasse ai ricchi

Così mentre le scimmiette ammaestrate del riformismo parlano di tassare la finanza e di giustizia fiscale, nel mondo si scatena una nuova gara dagli esiti potenzialmente distruttivi: sempre più Paesi, infatti, si mettono sulla strada delle riduzioni delle imposte ai ricchi e ai redditi da capitale. Nella riforma fiscale di Trump recentemente approvata dal Congresso, il principale beneficiario dei 1500 miliardi di riduzione delle imposte sono le imprese, con un taglio dell’aliquota base dal 35 al 21 per cento. Non manca inoltre uno scudo fiscale per fare rientrare parte dei 2.400 miliardi che le compagnie Usa hanno parcheggiato nei paradisi fiscali. Pagheranno un una tantum dell’8 per cento
(15,5 se contanti) anziché il regolare 35 per cento.

Dopo la Brexit anche la Gran Bretagna si mette sulla strada della concorrenza fiscale al ribasso per attrarre capitali. Nella campagna elettorale italiana vediamo la stessa spinta (non a caso Luigi Di Maio nel suo viaggio in Usa ha dichiarato di ispirarsi alla politica fiscale di Trump).

Se negli Usa si affermerà una politica che combina tagli fiscali e aumento dei tassi d’interesse, questa attirerebbe capitali da tutto il mondo mandando a gambe all’aria sia i paesi poveri, che per la gran parte si indebitano in dollari e che pagherebbero i propri prestiti molto più cari, sia la zona euro, dove un aumento serio dei tassi d’interesse causerebbe nuove crisi debitorie degli Stati e delle imprese, strozzando la ripresa.

La concorrenza aperta per risucchiare capitali potenzierà anche le spinte protezionistiche già presenti, precipitando il mondo in una nuova pesante crisi, mentre ancora non sono state superate le conseguenze di quella precedente. La gara per l’egemonia mondiale aperta fra Usa e Cina assumerà un carattere più convulso e violento destabilizzando tutti i rapporti internazionali.

La lotta di classe si farà ancora più esasperata e porrà in tutto il mondo i lavoratori di fronte alla necessità di lottare per rovesciare un sistema capitalista che offre ormai solo un futuro oscuro di impoverimento, guerre e decadenza sociale e culturale. Quei movimenti a sinistra che a livello internazionale hanno anticipato questo processo (Sanders, Corbyn, Podemos, Melenchon, ecc.) verranno messi alla prova e superati da nuove posizioni sempre più radicali e combattive. In questo gigantesco processo storico le idee e il programma del marxismo troveranno un consenso di massa nella lotta per una via d’uscita rivoluzionaria.

 

(dati: Il Sole 24ore 7 gennaio, Avvenire 22 dicembre)

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