11 Gennaio 2021 Claudio Bellotti

La guerra dei vaccini, tra profitto e propaganda

In generale la produzione di vaccini non è considerata un mercato particolarmente profittevole dalle grandi case farmaceutiche. Tuttavia l’emergenza della pandemia ha generato una corsa mondiale al vaccino, soprattutto in quanto i governi hanno messo sul tavolo cifre gigantesche, assumendosi di fatto l’intero rischio economico della fase di ricerca e sviluppo, oltre a garantire un mercato sicuro.

La vicenda dei vaccini per il Covid dimostra in forma concentrata la criminale assurdità della gestione sanitaria in mano al capitale. Proprio quando sarebbe necessaria la massima collaborazione internazionale, la condivisione di dati e di esperienze, informazioni essenziali vengono coperte dal segreto per spiazzare la concorrenza e i vaccini stessi sono coperti da brevetti.

Il processo di fabbricazione di farmaci e prodotti vaccinali è il frutto di lunghissimi trial nei quali si procede grosso modo “a tentoni”. Migliaia di molecole con requisiti precisi vengono testate fino a quando non si ottiene un risultato soddisfacente. Se i risultati delle diverse sperimentazioni non vengono condivisi e resi pubblici il dispiego complessivo di tempo e risorse è incommensurabilmente superiore. Senza contare che la redistribuzione dei finanziamenti non è avvenuta secondo criteri razionali (aziende con maggiore preparazione scientifica, candidato vaccinale più promettente ecc.), ma soltanto sulla base di interessi privati e strategie geopolitiche che ne limitano la produzione e la distribuzione, alzando nel contempo il prezzo.

Non sapendo quale vaccino sarebbe arrivato prima, tutti i paesi che ne hanno avuto la possibilità hanno stipulato contratti per acquistarne da diversi produttori, con un evidente replicazione di spese, spreco di risorse e accaparramento a danno dei paesi, la gran parte del pianeta, che non possono permettersi i prezzi imposti da Big Pharma.

Fino al 1995 la giurisdizione americana permetteva di imporre alla case farmaceutiche un prezzo di vendita ragionevole per i prodotti finanziati con fondi pubblici. Tale norma, abolita dall’amministrazione Clinton, era stata riproposta da Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico. Il neopresidente Biden è stato uno degli 8 democratici ad aver votato assieme ai repubblicani per abolire l’emendamento in questione.

Le grandi case farmaceutiche si sono trovate il coltello dalla parte del manico anche nei confronti dei paesi più ricchi del pianeta, tanto che l’Unione europea ha dovuto stipulare contratti coperti dal segreto e impegnarsi ad acquistare i vaccini prima ancora che i dati scientifici fossero resi pubblici.

Il motivo del segreto è facile da immaginare: impedire ogni controllo sui prezzi e, presumibilmente, scaricare i produttori da ogni responsabilità per possibili problemi circa l’efficacia e sicurezza di vaccini generati da una corsa sfrenata al fine di battere la concorrenza, più che l’epidemia.

C’è voluta una “indiscrezione” di una ministra belga per conoscere i prezzi pattuiti con la Ue, e sapere così che i primi due accettati sono anche i più cari: Pfizer/Biontech a 12 euro la dose, e Moderna a 14,6.

AstraZeneca/Oxford presenta costi assai minori (1,78 a dose) accettando il principio di non fare profitti “finché duri l’emergenza”, ma l’efficacia è minore e l’approvazione tarda ad arrivare, tranne nel Regno Unito. Questo spiazza l’Italia che ne aveva ordinate 40 milioni di dosi. La proposta del consorzio statale russo di unire gli sforzi tra lo Sputnik 5 e il vaccino anglo-svedese (basati sullo stesso principio) al momento non pare avere sortito effetti pratici.

Ne risulta una netta carenza nella produzione che sarebbe facilmente superabile abolendo i brevetti e unendo gli sforzi.

Questo non ha impedito ulteriori ritardi e caos nella fase iniziale della distribuzione. I sistemi sanitari sono in affanno, spossati dalla gestione della pandemia e da anni di tagli e privatizzazioni. Secondo il “Piano Speranza” il vaccino sarà distribuito agli over 60 non prima di aprile, mentre a ottobre sarà il turno degli under 55. Il Ministero della salute è in affanno nella ricerca di personale medico per l’inoculazione delle dosi. Di pochi giorni fa è la notizia ufficiale inerente all’utilizzo dei medici specializzandi per tale mansione, il cui valore formativo è pari a zero, e che dovrà essere svolta senza alcuna remunerazione in denaro, in cambio di inutili crediti formativi. Gli “angeli della corsia” si sono tramutati in “schiavi della corsia”.

Il lancio dei vaccini è stato accompagnato da un’esplosione di retorica con il “v-day” del 27 dicembre dipinto come lo sbarco in Normandia che annuncia la prossima sconfitta del nemico, con tanto di caccia ai “disertori” (l’inevitabile Ichino ha già preconizzato il licenziamento del lavoratore che rifiutasse di vaccinarsi). Ma le cose stanno ben diversamente. Il vaccino è sicuramente uno strumento chiave, ma in questo contesto non sarà risolutivo, almeno non in tempi rapidi e i punti critici nascosti da questa orgia propagandistica verranno presto alla luce.

In primo luogo non è nota la durata dell’immunizzazione, che naturalmente potrà essere verificata solo col passare del tempo. Non è neppure chiaro fino a che punto i vaccini fin qui sviluppati impediscano l’infezione asintomatica e la sua trasmissione. Semplicemente “non c’è stato il tempo” di verificarlo. Ci sarà una immunizzazione (tra il 70 e il 90 per cento, presumibilmente) contro le forme acute.

Le mutazioni già identificate (“inglese”, “sudafricana”) e le inevitabili future creano ulteriori dubbi. Non sarebbe sorprendente se il Covid imboccasse la strada di altri virus come l’influenza, che muta ogni anno costringendo a modificare ad ogni autunno i vaccini e a campagne vaccinali ripetute e dall’efficacia variabile.

Si aggiunga che il panico delle autorità, in particolare in Gran Bretagna, sta inducendo a scelte avventuriste come quella di diluire le dosi, di dilazionare di settimane la somministrazione della seconda dose (pratica già sconfessata da Pfizer) o, peggio, di somministrare un “mix” di vaccini differenti, basati su principi completamente diversi, in caso di carenza nei rifornimenti.

Solo un’economia e una sanità sotto il controllo dei lavoratori e della collettività possono garantire equità, trasparenza ed efficacia al vaccino, come a tutti gli altri strumenti di difesa della salute.

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