29 Aprile 2020 Davide Fiorini

La Repubblica della FIAT

Sono bastate poche ore, con una velocità che tradisce impazienza, perché gli assetti di uno dei più grandi gruppi editoriali italiani venissero completamente stravolti.

Con un colpo di mano la nuova proprietà del gruppo GEDI, da giovedì 23 aprile controllato direttamente dalla famiglia Agnelli-Elkann, ha imposto un cambio di direzione alle testate più importanti controllate dal gruppo.

Maurizio Molinari, già direttore de La Stampa ha ora le redini de La Repubblica sostituito da Massimo Giannini, mentre la direzione della testata online Huffington Post passa nelle mani di Mattia Feltri, figlio e allievo di quel Vittorio le cui posizioni su omosessuali, lavoratori del Sud e donne sono tristemente note.

L’accordo commerciale, del valore di 102 milioni di euro, tra la CIR della famiglia Benedetti e la Exor Holding (guarda caso con sede in Olanda) di John Elkann, ha permesso infatti a quest’ultimo di mettere le mani sulla maggioranza delle quote societarie del gruppo, arrivando a controllare il 63% dei diritti di voto.

Lo sprezzo con cui Elkann ha proceduto al cambio di direttori in meno di 24 ore, non ha risparmiato neppure Carlo Verdelli, ormai ex direttore de La Repubblica che proprio il 23 aprile aveva ricevuto l’ennesima minaccia di morte e in difesa del quale proprio quel giorno la FNSI , l’associazione Articolo 21 e la rete No Bavaglio avevano organizzato un “tweet-storm”.

“Datemi una mano a far sentire forte l’indignazione di chi non vuole vivere in un Paese dove vengono minacciati giornalisti e si mina la libertà di stampa “, scriveva Nico Piro nel tweet che inaugurava questa iniziativa, poche ore prime che a Verdelli venisse dato il benservito dalla nuova proprietà del giornale.

Parole che oggi risuonano amare e mettono in chiaro quali sono i veri nemici della libertà di stampa.

 

Monopolio e libertà di stampa

Basta dare un’occhiata al mondo dell’editoria quotidiana e periodica in Italia per accorgersi che una situazione di sostanziale monopolio dell’informazione esiste già, a tutto vantaggio di enormi gruppi editoriali nei cui CdA siedono rampolli e rappresentanti dei più grandi gruppi finanziari ed industriali del capitalismo italiano.

Francesco Gaetano Caltagirone, il più famoso costruttore di Roma, possiede la maggioranza azionaria di Caltagirone Editore SPA, proprietaria del Messaggero di Roma, il Gazzettino di Venezia e il Mattino di Napoli.

Urbano Cairo, recentemente agli onori delle cronache per il video in cui gioiva per le opportunità di profitto aperte dall’epidemia di covid-19, è azionista di maggioranza in RCS MediaGroup e proprietario diretto della Cairo Communication. Una posizione che gli dà il controllo sul Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, il canale televisivo LA7 e una miriade di riviste periodiche di larga diffusione (Oggi, Di Più TV, Amica).

Silvio Berlusconi, proprietario diretto de Il Giornale, ha il controllo attraverso Fininvest di Mediaset e del Gruppo Arnoldo Mondadori, proprietario della Mondadori, dell’Einaudi e della Rizzoli, tre delle principali case editrici italiane.

Andrea Riffeser Monti, con il gruppo Monrif, oltre ad alcuni alberghi di lusso a Milano e Bologna controlla la maggioranza del network Quotidiano Nazionale a cui fanno capo Il Resto del Carlino di Bologna, La Nazione di Firenze e il Giorno di Milano.

Antonio Angelucci, imprenditore nel settore farmaceutico, già conosciuto per scandali nella sanità laziale, attraverso Tosinvest Finanziaria possiede invece la testata Libero ed è azionista di maggioranza nei gruppi che controllano Il Tempo di Roma e il Corriere dell’Umbria.

John Elkann, per ultimo, controlla direttamente quotidiani nazionali come La Repubblica, Huffington Post, La Stampa, Il Secolo XIX, testate locali come Il Tirreno, Messaggero Veneto, Il Piccolo, La Gazzetta di Modena e Reggio Emilia, le radio nazionali Radio Deejay, Radio Capital e Radio M2O e riviste di larga tiratura come l’Espresso, Micromega, Limes e Le Scienze.

Il quadro che emerge è particolarmente significativo: 6 uomini controllano in maniera diretta o indiretta la quasi totalità dei quotidiani nazionali e locali, radio e televisioni. Holding, finanziarie, società per azioni e presenze incrociate nei vari CdA delle aziende determinano un intreccio di interessi economici tra informazione, finanza e industria che rende bene l’idea di ciò che Marx ed Engels spiegavano già nel 1846: “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale “ (L’Ideologia Tedesca).

 

Informazione di classe

Che quello in GEDI non sia solo un riassetto organizzativo ma sia un cambio di passo politico dell’intero gruppo lo dimostrano i nomi dietro all’operazione e le tempistiche usate.

Con questa operazione la famiglia Agnelli “perfeziona” la sua stretta sul gruppo Gedi iniziata già nel dicembre del 2019 e che inizialmente prevedeva il controllo del 43% del pacchetto azionario, passato adesso al 60% grazie all’acquisizione di ulteriori titoli da parte della Giano Holding controllata completamente dalla Exon di Elkann.

La mossa di Elkann, incassato il via libera dall’AGCom all’intesa siglata con la CIR il 3 dicembre, è la più classica delle operazioni finanziarie fatta con le scatole cinesi di società che si controllano a vicenda.

Alla guida del gruppo quindi sale direttamente John Elkann, presidente di Fiat Chrysler Automobiles, a cui si affianca Maurizio Scanavino come amministratore delegato.

Sul piano editoriale Maurizio Molinari, promosso alla guida di Repubblica, diventa direttore editoriale dell’intero gruppo. Gli anni di addestramento ad abbaiare contro anarchici, centri sociali, No TAV e sindacati scomodi dalla tribuna del giornale storico della FIAT di Torino non andranno sprecati in questa nuova avventura editoriale che guarda caso avviene proprio nel momento in cui FCA si appresta a riaprire tutte le fabbriche chiuse per l’emergenza sanitaria attraverso un accordo sindacale che sulle pagine di questo giornale abbiamo descritto come un “pericolo apripista”

Il cambio alla guida di Confindustria con l’elezione di Carlo Bonomi dimostra che nella borghesia italiana, nel suo complesso, la linea dura delle riaperture a qualsiasi costo è passata. La fase 2 nella quale ci apprestiamo ad entrare segnerà un cambio di passo nello scontro di classe per il quale molti padroni si stanno già preparando, affilando alcune delle armi più preziose del loro arsenale: il controllo dell’informazione, l’orientamento dell’opinione pubblica, la calunnia programmata contro gli avversari di classe.

Ma se la verità è sempre concreta, ai cronisti sul libro paga del capitale lasciamo volentieri questo scoop: la lotta di classe non può essere censurata.

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