19 novembre 2018

La France Insoumise e il “populismo di sinistra” di J-L Mélenchon

Con un risultato del 20% al primo turno delle ultime elezioni presidenziali, (30% tra i giovani dai 18 ai 24 anni), con più di 2500 gruppi di sostegno nati in pochi mesi dal lancio del movimento, la France Insoumise (La Francia Indomita) di Jean-Luc Mélenchon è una delle nuove organizzazioni della sinistra che ha avuto la maggior crescita a livello europeo. Com’è potuto succedere ?

La FI canalizza elettoralmente un settore della società francese che si è radicalizzato in un contesto di forti mobilitazioni sociali. Nonostante i limiti del suo programma, non possiamo escludere che una FI spinta dalle future lotte sociali potrebbe arrivare al potere. Un altro degli ostacoli a questo scenario, oltre al programma, è la struttura dalla FI, infatti la sua direzione lavora affinché resti «un movimento politico », in cui il potere di controllo e di influenza della base oggi è molto debole. Mélenchon ha motivato questa scelta sostenendo che «l’obiettivo della FI non è quello di essere democratica (come i “vecchi partiti” ndr), bensì collettiva» ; perché la FI  « non è né un movimento verticale, né orizzontale, ma gassoso […] e ciò rispecchia la vera forma organizzata del popolo ». Ahinoi, dice proprio così. Questo tessuto organizzativo molto liquido ha facilitato ovviamente la formazione di una burocrazia all’interno della FI, che coincide con l’entourage di Mélenchon, proveniente in gran parte dal Parti de Gauche (Partito fondato da Mélenchon nel febbraio del 2009, nato da una scissione di sinistra del Partito Socialista), e poche altre figure indipendenti.

Un anno fa si è svolta conferenza nazionale della FI, dove dei delegati sorteggiati a sorte non hanno potuto votare né sulla linea politica né tantomeno sugli organismi dirigenti. La direzione nazionale ha assunto la discussione come contributo all’elaborazione della strategia nazionale e ha deciso di trasformare i gruppi di sostegno (di fatto dei comitati elettorali) in gruppi d’azione, una sorta di commissioni tematiche destinate a organizzare campagne su singole parti del programma ufficiale. Ovviamente era scontato che si innescasse un processo di smobilitazione di un settore di questi gruppi d’azione, ed è quello che è successo nella maggior parte dei territori, eccezion fatta per alcuni centri in cui abbiamo visto una crescita delle adesioni al movimento, come nel caso di Tolosa. Nonostante ciò, di fronte alla caduta vertiginosa dei consensi a Macron e alla crisi dei partiti della destra (Repubblicani e Front National), Mélenchon è, secondo i sondaggi, il leader indiscusso dell’opposizione al governo. Un ulteriore banco di prova saranno le elezioni europee, attesissime dall’esecutivo del movimento, o anche le prossime amministrative; ma è nel conflitto sociale che la Francia Indomita dovrà dimostrare di essere all’altezza dello scontro di classe.

Mélenchon, il popolo e le classi sociali

Nel suo libro L’Ère du peuple (L’Era del popolo) Mélenchon avanza la tesi secondo cui la curva esponenziale della crescita demografica a livello mondiale abbia modificato rapporti sociali nelle società moderne. In questo nuovo quadro Mélenchon designa il «popolo» quale «attore sociale nuovo» che prenderebbe il posto che un tempo fu del «proletariato industriale»1. Non è che i lavoratori siano scomparsi dalla scena politica, né che il loro ruolo si sia esaurito del tutto, ma è diventato ausiliario rispetto a quello che altri settori giocano all’interno del popolo, quale nuova entità sociale nella lotta contro l’ «oligarchia capitalista», che diventa una componente delle società esterna e ostile al popolo. Le concentrazioni urbane sono il luogo privilegiato che da vita a uno «scioglimento delle classi nel popolo». Il punto di vista di classe particolare decade per dare spazio all’ «interesse generale dell’umanità » al quale corrisponde «la nuova coscienza politica». Mélenchon da una lato nega la centralità del conflitto di fabbrica, a causa della disoccupazione di massa, della precarietà dilagante, delle delocalizzazioni e delle politiche antisindacali. Dall’altro ribadisce il peso specifico delle lotte operaie nel movimento reale. Il punto è che l’influenza del movimento operaio diminuisce nel quadro della produzione a vantaggio di quello del «popolo all’interno della città». Così la «nuova coscienza umana»2, cittadina, scavalca quella di classe.

Malgrado le apparenze, Mélenchon non giunge a negare la lotta di classe, o l’esistenza stessa della società divisa in classi, in maniera spudorata come qualche suo predecessore. Pur lasciandosi influenzare da Lacalu e compagnia, riutilizza molte categorie marxiste, per poi opporsi un secondo dopo a tutte le loro implicazioni politiche e organizzative. In definitiva, sul rapporto tra popolo e classe, Mélenchon non ci dice molto di nuovo rispetto a quanto già detto in passato.

Da un punto di vista teorico generale, la crescita della popolazione mondiale conferma l’analisi marxista secondo cui la curva demografica è direttamente proporzionale allo sviluppo delle forze produttive. Questo è particolarmente vero se consideriamo il ciclo economico successivo alla seconda Guerra Mondiale. In effetti l’esplosione demografica è stata possibile grazie all’aumento del lavoro salariato negli ultimi anni.3 Allo stesso modo la dinamica di sviluppo delle grandi città metropolitane e la loro composizione sociale, centrali nella tesi di Mélenchon, non rappresentano un elemento di novità. Marx ha sempre insistito sulla stretta correlazione tra lo sviluppo del capitalismo, la proletarizzazione della società, e il conseguente incremento della popolazione.  Il problema, in ultim’analisi, è che esistono interessi sociali divergenti nel popolo (non c’è scampo), pur potendo esserci delle alleanze tra i settori colpiti dalla crisi.

Se Marx ha caratterizzato la classe lavoratrice come soggetto rivoluzionario per eccellenza è in virtù della posizione che occupa nei rapporti di produzione. L’aumento demografico e “l’evoluzione dei rapporti sociali”, non hanno abolito né tantomeno indebolito questa posizione privilegiata dei lavoratori nella società. Se vogliamo questo potenziale oggi è maggiore, come del resto Marx aveva anticipato. Mélenchon non nega il ruolo del movimento operaio nella società, ma non ha fiducia nel suo potenziale. Storicamente questo è errore comune a molti altri dirigenti riformisti di sinistra.

 

L’Avvenire in comune, di rottura ma non troppo

Il programma dalla FI presentato alle ultime elezioni presidenziali, L’Avenir en commun (l’Avvenire in comune), contiene una serie di provvedimenti economici e sociali molto progressisti.

In primo luogo troviamo diverse proposte di avanzamento nelle politiche salariali: prima fra tutte vi è certamente la riduzione dell’orario di lavoro, a partire dal rispetto delle 35 ore (oggi una leggenda per certe categorie), per poi passare a 32 e arrivare a 30 ore settimanali; l’aumento dello SMIC (salario minimo intercategoriale) fino a 1700 euro lordi (1326 € netti al mese), una settima settimana in più di ferie retribuite all’anno (il numero minimo attualmente è di sei settimane) e per finire l’imposizione di un ulteriore tetto alle imprese nell’utilizzo dei contratti a tempo determinato (CDD) in favore dei contratti a tempo indeterminato (CDI).

Un’altra parte del programma è dedicata al potenziamento e allo sviluppo dello stato sociale: a partire da una riforma del Pôle emploi (l’ente privato che si occupa del collocamento e del versamento delle indennità di disoccupazione) per una sua ripubblicizzazione, per una sicurezza sociale integrale per tutti i disoccupati dal primo giorno in cui perdono il posto di lavoro fino all’ultimo prima di ritrovare un’occupazione, senza limitazioni4. Lo stato sociale deve permettere ai comuni e a tutti i suoi cittadini un accesso gratuito a servizi pubblici e “beni comuni”, tra cui l’acqua.

Il programma parla anche della rinazionalizzazione di alcuni servizi oggi in gran parte privatizzati, come il trasporto pubblico e le autostrade. Sul tema del diritto alla casa, la FI propone un piano straordinario di edilizia popolare destinato ai senzatetto e agli studenti, si parla addirittura della possibilità di requisire gli alloggi sfitti e di finanziamenti pubblici a sostegno dei lavori domestici per gli affittuari.

Un passaggio molto interessante dell’Avvenire in comune è quello dedicato alla pianificazione ecologica. Dopo anni di passi indietro, finalmente la pianificazione torna al centro di un programma politico della sinistra, seppur declinata in maniera settoriale. La FI in generale accorda un posto di primo ordine alla questione ambientale.5 Non ci sconvolge il fatto che il termine pianificazione riemerga discutendo della crisi climatica. Il capitalismo è in procinto distruggere il pianeta, gettando l’umanità e tutti gli esseri viventi in un baratro senza fine. Mélenchon prendendo atto di questa situazione opta per una soluzione necessariamente radicale. Il cuore del problema è chi realizzerà gli investimenti necessari a una «transizione ecologica»? Oggi esistono delle imprese e delle multinazionali “verdi” che hanno scelto di massimizzare i loro profitti nella produzione di energie rinnovabili, ma solo lo Stato, pianificando razionalmente (e democraticamente) l’economia avrebbe le risorse necessarie per una riconversione ecologica e armoniosa dell’intero processo produttivo.

Se tutti questi provvedimenti fossero messi in atto, si tradurrebbero in un miglioramento netto delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. A perderci sarebbe la classe dominante, perché è togliendo loro i profitti che la FI vorrebbe finanziare le sue riforme. L’Avenir en commun lo dice chiaramente : «bisogna tassare i profitti».6 Un’idea più che giusta, ma sappiamo bene che il padronato non è disposto a concedere nessuna riforma che va nel senso della redistribuzione del reddito, al contrario esige da tutti i governi tagli e sacrifici. Ovviamente un governo delle sinistre, come sarebbe quello di Mélenchon, farebbe tutto ciò che è “possibile” per portare avanti il suo programma, ma la classe dominante farebbe altrettanto per impedirglielo. Dunque il governo indomito come dovrebbe rispondere a questa controffensiva (prevedibile)? Per esempio, cosa si dovrebbe fare contro la fuga dei capitali all’estero? Il programma della FI non lo dice, anzi purtroppo non si pone nemmeno il problema.

Per noi marxisti, le riforme sociali proposte dalla FI non potranno essere portate avanti senza mettere in discussione il capitalismo, ovvero senza farla finita con la proprietà privata dei mezzi di produzione. Ciò implicherebbe la nazionalizzazione, sotto il controllo democratico dei lavoratori, delle principali leve dell’economia, ovvero le banche, il settore energetico, i trasporti, le grandi industrie, ma anche quelle che de localizzano all’estero, la grande distribuzione, la logistica ecc. Ora il programma della FI propone timidamente la nazionalizzazione di qualche impresa che minaccia dei licenziamenti, di alcune banche (quali?), delle autostrade e dell’EDF (Il settore energetico, oggi parastatale). Tutto ciò è insufficiente, non per ingordigia statalista, ma semplicemente perché lasciando la maggioranza dell’economia nelle mani dei miliardari del CAC40 significherebbe dare a questi ultimi la possibilità di lanciare una controffensiva violenta contro le nobili intenzioni di un eventuale governo delle sinistre. Il Venezuela e la Grecia insegnano. Riforme radicali come il programma di Salonicco o le leggi abilitanti di Chavez si sono dimostrate inapplicabili, quando queste si declinavano nel abito del libero mercato e si scontravano con reazione della borghesia e dell’imperialismo. In definitiva l’Avenir en commun, come qualunque programma di avanzamento sociale, per funzionare deve essere integrato con quelle misure transitorie necessarie a una trasformazione rivoluzionaria e socialista della società. Ovviamente, queste rivendicazioni dovranno connettersi con il movimento reale dei giovani, delle donne e dei lavoratori. Un compito storicamente troppo arduo per un uomo solo al comando, ma più adatto a un partito rivoluzionario.

Da Mitterand a Tsipras, il baratro del riformismo

In Francia il primo governo Mitterrand, tra il 1981 e il 1984, si è scontrato con quello che lui stesso definiva « le mur de l’argent », ovvero la grande proprietà privata. Rifiutandosi di abbattere questo muro, Mitterrand “fu costretto” a fare una svolta a destra: questo fu il momento del famoso « tournant de la rigueur » degli anni 83-84, in cui ci fu l’abbandono del programma ufficiale del Partito Socialista e l’inizio della lunga deriva a destra del partito fino ai giorni nostri.

Più recentemente, è in Grecia che abbiamo visto i limiti del riformismo esplodere in tutta la loro chiarezza, con la differenza che in questo caso il governo Tsipras ha messo in campo direttamente delle controriforme, anche più dure dei suoi predecessori. La critica della FI e di Mélenchon nei confronti dell’esecutivo greco è stata durissima. Tuttavia mancava, e manca, un bilancio delle ragioni sociali che hanno portato alla svolta a destra di Syriza.

Mélenchon ha spinto per una rottura ufficiale tra la Sinistra Europea e Syriza; giusto. Ma il problema era ed è sempre stato rompere per andare dove ? Una svolta a sinistra vera presupporrebbe, per esempio, una posizione internazionalista e anticapitalista sull’Unione Europa, cosa che manca sia alla SE che alla FI. Il Parti de gauche è uscito dal GUE, metre Mélenchon ha firmato con Podemos e il Bloco de Esquerda portoghese un appello per la formazione di una lista alle prossime elezioni europee, “E ora il popolo”, che ha tra i suoi capisaldi, per l’ennesima volta, la rinegoziazione dei trattati “per un’Europa più giusta, equa e democratica, rispettosa della sovranità dei popoli”. Un déjà-vu?

Come si spiega questa contraddizione tra il Mélenchon tribuno del popolo, radicale, dal tono sprezzante contro la sinistra greca, che infondo si prepara e ripetere gli stessi errori? Questo dilemma affonda le sue radici nel passato socialista di Mélenchon.

In un’altra delle sue recenti pubblicazioni Le choix de l’insoummission (La scelta dell’insubordinazione) Mélenchon ci fornisce una sintesi di quegli “anni gloriosi della la sinistra francese”. In effetti nella sua prima fase, il governo Mitterand si caratterizzò per la messa in atto di una serie di riforme audaci, come l’aumento del salario minimo del 10 %, un investimento nelle politiche di sostegno al reddito e alle famiglie, la diminuzione delle settimana lavorativa a 39 ore, la quinta settimana di ferie pagate, la pensione a sessant’anni, e ancora un’ondata di assunzioni nella pubblica amministrazione, nonché di nazionalizzazioni di alcuni gruppi industriali e bancari. Va ricordato che aldilà della sua politica economica, quello di Mitterand fu anche il governo che abolì la pena di morte e depenalizzò l’omosessualità. A partire dal 1982 iniziò la svolta a destra con il blocco dei salari, nell’86 ci fu la deregolamentazione del sistema bancario, nell’88 la libera circolazioni dei flussi di capitale, più altri provvedimenti che prepareranno il terreno alla firma del trattato di Maastricht .

Per l’ex-socialista, Mitterand non aveva scelta, poiché le generose promesse del “Programma comune”(Programma ufficiale del Partito Socialista fino al 198). si sarebbero basate su un’errata analisi del nuovo corso del capitalismo e della crisi economica. « La mutazione del capitalismo e la sua transnazionalizzazione non erano state comprese», afferma Mélenchon in una recente intervista, « ciò che è incredibile è che il risultato dell’aggressione del capitale a quell’epoca sia presentato oggi come se fosse il frutto dei nostri errori e che i nostri compromessi siano visti come delle compromissioni”. Ma insomma ! La Francia è stata assalita, aggredita dal capitale subito dopo l’arrivo di François Mitterrand. Abbiamo dovuto subire tre svalutazioni, un controllo dei cambi e un prestito forzato ! »

Non possiamo che condividere la severità con cuoi Mélenchon ha giudicato l’operato del governo Tsipras, ma allo stesso tempo non apprezziamo la “morbidezza” con cui “l’indomito” ci presenta Mitterand. Il riformismo pecca sempre due volte, una per codardia, l’altra per tradimento. Se è vero che l’attuale contesto economico e politico sia diverso da quello della fine degli anni ‘80, è anche vero che in linea di principio parliamo degli stessi errori in termini di strategia. Entrambi furono governi eletti sulla basse di un programma politico di riforme radicali, con un appoggio di massa nella società. Entrambi questi governi subirono la pressione della classe dominante. Certo, considerando la congiuntura economica, gli attacchi del governo Mitterand non sono minimamente paragonabili alle politiche di lacrime e sangue imposte dall’esecutivo di Tsipras. Ma non per questo si tratta di due atteggiamenti diversi in linea di principio.

Nessuno di questi dirigenti riformisti è stato in grado di reagire agli attacchi del capitale appoggiandosi sulla sola leva capace di invertire i rapporti di forza nella società, le masse. Attualmente gran parte delle sinistre europee giustifica la capitolazione di Tsipras con il fatto che la Grecia fosse un paese troppo insignificante economicamente per reggere la pressione della Troika. Se fosse ad esempio una “Francia progressista” a trattare con Burxelles, per Mélenchon le cose andrebbero diversamente, perché si troverebbe di fronte la seconda economia del continente, “nonché una potenza nucleare”, aggiunge lui. Nulla di più ingenuo, se non a tratti sciovinista. Se Mélenchon imparasse dagli errori, perché sì quelle del governo Mitterand lo furono, si renderebbe conto che il peso economico di un paese non solo non garantisce la tenuta di un governo, soprattutto in questa fase storica, ma anzi spinge ancora di più la classe dominante a difendere lo status quo ad ogni costo.

Il riformismo storicamente cade sotto i colpi che la classe dominante gli infligge attraverso la camicia di forza di chi detiene le leve fondamentali dell’economia. La sola grande riforma destinata a durare nel tempo è quella che strapperà queste armi dalle mani dei nostri sfruttatori.

 

Pianificazione o programmazione economica ? È questo il problema!

Se da un lato salutiamo positivamente la reintroduzione della parola d’ordine “pianificazione economica” in una programma ufficiale della sinistra, dall’altro non possiamo fare concessioni a nessun tipo di astrazione su tale prospettiva strategia. Per i marxisti la pianificazione presuppone due elementi fondamentali, l’esproprio (senza indennizzo) dei mezzi di produzione da parte dello Stato e il controllo operaio. Senza un controllo democratico sulla produzione, attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori, non vi è pianificazione in senso socialista, ma mera programmazione economica.

La programmazione economica è stato uno dei successi politici più importanti della sinistra della socialdemocrazia, a partire dalla fine degli anni 50. In sintesi si tratta di politiche keynesiane portate alle loro estreme conseguenze (o ai loro limiti diremo noi).

In Italia tra il 1953 e il 1963 ci fu un incremento del PIL del 6%, gli investimenti nella produzione di macchinari e degli impianti industriali raddoppiarono e ci fu una crescita importante nel settore chimico e metalmeccanico. In questo contesto di relativa crescita economica si inseriscono una serie di politiche di espansione del credito, tese a un miglioramento dello stato sociale, per stimolare i consumi. Tra queste vi fu l’istituzione dell’ENEL a opera del Governo Fanfani, su spinta della corrente lombardiana del PSI, che in quegli anni legò il suo appoggio al governo alla questione delle nazionalizzazioni. Il provvedimento implicava la nazionalizzazione delle aziende operanti nel settore della produzione, commercializzazione, distribuzione e del trasporto di energia elettrica, nonché di tutte quelle operanti negli altri settori connessi, ma sulla questione dell’indennizzo ovviamente tutti i nodi vennero al pettine.

Il governatore della Banca d’Italia, attraverso il senatore democristiano Guido Carli , premeva per un indennizzo immediato, mentre il socialista Riccardo Lombardi proponeva la dilazione in quattro anni dei pagamenti, da garantirsi con obbligazioni. Alla fine vinse la linea del governatore della Banca d’Italia. Quanto al PSI, fino alla segreteria Craxi continuerà ad avanzare proposte di “riforme di struttura”, almeno in campagna elettorale, ma presto anche la corrente lombardiana abbandonerà questa tenacia per fare i conti con le compatibilità di bilancio.

Come già detto, anche il governo Mitterand in Francia sperimenterà delle politiche keynesiane piuttosto audaci, in particolare con il suo “piano di nazionalizzazioni” tra il 1981 e il 1982, periodo in cui il governo a trazione social-comunista farà passare sotto il controllo pubblico ben 36 banche, due compagnie finanziarie e circa dieci gruppi industriali. Con la scusa di un aumento del deficit pubblico, nell’86 la destra torna al potere con un’ondata di svendite e privatizzazioni che colpirà circa 65 gruppi industriali. In risposta nel 1988, Mitterand al suo secondo mandato, opterà per la politica del ni-ni (né nazionalizzazioni, né privatizzazioni).

Ecco dove hanno portato e dove portano le politiche keynesiane, verso l’illusione di poter regolare le contraddizioni che sono alla base del capitalismo. Ma quest’obiettivoalla fine si rileva una chimera per questi dirigenti riformisti, pur vivendo socioeconomico molto diverso, che in una prima fase a permesso loro uno spazio di manovra.

Oggi, durante la crisi economica più grave dagli anni 30, quest’opzione è più che utopica.

 

Il sovranismo, malattia infantile della sinistra francese

A sessant’anni dalla stipula dei trattati di Roma chi avrebbe mai immaginato che l’europeismo potesse essere così démodé? I marxisti lo avevano previsto in tempi non sospetti. Marx ed Engels, quando polemizzavano contro la Lega per la pace alla fine del diciannovesimo secolo7, ancora Lenin e Trotskij prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre, più recentemente la Tendenza Marxista Internazionale, quando spiegavamo le basi reazionarie su cui si istaurava la moneta unica. Dopo eventi del calibro del referendum sul memorandum in Grecia e la Brexit in Gran Bretagna, l’UE è diventata molto impopolare tra i giovani e i lavoratori europei. Prima la retorica sull’Europa dei popoli era un esempio di puro idealismo, oggi suona ridicola nei discorsi di qualche reduce dell’europeismo di sinistra. Di fatto quest’Europa non può essere riformata, perché è nata per favorire la circolazione dei capitali in un mercato unico dominato dalle economie a capitalismo più forte. Un tempo la Francia, insieme alla Germania, faceva parte di questo club, oggi non più.

Mélenchon avanza la proposta di «uscita dai trattati europei»  nel caso in cui non si riuscisse a rinegoziarli con la Troika. Quest’idea è anche nota come Plan B (piano B).

L’obiettivo è rompere con la politica monetaria imposta dalla Germania agli altri paesi della zona Euro. Mélenchon in un’intervista di qualche anno fa diceva senza mezzi termini che : «se bisogna scegliere tra l’Euro e la sovranità nazionale, io scelgo la sovranità nazionale». Anche Frederick Lordon, l’economista di Nuits Débout molto in voga nella FI, afferma che «la Germania ha imposto le sue ossessioni monetarie a tutti gli altri» e che «l’uscita dall’Euro è una condizione necessario al recupero della sovranità nazionale».

Se da un lato è vero che la classe dominante tedesca non sa cosa farsene della sovranità degli altri paesi europei, è anche vero che il problema di fondo non è questo. Quali son infatti i veri rapporti tra la Francia e la Germania da trent’anni a questa parte? Dopo la riunificazione, nel 1991, l’imper successoialismo tedesco non ha smesso di conquistare posizioni a svantaggio di quello francese. Il rapporto di forza che si era creato alla fine della Seconda Guerra mondiale si è invertito. Da un punto di vista delle capacità produttive e della competitività sul mercato mondiale, ormai la Germania supera di gran lunga la Francia, e lo scarto tra le due economie dopo la crisi del 2008 continua ad allargarsi sempre di più.8

La dominazione economica determina sempre la dominazione politica, ma è  a causa di questa crescita dell’economia tedesca che la Francia avrebbe perduto la sua “sovranità”? Questa è una domanda molto astratta, perché allora verrebbe da chiedersi la sovranità di chi? In Francia, come in tutti i paesi del mondo, esiste una classe sociale, la borghesia, che esercita la sua sovranità economica e politica contro le masse degli sfruttati. Una buona domanda sarebbe: perché di fronte allo sviluppo di un mercato unico a trazione tedesca la classe dominante francese ha sottoscritto tutti i trattati fino ad oggi, anche quando al governo c’era la sinistra?

Nel suo libro Le hareng de Bismarck (L’aringa di Bismarck), Mélenchon risponde che la maggior parte dei dirigenti politici francesi è stata «avveleneata e impnotizzata dai dirigenti tedeschi».

La classe dominante francese in realtà ha molto da perdere e poco da guadagnare da un’uscita dall’Euro. Anche i partiti sovranisti borghesi lo comprendono. Il Front National di Marine Le Pen per esempio, che nel frattempo ha cambiato nome in Rassemblememt National (Raduno nazionale), ha completamento abbandonato ogni riferimento a un possibile Frenxit. Ma questo significa che i capitalisti francesi abbiano accettato passivamente al loro declino sul mercato mondiale? Certo che no, lorsignori lottano ferocemente contro i giovani e la classe lavoratrice  francese. Per fare questo, contrariamente a quanto afferma Mélenchon nel suo libro sulla Germania, i dirigenti politici francesi non hanno bisogno dei consigli dei loro cugini tedeschi. In Francia come in Germania,  la base economica dello sfruttamento è la stessa. Questo è vero à livello nazionale, come a livello transazionale.

L’errore della sinistra sovranista è duplice. Se da una lato si riduce la lotta contro “l’oligarchia europea” a una lotta di vertice, tutta interna allo scontro tra classi dirigenti, dall’altro si ripiega sul piano nazionale come via d’uscita dalla crisi del capitalismo europeo. Nessuno a Bruxelles o a Berlino ha intenzione di rinegoziare i trattati, quindi la verità è che una rottura con l’Unione Europea è la sola opzione che avrebbe un governo di sinistra con l’intenzione di applicare veramente il suo programma di riforme. Fin qui siamo d’accordo, ma ancora una volta il problema non è restare o uscire dai tratti, il problema è il capitalismo stesso.

L’errore strategico di Mélenchon si basa sull’illusione di poter combattere la Troika recuperando formalmente la “sovranità del popolo”, senza comprendere che così facendo tenta di appoggiare un settore della borghesia, o peggio una borghesia nazionale (quella francese) contro un’altra (quella tedesca), che in nessun caso, dentro o fuori l’Europa, saranno disponibili a fare delle concessioni per applicare la benché minima riforma.

Pertanto una rottura solo formale con i trattati dell’UE non è sufficiente senza una conseguente rottura economica e sociale con essa, accompagnata da quelle misure transitorie necessarie a difendere e a far avanzare tale volontà politica a livello non solo europeo, ma mondiale. Il rischio d’isolamento per il paese che intraprenderebbe per primo tale scelta è scontato, per rispondere a una polemica che spesso viene sollevata dai riformisti, ma in questo caso sì, un paese come la Francia potrebbe essere un detonatore per far esplodere un processo rivoluzionario in tutto il continente. Questa sarebbe una base concreta per far avanzare la parola d’ordine degli Stati Uniti Socialisti d’Europa. Questo è esattamente ciò che non è stato fato ai tempi del referendum contro il memorandum in Grecia, quando un sentimento di solidarietà era egemone non solo nei settori militanti, ma in larghi strati della società di tutto il continente. La lotta contro “l’oligarchia europea” o è internazionale o non è. Ogni tentativo di eludere l’analisi di classe dell’Ue, e quindi anche dello stato nazionale, significa fare concessioni al nazionalismo e prestare il fianco alla destra.

Il problema, principale, della FI non è certo quante bandiere rosse o tricolore si sventolano alle sue manifestazioni, o chi preferisce cantare la Marsigliese al posto dell’Internazionale, come alcuni a sinistra hanno evocato. Il vero problema è quanto il virus del sovranismo inquini il programma sociale della sinistra francese, facendo concessioni al capitale. Vediamo in realtà già i primi effetti negativi di questa linea politica, quando sulla questione degli migranti e Acquarius (la nave gestita da S.O.S. méditerranée che si occupa del salvataggio dei migranti in mare) la direzione della FI ha sviluppato una posizione molto ambigua. Alcuni esponenti del movimento, e lo stesso Mélenchon si sono dichiarati contrari a un’accoglienza “indiscriminata” dei migranti. Questo scivolone è chiaramente un campanello d’allarme, la Fi sta provando ad allargare il suo bacino elettorale nel modo sbagliato.

Esiste sicuramente un elettorato operaio che si è lasciato ingannare dalla demagogia dei nazionalisti, in Francia come in altri paesi, ma in realtà ogni voto strappato al Front National nei quartieri popolari è stato un voto per l’aumento dei salari e la diminuzione dell’orario di lavoro. Dimenticarsene ora sarebbe fatale per la Francia indomita.

 

La Francia Indomita e la lotta contro il tempo

La FI è figlia del suo tempo. Abbiamo spiegato molte volte che viviamo in un’epoca di crisi, guerre, rivoluzioni e controrivoluzioni. In questo contesto storico si inserisce la crisi senza precedenti delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio. I vecchi partiti borghesi crollano e con loro anche i vecchi partiti operai. Da queste ceneri nascono nuove formazioni della sinistra radicale.

La FI in questo è simile ad altri fenomeni equivalenti nel vecchio continente, ma allo stesso tempo è anche diversa. La nuova sinistra francese è una sinistra a due velocità. Se da un lato fa enormi passi in avanti, parlando di pianificazione economica, di rottura dei trattati europei, della necessità di una rivoluzione politica, dall’altro nega la necessità dell’organizzazione, in opposizione alle tradizioni del “vecchio” movimento operaio e della “vecchia sinistra”; una polemica che ha fatto il suo tempo e che ha portato alla liquidazione di tutti i partiti comunisti e post comunisti che l’hanno affrontata in questi termini.

Il problema principale della FI nella prossima fase resta chiaramente quello di dare un terreno di applicazione al suo programma di riforme, che inevitabilmente si scontra con le compatibilità di bilancio e impone una prospettiva anticapitalista. Inoltre, tutte le contraddizioni di questo momento storico non possono risolversi nelle urne, esiste un terreno di scontro molto più importante che non è quello elettorale, ma quello del movimento reale. L’attendismo della FI nei confronti delle elezioni Europee e delle future elezioni presidenziali, rischia di essere una zavorra pesantissima per quest’organizzazione.

Nel frattempo il governo Macron e la classe dominante non stanno lì ad aspettare e hanno già cominciato ad attaccare con ogni mezzo a disposizione, comprese le forze di polizia inviate per perquisire l’appartamento dell’indomito Mélenchon alla ricerca di qualunque cosa per poterlo eliminare dallo scenario politico.

Un’altra caratteristica di questa fase è la velocità con cui si sviluppano gli eventi e con essi la nascita e la morte delle formazioni politiche. L’orologio della lotta di classe corre velocissimo. Il rifiuto dell’esistente diventa giorno dopo giorno, in Europa e nel mondo, un dato di fatto. Fin’ora, i programmi politici delle organizzazioni che si candidano a rappresentare questo cambiamento non sono all’altezza dello scontro. Le più grosse tra queste organizzazioni, come la FI, saranno comunque messe alla prova dagli eventi e dalle masse. La battaglia sulle idee resta quindi per i rivoluzionari una priorità assoluta, perché è da questa battaglia che dipende il futuro dell’umanità. Solo imparando dagli errori del passato possiamo vincere.

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NOTE

1)J-L Mélenchon, L’Ère du peuple, Pluriel, 2017, p. 86

2)J-L Mélenchon, op. cit.

3)Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tra il 1990 e il 2010, la forza lavoro globale è aumentata del 190% ei paesi “emergenti” e del 46% nei paesi “avanzati”. Questo processo è accompagnato da una tendenza alla salarizzazione della forza lavoro. Il tasso di salarizzazione (la proporzione di salariati nell’impiego totale) aumenta in maniera continua, passando dal 33% al 42% durante gli ultimi vent’anni. Questi dati sono confermati anche dall’FMI. In un paese a capitalismo avanzato come la Francia, nonostante l’aumento del tasso di disoccupazione e l’impiego di contratti atipici nel mercato del lavoro, oggi l’85,5% della popolazione attiva è composta da salariati con un contratto a tempo indeterminato.

4)Attualmente per ricevere l’indennità di disoccupazione in Francia, oltre alla residenza, è necessario aver lavorato per almeno 4 mesi. L’importo del sussidio equivale a circa il 70% calcolato su una media delle ultime 12 mensilità e compre un periodo di massimo 24 mesi, durante i quali il disoccupato è obbligato ad accettare le eventuali offerte di lavoro proposte dall’ente, anche se queste non corrispondono al suo CV.

5)Il terzo capitolo de L’Avenir en commun è dedicato interamente alla questione e si intitola « Di fronte alla crisi climatica, pianificazione ecologica »

6)L’Avenir en commun, La France Insoumise, éditions du Seuil, Paris 2016, pp. 63-65

7)Nel 1867 un gruppo eterogeneo di personalità di spicco del radicalismo europeo (fra le quali Garibaldi, Hugo, Bakunin e Lemonnier) decise di convocare il congresso costitutivo di una Lega per la pace e la libertà che avrebbe dovuto battersi principalmente per scongiurare il rischio di una guerra imminente tra Francia e Prussia. L’Internazionale venne naturalmente invitata a partecipare ufficialmente: Marx, tuttavia, polemizzò aspramente contro il programma elaborato dagli “strombazzatori della pace” e pretese che i membri dell’Internazionale intervenissero ai lavori del congresso con l’obiettivo d’introdurre un elemento di frattura fra socialisti e pacifisti. Fu così che durante le sedute di discussione si aprirono dei contrasti significativi proprio sull’emendamento, proposto dai socialisti, relativo all’esigenza di legare l’opposizione alla guerra all’impegno esplicito per la modifica dell’organizzazione sociale che si stava allora consolidando in Europa. Tali contrasti si acuirono nei mesi successivi, tanto che all’interno dell’Internazionale prevalse la convinzione di Marx: il secondo congresso della Lega venne apertamente boicottato dall’Internazionale, con l’argomentazione che lo scarso impegno per il cambiamento politico e sociale non poteva essere occultato dalle frasi vuote sul tema della pace. Engels condivise l’atteggiamento intransigente di Marx, e negli anni successivi ritornò sull’esigenza che i partiti operai non si confondessero con il movimento pacifista, la cui Lega si era dimostrata in grado di battersi solo per la pallida prospettiva degli “Stati Uniti d’Europa dei borghesi”. Da “La confusione del pacifismo e i compiti dei marxisti” – FalceMartello n° 162

8)Secondo il giornale Les Échos  tra il 1995 e il 2012, gli investimenti produttivi nell’industria tedesca sono aumentati del 40%, in Francia solo del 5%. Nello stesso periodo i profitti derivanti dalle esportazioni in Francia sono diminuiti del 15%, mentre in Germania sono aumentati del 15%.


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