11 Gennaio 2019

La “finanziaria del popolo” è una presa in giro!

Dopo una notte rocambolesca, tra il 29 e il 30 dicembre il parlamento ha approvato la cosiddetta “finanziaria del popolo”. Le promesse elettorali, il contratto tra Lega e M5S, il duro braccio di ferro con l’Unione europea, hanno finalmente visto la luce in una legge che a dire di Salvini e Di Maio segna il riscatto sociale tanto atteso. Ma ancora una volta la realtà è tutta un’altra cosa.

Sulle due questioni centrali, quota 100 e reddito di cittadinanza sono state semplicemente definite le risorse, i provvedimenti arriveranno più avanti. Il tanto esaltato scontro coi tecnocrati di Bruxelles in realtà si è concluso con una vittoria della Commissione europea che ha imposto una riduzione dello sforamento del deficit, passato dal 2,4% al 2,04%.

Bruxelles ha poi preteso, e Salvini e Di Maio hanno accettato, che sia scritto a chiare lettere un aumento dell’Iva per 23 miliardi nel 2020, di 28,75 nel 2021 e di 28,53 nel 2022. Se non si reperiranno risorse equivalenti, dal 2020 l’Iva salirà al 25 per cento, senza poter ricorrere al deficit o a flessibilità contabili. Sono riusciti cioè a fare peggio dei governi Monti e Renzi.

 

Pensioni e “quota 100”

Dei 74 miliardi di euro dichiarati inizialmente da spendere nelle riforme tra il 2019 e il 2021, ne restano 38. Per il 2019 la spesa per Quota 100 si riduce da 7 a 4 miliardi nel 2019, quella per il reddito di cittadinanza da 10 a 6.

Si tratta di una misura temporanea destinata a esaurirsi nel 2021 che non ha nulla a che vedere con l’abolizione della Fornero. La promessa di andare in pensione dopo 41 anni di lavoro a prescindere dall’età rimane una chimera. Chiamarla quota 100 è improprio perché i 62 anni di età rimangono vincolanti, quindi si potrà andare in pensione dai 62 anni in su a patto di avere accumulato 38 anni di contributi; i primi svantaggiati saranno i lavoratori precoci e tutti quelli con una vita lavorativa discontinua con periodi di disoccupazione. Le donne, i lavoratori precari e tutti quei lavoratori che hanno subito crisi aziendali. Si stimano in circa 315mila i lavoratori che potranno accedervi quest’anno, il 40 per cento lavoratori pubblici. Chi andrà in pensione avrà una decurtazione dell’assegno proporzionale all’anticipo rispetto al regime della Fornero. Per i dipendenti pubblici l’accesso alla pensione scatterà a luglio, ma la liquidazione la riceveranno dopo qualche anno, quando sarebbero dovuti andare in pensione con la Fornero. Intanto sempre per recuperare risorse il governo ha deciso di annullare la rivalutazione delle pensioni dai 1.500 euro lordi in su.

 

Il reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza non è più il contributo per il “riscatto sociale”, nel migliore dei casi è una versione potenziata del reddito di inclusione di Gentiloni, del quale infatti assorbe le risorse (circa 2 miliardi nel 2019). Con una platea di potenziali beneficiari stimata attorno a 5 milioni (vedremo poi quanti realmente potranno accedervi), è difficile che l’assegno possa andare oltre i 300 euro al mese, in molti casi anche meno. I centri per l’impiego e le agenzie private saranno delegate a trovare le offerte di lavoro attraverso i Navigator o Tutor che riceveranno un premio per ogni lavoratore che ricollocano. Se un lavoratore sarà assunto da un’azienda il sussidio si trasformerà in Dote, cioè l’incentivo che andrà all’azienda che incasserà 5-18 mesi di sgravi, e qui la logica è identica a quella del Jobs act di Renzi: promettere di creare occupazione regalando soldi alle imprese.

Per accedere al sussidio sarà necessario avere un Isee famigliare inferiore ai 9mila euro, solo chi avrà l’Isee pari a zero percepirà il contributo per intero. Se si è proprietari di casa o si hanno 5mila euro in banca oppure se si percepisce di una qualche forma di assistenza il sussidio sarà ridimensionato. Allo studio c’è l’obbiettivo di non dare il contributo agli immigrati se residenti da meno di dieci anni. L’ipotesi iniziale era di 5 anni, poi per recuperare le risorse ridotte dalla trattativa con Moscovici in Europa hanno raddoppiato gli anni di residenza: un cinismo nauseante.

Il governo sta preparando una vera e propria via crucis per chi dovesse avere i criteri per il contributo. Teoricamente dal primo marzo si potrà fare domanda negli uffici postali. Se l’Inps ammetterà il contributo, lo caricherà su una tessera tipo bancomat. Massimo 500 euro al mese, ai quali sarà successivamente aggiunti massimo altri 280 euro per chi vive in affitto. Il contributo sarà versato per 18 mesi, rinnovabili se saranno garantite le altre condizioni: partecipare a lavori socialmente utili per il proprio comune e garantire la partecipazione a corsi di riqualificazione lavorativa. Intanto arriveranno le offerte di lavoro, la prima entro 100 km dal luogo di residenza, la seconda entro i 250 km e la terza oltre i 250.

 

Tagli e tasse

Intanto nella legge di Bilancio si sono alzate le soglie per l’affidamento diretto (senza gara) dei lavori pubblici ai privati, i cosiddetti appalti: da 40mila a 200mila euro, favorendo la corruzione e il clientelismo. Si sono portati avanti ulteriori tagli alla sanità, all’istruzione e allo stato sociale. Le maggiori tasse che saranno applicate alle banche e alle assicurazioni saranno scaricate sui consumatori, mentre grazie ai mille condoni previsti gli evasori potranno tirare l’ennesimo sospiro di sollievo.

L’Irpef abbassata al 15% sulle partite Iva fino a 65mila euro poi non è solo un regalo ai padroni, ma anche un incentivo per intensificare lo sfruttamento sostituendo dei dipendenti con false partite Iva più di quanto già non accada.

Gli slogan sulla dignità e il riscatto del popolo lasciano il tempo che trovano. Questa legge non sposta un euro dai ricchi ai poveri. Ma oramai il tempo stringe, il conto alla rovescia è iniziato, ben presto quei milioni di lavoratori e disoccupati che hanno riposto la propria speranza in questi buffoni, potranno fare i conti e toccare con mano il significato di queste riforme. Solo un’opposizione di classe, dalla parte dei lavoratori e degli strati più indigenti, può offrire risposte a chi domani più che mai dovrà prendere atto che senza lotta di classe non ci sono conquiste e miglioramenti.

P.S: Mentre andiamo in stampa il governo ha approvato garanzie con fondi pubblici per la banca Carige, fino a una possibile ricapitalizzazione a spese dello Stato. Per le banche fallite i soldi si trovano sempre.

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