9 Giugno 2022 Claudio Bellotti

La guerra in Ucraina e il nuovo disordine mondiale

Dal conflitto ucraino sta emergendo una svolta fondamentale nei rapporti internazionali. Il mondo capitalista entra in una fase di “deglobalizzazione” o, più precisamente, della costruzione di blocchi di alleanze contrapposti che sempre più sistematicamente costringono tutti i paesi ad allinearsi all’interno dell’uno o dell’altro di questi blocchi.

La guerra non è stata la causa di questa svolta, ma ha portato l’ultimo colpo a un involucro all’interno del quale già da almeno un decennio ne maturavano le basi economiche. A sua volta però la guerra accelera questo processo e lo rende più consapevole nelle scelte della classe dominante.

La globalizzazione è stata una fase di circa un trentennio nella quale il capitalismo mondiale si è mosso in direzione della liberalizzazione degli scambi, della libera circolazione di merci e capitali e sotto una chiara gerarchia politica guidata dagli USA attraverso diverse istituzioni internazionali (Fmi, Wto, Banca Mondiale, ecc.).

 

“Deglobalizzazione”

Essa era entrata in stallo già con la crisi economica del 2008-2009, tuttavia per circa un decennio non è emersa una chiara tendenza che la sostituisse. La presidenza Trump negli Stati Uniti (2016-2020) ha per la prima volta reso manifesto che almeno un settore della classe dominante Usa si poneva il problema prioritario di riconquistare un’egemonia insidiata sul piano economico dall’ascesa della Cina e di altri paesi, e sul piano politico dagli esiti fallimentari delle diverse avventure militari (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, ecc.).

Tuttavia è solo oggi che il problema viene posto in tutta la sua ampiezza diventando l’asse fondamentale della politica estera USA, sulla quale si compatta la quasi totalità della classe dominante.

Ramstein, 25 aprile – Il vertice promosso dagli Usa

Se Trump prometteva che attraverso i dazi e la guerra commerciale avrebbe riportato l’America alla sua grandezza (“Make America Great Again”), Biden parla dello scontro fra “democrazie e autocrazie”, dove queste ultime sono da identificarsi in primo luogo con la Russia e la Cina.

Questa non è solo ideologia o propaganda: è la traduzione politica dello scontro fondamentale che oggi attraversa il capitalismo mondiale. Uno scontro per il potere economico e politico sul pianeta.

Da questo punto di vista il conflitto ucraino rappresenta un salto di qualità. Non si tratta dell’esito di un piano prestabilito a Washington, o a Mosca, bensì del frutto dell’evoluzione concreta e reale dello scontro. Le difficoltà incontrate dall’esercito russo hanno presentato agli USA l’opportunità di rispondere rilanciando il loro impegno in Ucraina ben al di là di quanto ipotizzato inizialmente.

La nuova strategia è stata sancita nel vertice di Ramstein del 26 aprile, quando i 28 paesi della Nato più Ucraina, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Qatar, Giordania, Kenya, Liberia, convocati dagli USA, hanno accettato che lo scopo del conflitto non era più la difesa dell’Ucraina, ma indebolire e rendere innocua la Russia.

Si concretizza così la linea dei settori più oltranzisti del blocco occidentale.

Su queste basi, e considerato che dall’altra parte anche la Russia ha ridefinito i propri obiettivi, nessuna ipotesi di trattativa è al momento in campo: la parola rimane alle armi.

 

Il ruolo delle sanzioni

Nonostante le fantasie dei giornali che parlavano di una Russia in procinto di crollare dopo pochi giorni, le sanzioni si sono dimostrate insufficienti per danneggiare seriamente lo sforzo bellico russo. Il rublo ha recuperato il suo valore, la bilancia commerciale russa registra attivi stellari grazie all’alto prezzo delle materie prime energetiche. Le compagnie occidentali si sono messe disciplinatamente in fila per pagare in rubli i loro acquisti di gas e petrolio e addirittura oggi è Putin a minacciare di ridurre le forniture ai paesi che giudica più ostili. L’economia russa pagherà quindi un prezzo, ma non si piegherà.

Il vero ruolo delle sanzioni è un altro: esse accelerano e sistematizzano una crescente divisione del mercato mondiale in blocchi contrapposti. È un processo dai tempi medio lunghi, in quanto investe le strutture materiali della produzione: fonti di approvvigionamento, vie commerciali, filiere produttive, mercati di sbocco, infrastrutture, ecc. È importante cogliere la profondità della svolta: l’obiettivo economico di una sostanziale indipendenza produttiva dei diversi paesi o blocchi di paesi nasce da un obiettivo politico, ossia di porsi nelle condizioni di poter minare o addirittura sottomettere l’avversario. È un completo capovolgimento rispetto alla fase precedente: se prima gli Stati si sottomettevano all’obiettivo economico dell’apertura degli scambi, ora è il capitale a doversi sottoporre all’obiettivo politico dettato dagli Stati.

Il fatto che si tratti di un processo dai tempi lunghi non significa che non ci saranno accelerazioni anche drammatiche. La crisi nei rifornimenti alimentari e di fertilizzanti, aggravata dalla guerra e dai provvedimenti autarchici di diversi paesi (ultima l’India) che bloccano le proprie esportazioni agricole, farà esplodere ulteriormente i prezzi e in alcuni casi rischia di generare vere e proprie carestie e insurrezioni di massa.

Alla base di questo scontro ci sono fattori strutturali fondamentali. In particolare:

1) Lo stato di profonda crisi dell’economia, che non si è mai veramente ripresa dopo la crisi del 2009 e che vede quindi le diverse borghesie in uno scontro sempre più acuto per sottrarsi reciprocamente mercati, risorse, territorio economico in generale.

2) Lo squilibrio sempre più marcato tra il relativo declino dell’imperialismo USA (che tuttavia rimane la potenza principale) e l’ascesa della Cina, nonché di una serie di potenze regionali (Russia, Turchia, India, alcuni paesi del Golfo, ecc.) che si rendono almeno parzialmente indipendenti da Washington. Se nel 1991 il PIL dei sette principali paesi “emergenti” era pari solo al 37% di quello dei paesi più sviluppati riuniti nell’Ocse, oggi lo sta per sorpassare.

Le fratture nel mercato mondiale e nei rapporti internazionali sono la manifestazione della contraddizione tra la vecchia sovrastruttura e questa nuova realtà economica.

 

Scontro valutario e politiche monetarie

La “deglobalizzazione” si manifesta sul piano produttivo, finanziario (dei mercati dei capitali) e valutario. Su questi ultimi due piani il processo è assai più rapido. Già con la pandemia le politiche di bilancio degli Stati sono state stravolte dai vari piani di rilancio (il Recovery Plan nella UE, i vari piani Biden negli USA, ecc.) finanziati con una enorme iniezione di capitale fittizio da parte delle banche centrali, che hanno letteralmente inondato il mondo di valuta. Questa è una delle cause principali (ma non l’unica) dell’esplosione dell’inflazione a partire dall’estate 2021.

Di fatto i mercati dei capitali sono stati messi in mora, narcotizzati dal fatto che la BCE, la Fed, la Banca d’Inghilterra, ecc., erano pronte a rilevare qualsiasi titolo, annullando così ogni rischio. Al tempo stesso i tassi d’interesse a zero o sottozero hanno alimentato nuove bolle speculative nelle Borse e non solo.

Oggi la libera circolazione dei capitali non ha lo stesso ruolo centrale nel funzionamento del sistema, mentre è cruciale il controllo degli Stati sulle valute. Come risposta alle sanzioni contro il rublo e le banche russe (con l’esclusione dal circuito Swift delle principali fra esse) e al sequestro delle riserve della banca centrale russa, si svilupperanno sempre di più i tentativi di utilizzare valute diverse dal dollaro per gli scambi commerciali, i prestiti, gli investimenti.

L’egemonia mondiale del dollaro è ancora netta, oltre il 60% degli scambi mondiali avviene in dollari. Non è possibile scalzarla facilmente, è uno dei frutti principali della vittoria degli USA nella Seconda Guerra Mondiale. Chi si aspetta che lo yuan cinese possa gradualmente soppiantare il dollaro come moneta mondiale prende un abbaglio. Lo scontro tra le valute sarà tuttavia parte non secondaria dello scontro per l’egemonia mondiale che è in pieno sviluppo.

Per fronteggiare l’ascesa dell’inflazione e il rischio di un’ondata di lotte salariali da parte della classe lavoratrice, le autorità USA hanno deciso di avviare una stretta monetaria. I tassi d’interesse sono in risalita e la Fed inizierà a scaricare parte dei 5.800 miliardi di dollari di titoli che detiene nel suo bilancio. Si prevede una riduzione di circa 1.000 miliardi nel giro di un anno, dei quali due terzi saranno titoli emessi dal Tesoro. Questa politica avrà conseguenze quali: 1) calo nelle Borse (già in atto dall’inizio dell’anno) e scoppio di diverse bolle speculative, compresa quella delle criptovalute. 2) Seri problemi, inclusi possibili fallimenti, dei paesi con debiti denominati in dollari, che vedranno innalzarsi gli interessi: Pakistan, Egitto, Argentina sono alcuni esempi. 3) Problemi simili si vedranno anche in Europa, come dimostra il fatto che lo spread sui titoli italiani ha ripreso a crescere.

La stretta monetaria può spingere il mondo oltre il bordo facendolo ricadere in recessione. D’altra parte spegnere l’inflazione che ormai è innescata non sarà un processo breve né facile. Si delinea una “tempesta perfetta” con prezzi in ascesa, economia in calo e una classe lavoratrice che in un paese dopo l’altro sarà costretta a scendere in lotta per difendere le condizioni salariali minime. La spinta alla sindacalizzazione negli USA, simboleggiata dai lavoratori Amazon, può portare a una vera e propria esplosione di lotte economiche e sindacali, come fu negli anni ’30 dopo la crisi del 1929. Un processo che avrà anche profonde ripercussioni politiche e un effetto su scala internazionale.

 

La Cina in crisi

La Cina, che in tutte le crisi degli ultimi trent’anni ha svolto il ruolo di ammortizzatore, oggi è un elemento di ulteriore contraddizione. La crescita economica rallenta vistosamente e la strategia “zero covid” mostra tutti i suoi limiti. Si stima che i nuovi lockdown coinvolgano in misura diversa 41 città, fra le quali Shenzhen, che producono circa il 30% del PIL cinese.

Le conseguenze sono fabbriche ferme o a produzione ridotta, ritardi nelle consegne, navi bloccate in attesa di fronte ai porti, ecc. Il regime ricorre a misure sempre più autoritarie ed ossessive, come chiudere i lavoratori nelle fabbriche per settimane (col pieno accordo delle multinazionali occidentali), segregazioni forzate, ecc., ma le conseguenze economiche sono pesanti e il consenso fra la popolazione è tutt’altro che solido, a differenza di due anni fa, quando scoppiò la pandemia a Wuhan.

Il governo cinese tenta ormai da diversi anni di sviluppare maggiormente il mercato interno e di consolidare la propria sfera di influenza economica. La Cina ha guadagnato più di ogni altro paese dalla fase di globalizzazione, ma ormai da diversi anni anche a Pechino, al di là delle frasi di circostanza, sono consapevoli che il futuro non è quello del libero commercio, ma dei blocchi contrapposti, e agiscono di conseguenza.

Usa e Nato stanno spingendo la Cina e la Russia a un abbraccio sempre più stretto, contro ogni logica, ma non è detto che questo continuerà. Pechino vuole un buon rapporto con la Russia, ma non vuole subire le conseguenze di un eventuale stallo, o peggio ancora di una sconfitta di Putin nella guerra in Ucraina. Al tempo stesso il regime è stato aspro contro gli USA e i loro alleati nel Pacifico, in particolare il Giappone per le sue ambizioni di riarmo e il suo sostegno alle sanzioni.

Nel nuovo scontro globale ognuno bada ai propri interessi. L’Unione Europea è il vaso di coccio e lo scontro con l’Ucraina lo dimostra una volta di più. Germania, Francia e Italia hanno cercato con tutti i mezzi di distanziarsi dagli USA, ma alla fine sono state costrette a subire le sanzioni che danneggiano l’Europa (in particolare Germania e Italia) non meno della Russia. I diversi interessi e le contraddizioni nazionali tra i paesi dell’Ue la costringeranno, nonostante ulteriori tentativi di integrazione economica, a subire la situazione cercando di limitare i danni.

Per i lavoratori in tutto il mondo si pone la sfida epocale di elevare la loro capacità di lotta e la loro espressione politica al livello posto da questa nuova situazione. Ovunque la classe dominante è consapevole di muoversi su un vulcano che può eruttare in qualsiasi momento. La risposta che offre alla crisi insolubile del capitalismo è quella di addossarne la colpa e le conseguenze sul nemico esterno, sui propri concorrenti e avversari, e chiama le masse ad accodarsi su questa strada.

È una strada che porta direttamente alla barbarie, compresa la barbarie della guerra.

A questa prospettiva contrapponiamo ovunque la bandiera dell’internazionalismo, dell’unità dei lavoratori al di sopra di qualsiasi frontiera e di qualsiasi divisione nazionale, religiosa, etnica, nella lotta per liberare l’umanità da questa preistoria barbarica nella quale il capitalismo in crisi e la borghesia vorrebbero trascinarci.

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