18 Maggio 2020 un'educatrice di comunità

La crisi Covid-19? Scaricata sugli educatori!

L’emergenza sanitaria ha influito in maniera piuttosto pesante sugli educatori di comunità ma va detto che anche prima la situazione non era delle migliori. Generalmente le comunità sono gestite da cooperative che si occupano di tutta la parte finanziaria e quindi anche del materiale che arriva nelle strutture, dell’affitto della struttura stessa e delle assunzioni. Gli educatori fanno lunghi orari di lavoro con uno stipendio di circa 7/8 euro all’ora con un aspetto gravoso nel contratto che riguarda le ore passive, ossia 7/8 ore durante la notte che non concorrono al conteggio del monte ore svolto e che soprattutto vengono pagati con un forfait che equivale a circa 5 euro all’ora.

Inoltre la cooperativa gioca al risparmio anche per quanto riguarda il materiale necessario per le attività giornaliere sollecitando gli educatori a comprarlo e per quanto riguarda gli spazi gioco sono spesso e volentieri non idonei, piccoli e privi di giochi adatti all’età dei bambini, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli quindi in comunità da 0-3 anni. Alcune comunità non sono perfettamente in regola e nel caso di ispezioni rischiano la chiusura o comunque il trasferimento dei bambini che, nel caso non potessero essere accolte in strutture adatte a loro, possono anche arrivare in comunità adolescenti, in comunità alloggio per anziani o peggio in comunità per tossicodipendenti in attesa che si liberino posti più adatti alle loro esigenze.

Aggiungiamo che nelle stesse strutture, spesso si supera il numero di ospiti da poter accogliere (ad esempio nella stessa comunità in cui lavoro siamo in sovrannumero), e questo è un guadagno ulteriore per le cooperative che prendono tra i 100 e i 150 euro per utenti al giorno. Anche il personale spesso e volentieri non è sufficiente per poter coprire in modo adeguato tutti i turni e quindi le cooperative giocano al risparmio puntando sul volontariato. Volontariato che anche in questo caso è sinonimo di sostituzione di personale retribuito, quindi sfruttamento.

I problemi si sono aggravati in periodo di emergenza sanitaria. I dispositivi di protezione che nella maggior parte dei casi sono arrivati a quasi due/tre settimane dall’inizio dell’emergenza in molte strutture e spesso sotto sollecitazione degli stessi educatori e non come iniziativa da parte delle cooperative. Riguardo ai protocolli di emergenza, in molti casi, è stato sconsigliato o addirittura vietato di usare i mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro, quindi per gli educatori è stato un aumento delle spese personali, sappiamo che autostrade e pedaggi non sono economici. A fronte delle giuste obiezioni le cooperative spregiudicate hanno pensato bene di proporre turni di 24 ore. Più giusto sarebbe stato un rimborso di una parte delle spese di viaggio se non nella sua totalità. Inoltre gli educatori che non sono in possesso di un mezzo proprio hanno dovuto arrangiarsi e nei giorni in cui non riuscivano ad arrivare al lavoro, sono stati obbligati a prendere delle ferie forzate che comunque maturano con molta fatica e dopo molte ore di lavoro.

A molti è stato chiesto di fare l’esame sierologico e di ripeterlo a spese dell’educatore mentre deve essere il datore di lavoro a coprire questi costi dal momento che l’ha richiesto. Infine il problema dell’organico non adeguato si è posto in maniera più pesante nel momento in cui mancavano degli operatori a casa in quarantena, in alcuni posti di lavoro gli educatori si sono ritrovati a dover fare non solo il proprio lavoro ma anche quello delle figure mancanti.

In conclusione, le cooperative lavorano su appalti che vanno a risparmio e non a tutela degli utenti. Bisogna lottare non solo per il diritto dei lavoratori ad avere migliori condizioni di lavoro ma soprattutto per gli utenti, in particolare i bambini, che non devono essere penalizzati da queste logiche.

 

 

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