3 Ottobre 2022 Roberto Sarti

La guerra in Ucraina a una svolta?

L’offensiva sul fronte di Karkhiv da parte dell’esercito ucraino, seguita dalla mobilitazione parziale ordinata da Putin e dal referendum per l’annessione dei territori occupati, costituiscono un punto di svolta nella guerra in Ucraina.

L’avanzata dell’esercito ucraino è stata una grave sconfitta per le forze russe, che sono state colte totalmente di sorpresa. Le forze ucraine hanno conquistato circa 2500 chilometri quadrati di territorio e spostato la linea del fronte di Kharkiv di circa 70 km a oriente. Hanno conquistato punti strategici chiave, come Izyum e Kupyansk. Come conseguenza, i russi hanno deciso di ritirarsi dall’Oblast di Kharkiv. La perdita di Izyum è particolarmente grave dato che è un importante nodo ferroviario. Renderà più difficile, se non impossibile, l’attacco da nord da parte delle forze russe verso Sloviansk e Kramatorsk, le principali città della regione di Donetsk ancora controllate dall’Ucraina.

La propaganda occidentale ha accolto la notizia con entusiasmo: l’offensiva sarebbe il preludio della riconquista del Donbass, di Kherson, Mariupol e persino della Crimea. Ma sono solo desideri. Certo, l’Occidente sta compiendo uno sforzo considerevole per sostenere e incitare Kiev in questa guerra per procura reazionaria, in cui i soldati ucraini sono usati come carne da cannone. Solo gli Stati Uniti, da febbraio, hanno inviato aiuti militari per 15,8 miliardi di dollari, decisivi per rallentare l’invasione russa. Tuttavia, l’offensiva di Kharkiv ha avuto un costo molto alto. L’attacco alla regione di Kherson, usato come “esca” per distrarre il comando russo, ha causato tra le 1.200 e le 1.900 perdite, in un contesto in cui Kiev, secondo alcuni suoi alti ufficiali, in estate perdeva fino a mille soldati al giorno. La conquista dell’Oblast di Kharkiv ha sicuramente risollevato l’umore delle truppe ucraine dopo le batoste degli ultimi mesi, ma nuovi blitz da parte di Zelenskij sono piuttosto improbabili nel breve periodo.

Putin reagisce

Il campanello d’allarme è risuonato a Mosca. Sono stati operati cambiamenti al comando delle operazioni al fronte. Il responsabile della logistica dell’esercito e viceministro della Difesa, Dmitri Bulgakov, è stato rimosso dai suoi incarichi. Altre teste cadranno.

La ritirata da Kharkiv ha rivelato il limite principale della strategia di Putin: il numero molto basso di truppe impiegate sul fronte. Quando l’URSS liberò l’Ucraina (che ha una superficie doppia rispetto all’Italia) durante la seconda guerra mondiale, utilizzò due milioni e mezzo di soldati; Putin solo 170mila.

La ragione è politica. Definendo l’invasione dell’Ucraina “operazione militare speciale” si voleva dare l’impressione di una questione di breve durata. Ma oggi questo non è più possibile, e dunque Putin ha ordinato una “mobilitazione parziale”: 300mila rinforzi, dotati di esperienza militare, ma non è detto che basteranno. Una mobilitazione generalizzata in una guerra prolungata, con le bare che tornano a Mosca o San Pietroburgo, potrebbe portare a un aumento dell’opposizione alla guerra, oggi ancora limitata a settori minoritari.

Le quattro regioni annesse alla Russia rappresentano circa il 15% dell’Ucraina

La decisione di indire il referendum nelle repubbliche di Lugansk e di Donetsk e nelle regioni di Zaporižžja e di Kherson ha lo scopo di modificarne lo status giuridico. Una volta che queste regioni saranno annesse alla Federazione Russa, ogni bombardamento sarà considerato un’aggressione al territorio nazionale. Putin aveva bisogno di rassicurare la popolazione che la Russia è lì per restare e non si ritirerà come è successo nell’Oblast di Kharkiv.

Naturalmente il referendum si è tenuto sotto un regime di guerra ma, nonostante le denunce dei media occidentali sulla mancanza di trasparenza, è probabile che la maggioranza dei votanti avrebbe votato comunque per aderire alla Federazione russa: chi era contrario è già fuggito in Ucraina. Gli amici dell’Occidente, d’altro canto, non sono certo un esempio di democrazia: Zelenskij ha minacciato fino a 12 anni di carcere a chi si fosse recato alle urne.

Una guerra di lunga durata

Le difficoltà avute in questi sette mesi di confitto dalla Russia, nonostante la netta superiorità militare, non è data dal caso. Sono una conseguenza della natura bonapartista del regime di Putin. Un regime marcio che conduce una guerra imperialista che non ha nulla di progressista.

Per la stabilità di un tale regime la vittoria (o qualcosa che possa presentare come tale) nella guerra è una questione vitale: una sconfitta potrebbe portare alla fine politica di Putin, rovesciato da una rivoluzione dal basso o da un colpo di Stato dall’alto.

Il segretario di Stato Usa Antony Blinken in visita a Kiev

Sull’altro fronte, gli USA, coloro che in ultima analisi decidono le azioni di Kiev, non hanno intenzione di fare un passo indietro. C’ è sicuramente stato un dibattito durante la scorsa estate tra settori della borghesia americana, in cui ci si interrogava se valesse la pena di destinare enormi quantità di denaro nel sostegno all’Ucraina. Tuttavia queste opinioni sono risultate minoritarie.

Per la maggioranza della classe dominante americana (e dei paesi europei) questa guerra ha un valore decisivo nella lotta per le sfere d’influenza. Sfruttano l’occasione per indebolire al massimo la Russia e come avvertimento alla Cina per il controllo del Pacifico. Blinken nell’ultima visita a Kiev l’8 settembre, lo ha chiarito: “Sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario”. Se ciò significa far restare l’Europa al gelo “per difendere la libertà”, la classe dominante occidentale per ora è disposta a prendere queste misure estreme nei confronti dei lavoratori.

Così l’escalation è inevitabile e senza esclusioni di colpi. La minaccia di ricorrere alle armi nucleari da parte di Mosca né è un segnale. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, aldilà del battage di propaganda anti-russa, avvantaggia gli USA, che sono sempre stati contrari: Biden ha detto chiaramente che avrebbe usato ogni mezzo per fermarli. È inoltre un colpo alla Russia, proprietaria delle pipeline ormai inutilizzabili.

La fine della guerra non è dunque all’orizzonte. Ma mese dopo mese, nel teatro di guerra i morti aumentano e intere comunità vengono distrutte. La stessa struttura della società viene fatta a pezzi.

In Europa, le contraddizioni aumenteranno e la situazione diverrà insostenibile. Le manifestazioni contro la guerra e le sanzioni si diffonderanno: i 70mila a Praga del 3 settembre ne sono un anticipazione. Si svilupperà la consapevolezza che il nemico da combattere sono i propri governi: tocca a noi far crescere questa convinzione e fornirle un prospettiva rivoluzionaria.

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