24 Settembre 2020

La mobilitazione dei dottorandi dell’Università La Sapienza – Non far pagare ai precari le conseguenze dell’emergenza

La pandemia di Coronavirus ha fortemente impattato su molteplici ambiti del mondo del lavoro e della società italiana. Andando spesso ad aggravare contraddizioni già esistenti ed a colpire duramente i soggetti più deboli e più precari.

Quello che è accaduto nel mondo dell’università e della ricerca pubblica non sfugge a questo contesto generale. Si tratta di un settore che negli ultimi decenni è stato massacrato dai tagli, ha visto diminuire gli organici e nel quale si è esteso sempre di più il ricorso a figure precarie. Alimentando la differenza tra atenei ricchi e poveri con il dilagare dell’autonomia universitaria. Oltre che la competizione tra i pochi fortunati che riescono a portare avanti brillanti carriere accademiche e un vasto numero di ricercatori che invece annaspa per anni (a volte decenni) in forme di precariato estremamente incerte.

In realtà ormai tutto il sistema della ricerca e dell’università si basa su di un intricato rapporto tra il ricorso al lavoro precario e i deliberati tagli ai finanziamenti pubblici. Si tratta di linee di tendenza di lungo corso, che però hanno subito una rapida accelerazione a partire dalla riforma Gelmini del 2010. Il modello di università li proposto fu perpetrato da tutti i governi che seguirono, nonostante apparentemente sostenuti da schieramenti diversi. Non si tratta solo dell’austerità tante volte invocata, ma da un complesso sistema che a partire dall’autonomia universitaria tende a trasformare gli atenei in aziende, la cui prima preoccupazione è il bilancio piuttosto che la didattica o la ricerca. In questa ottica diventa fondamentale tagliare le spese ed aumentare i ricavi. Per questo da una parte si riducono gli organici a tutti i livelli con il massiccio ricorso al precariato, dall’altra si aumentano le tasse per gli studenti e si incoraggia l’ingresso dei privati nell’università. Con conseguenze significative in alcuni settori specifici della ricerca, dove si mettono in piedi progetti cofinanziati pubblico-privati in nome della collaborazione con le aziende. Con il risultato che così i privati possono profittare della ricerca pubblica, acquisendo conoscenze tecnologie e brevetti ad un costo inferiore. Sfruttando gruppi di ricerca composti in maggioranza da precari che a fine progetto rischiano di rimanere senza lavoro.

L’aziendalizzazione dell’università si riflette anche nella spasmodica ricerca di strumenti per valutare la qualità e la produttività della ricerca. Sempre nell’ottica di dare un valore al lavoro negli atenei e di giudicare chi e cosa sia profittevole e chi no. Da qui la nascita e lo sviluppo di enti come l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), che divengono i principali decisori nell’attribuzione dei finanziamenti. Perpetrando in nome della “meritocrazia” le classiche logiche baronali, ed approfondendo sempre di più il divario nei finanziamenti tra atenei di Serie A e di serie B, con ovvie ricadute anche sulla possibilità di assumere e sulla vita dei precari.

In questo conteso si inserisce l’emergenza che stiamo vivendo in questi mesi. Molti di questi lavoratori a tempo determinato nell’università ricevono un salario (mediamente basso) per lavorare su progetti specifici che hanno una precisa scadenza temporale. Risulta evidente che non poter lavorare per mesi renda estremamente complicato concludere i progetti entro i tempi previsti, mettendo a rischio il proseguo delle carriere lavorative di migliaia di persone.

In questa cornice sono in particolare difficoltà coloro che lavorano nei gradini più bassi della ricerca universitaria, in special modo i dottorandi e gli assegnisti di ricerca.

I dottorandi in particolare sono, nella stragrande maggioranza dei casi, giovani laureati all’inizio di un percorso lavorativo nella ricerca, fortemente vincolati alla loro borsa triennale e all’ottenimento del titolo di Dottore di Ricerca, viatico fondamentale per continuare un percorso nell’università.

Senza contare che il sottofinanziamento degli atenei ha provocato una strutturale carenza di personale, facendo ricadere spesso sulle spalle dei dottorandi e degli assegnisti altre attività al di fuori dei loro stretti obbiettivi di ricerca. Impegni come collaborare alla didattica, lavorare nei laboratori, oppure svolgere di fatto funzione di assistenti dei loro professori di riferimento. Tutto spesso senza ottenere alcuna integrazione salariale per questo lavoro, che risulta nei fatti gratuito

La congiuntura internazionale del COVID-19 ha costretto la maggior parte dei dottorandi ad un’interruzione delle attività di ricerca in molteplici e fondamentali aspetti: ricerca sul campo; accesso ai laboratori; missioni all’estero; lettura, schedatura e consultazione di fonti d’archivio o di altri materiali indispensabili; spoglio delle pubblicazioni non recenti come nel caso dei periodici e delle fonti testuali non digitalizzate; compilazione di appunti e bozze necessari alla stesura della tesi o di altre pubblicazioni connesse all’esercizio della formazione dottorale; partecipazione a convegni, seminari, workshop formativi, ecc.

Il governo Conte nel Decreto Rilancio ha annunciato una proroga retribuita di due mesi per i dottorandi al terzo e ultimo anno della loro borsa, mentre non è stata decretata nessuna forma di tutela per i dottorandi al primo e al secondo anno, che pure sono stati parimenti investiti dalle conseguenze dell’emergenza. Stessa cosa per gli assegnisti.

Inoltre, la stessa proroga di due mesi si è rivelata uno strumento insufficiente a garantire il normale sviluppo dei propri progetti di ricerca ai dottorandi del terzo anno, giacché, anche nei mesi compresi fra maggio e settembre 2020, l’accesso all’insieme di quegli “strumenti”, che sono essenziali allo svolgimento del lavoro di ricerca, è stato fortemente limitato se non di fatto interdetto.

Sulla base di questa situazione estremamente complicata, vista anche la passività delle istituzioni accademiche e del Ministero dell’Università e della Ricerca, sin dalla primavera un gruppo di dottorandi dell’Università La Sapienza di Roma ha iniziato un percorso di confronto e discussione per cercare di elaborare una risposta alla crisi che stavano vivendo. L’ateneo romano conta più di duemila dottorandi (il numero più alto in Italia), normale quindi che nella vasta popolazione di giovani ricercatori ci si ponesse il problema di come affrontare questa situazione.

In seguito alla convocazione di una serie di riunioni da parte di un gruppo di dottori di ricerca, che vedevano vieppiù una crescente partecipazione, è stato prodotto un documento in forma di lettera inviato al Senato accademico della Sapienza. In questo appello, che è stato capace di guadagnare quasi settecento firme di precari dell’università in poche settimane, i dottorandi non solo ricostruivano la difficile situazione in atto, ma ponevano una serie di rivendicazioni:

Innanzitutto, l’estensione della proroga volontaria retribuita con fondi pubblici a sei mesi e a tutti i dottorandi borsisti, con analoghe forme di tutela per i dottorandi altrimenti finanziati, sollecitando il governo a prevedere misure di tutela e sostegno economico specifiche per questa ultima categoria già discriminata dalla normativa vigente. Inoltre, la richiesta si sposava con il rifiuto della valutazione individuale del singolo dottorando. Non si può pensare che le proroghe vadano valutate caso per caso sottoponendole ad una discrezionalità che poco a che vedere con la chiara impossibilità per tutti di svolgere il proprio lavoro.

Inoltre, si chiedeva che tali misure di sostegno da parte del governo non debbano avere ricadute negative sulla valutazione dei singoli dottorandi e dei programmi di dottorato a cui afferiscono. Nell’ottica secondo cui tutte le procedure valutative, che sono fondamentali sia nel percorso del singolo dottorando che nell’organizzazione dei corsi di dottorato, tengano conto del periodo straordinario che si sta vivendo.

Infine, si proponeva la sospensione della VQR 2015-2019 ad opera dell’ANVUR. La Valutazione della qualità della ricerca (VQR) è, in sintesi, la principale forma di valutazione accademica secondo la quale vengono erogati i finanziamenti pubblici da parte del ministero. I dottorandi sostengono la necessità di democratizzare il sistema della ricerca e di liberarlo da logiche di tipo aziendalistico. Considerando un grave errore la scelta da parte del ministero di non riconoscere l’attuale, oggettiva, impossibilità al normale funzionamento del sistema universitario e del conseguente normale svolgimento dell’attività di ricerca al suo interno.

Un’immagine del presidio del 23 luglio scorso

La lettera raccoglieva il sostegno dei rappresentanti in Sapienza della FLC CGIL e dell’Associazione Dottorandi in Italia (ADI), con le rispettive organizzazioni che ne davano diffusione a livello nazionale. In risposta a questo appello l’amministrazione della Sapienza si limitava a esprimere un generico rammarico per la situazione che vivono i precari, argomentando che comunque qualsiasi decisione in materia spetta al ministero e rendendosi disponibile solamente a indirizzare una lettera al Ministro dell’Università Manfredi dove si facevano presenti le difficoltà in atto.

Chiaramente l’impegno dei dottorandi e dei precari non si è esaurito con la scrittura di questa lettera. Sulla base di questo documento è stato convocato un presidio fuori l’Università La Sapienza per il giorno 23 luglio, in concomitanza con una riunione della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Sotto la spinta di un settore di lavoratori il presidio è stato organizzato insieme alla FLC CGIL, alla piattaforma Ricercatori Determinati, all’ADI e all’organizzazione studentesca Link, vedendo una significativa partecipazione. Questo primo momento di mobilitazione in presenza riusciva ad ottenere un incontro di una delegazione dei manifestanti con il rettore della Sapienza ed il Presidente della CRUI, dove presentare le istanze dei dottorandi e dei precari. In questa riunione i rappresentanti dei rettori hanno di fatto ribadito lo scarico di responsabilità della situazione dei precari sul ministero, una sempre vaga comprensione delle difficoltà della fase, ed una evidente non condivisione delle critiche esposte dai rappresentati dei manifestanti contro il modello di finanziamento ora in essere nell’università pubblica, come sulla gestione delle stesse forme di contratto a tempo determinato.

Dopo il presidio di fine luglio, dai primi di settembre è stato riavviato un percorso di discussione tra i dottorandi, per continuare la mobilitazione. In questo percorso di discussione a nostro parere sarebbe necessario cercare di continuare a perseguire l’obbiettivo di allargare la mobilitazione a più precari possibile sia dentro che oltre La Sapienza, non rinunciando ad elaborare una piattaforma rivendicativa che possa coinvolgere anche altri settori di lavoratori dell’Università e gli studenti stessi, in particolare sul tema dell’aumento dei finanziamenti.

Per fare un salto di qualità giocherebbe un ruolo positivo una strutturazione maggiore della mobilitazione in corso. Ad esempio, costruendo un comitato di lotta dove discutere e votare le rivendicazioni, i documenti ed i nostri rappresentanti che devono rispondere alle istanze collettive e devo essere eleggibili e revocabili in ogni momento da parte del comitato. Questo con lo scopo di meglio organizzare la mobilitazione e dare una base partecipativa e democratica solida per tutti coloro che si vogliono impegnare nel movimento. Questo può aiutare ad avere maggiori forze nella convocazione di un nuovo appuntamento di mobilitazione in presenza, che possa essere ancora più partecipato ed incisivo del precedente. Valutando positivamente questo momento come un passaggio fondamentale sia per tentare di estendere la partecipazione al movimento che per sostenere le sue rivendicazioni.

Bisognerebbe cercare di concentrare ogni sforzo possibile perché si sviluppino percorsi simili in altri atenei, verso la costruzione di momenti di discussione e mobilitazione nazionale. Questo darebbe al movimento la possibilità di crescere e rafforzarsi, sia nella partecipazione che nella sua capacità di incidere.

Questi mesi hanno dimostrato che aspettando passivamente concessioni dall’alto non si otterranno vere tutele per dottorandi e precari. Questo deve spingere a cercare di costruire un consenso e un coinvolgimento sempre maggiori proprio per rafforzare la mobilitazione con lo scopo di esigere un riconoscimento delle rivendicazioni del movimento. Su questo è necessario incalzare anche le organizzazioni sindacali e le piattaforme esistenti come FLC CGIL, ADI e Ricercatori Determinati, perché non abdichino al loro ruolo nel sostenere e costruire la mobilitazione a livello nazionale.

In questa ottica anche partecipare ad un appuntamento come quello organizzato il 26 settembre dai lavoratori della scuola potrebbe essere una buona occasione per cercare di collegare le molteplici vertenze che coinvolgono i lavoratori della conoscenza in questa fase.

Cercando però di aver chiaro che il contesto in cui si muovono gli interlocutori istituzionali (dai rettori al ministero) resta quello di decenni di controriforme e di tagli all’Università. A nostro parere è necessario mantenere alta la guardia contro l’illusione che fantomatici provvedimenti espansivi legati al governo Conte, piuttosto che alle politiche dell’Unione Europea come il Recovery found e il MES, cambino drasticamente il paradigma di austerità con cui è stata gestita finora l’università in Italia. L’unica vera garanzia per i lavoratori precari della ricerca è la loro disponibilità a mobilitarsi e lottare per cambiare la situazione che stanno vivendo!

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