31 Marzo 2020

La classe dominante brancola nel buio davanti alla peggiore crisi della storia del capitalismo

La pandemia che si sta diffondendo nel mondo ha innescato una recessione globale. La classe dominante è profondamente disorientata su come ammortizzarne l’onda d’urto economica. Nella morsa della disperazione, la borghesia sta distruggendo tutte le regole con cui ha condotto le sue politiche negli ultimi ottant’anni. Il sistema capitalista sta affrontando la crisi peggiore della sua storia.

La recessione è già qui

I dati economici arrivano sempre in ritardo rispetto agli eventi, e le più recenti stime ufficiali per l’economia sono quelle dell’ultimo trimestre del 2019, mentre le prossime arriveranno ad aprile. In ogni caso, è chiaro come nell’ultimo mese e mezzo la situazione si sia completamente modificata.

Molti analisti in questo momento cercano di comprendere la scala di questa crisi, ma i loro modelli sono costruiti sulla base dello studio di situazioni che appartengono al passato e faticano a descrivere una situazione inedita come questa. Comunque, non c’è ragione di dubitare dell’andamento generale dei dati macroeconomici.

Morgan Stanley stima che l’economia statunitense subirà una contrazione del 30 percento tra aprile e giugno di quest’anno, dopo aver già subito un calo del 2,4 percento tra gennaio e marzo. Questo vorrebbe dire che il tasso di disoccupazione salirà al 12,8 percento durante questa primavera, il più alto dal 1948, quando si è iniziato a rilevare questo dato.

Milioni di persone hanno già perso il lavoro: in 3,28 milioni hanno fatto domanda per il sussidio di disoccupazione negli USA, la settimana scorsa. Si tratta ancora una volta del dato più alto mai rilevato. In Gran Bretagna, in una settimana ci sono stati mezzo milione di persone che hanno fatto richiesta di sussidio presso la Universal Credit.

L’Istituto per la Finanza Internazionale (Institute of International Finance) ora prevede un crollo del Prodotto Interno Lordo (PIL) globale dell’1,5 percento, con gli USA a meno 2,8 percento, l’Eurozona a meno 4,7 percento, con la Cina che registrerebbe una crescita solo del 2,8 percento. Per quelli che vengono definiti “mercati emergenti”, ovvero la gran parte dei paesi ex-coloniali, prevedono una crescita dell’1,1 percento. Questa cifra è però condizionata dalla crescita prevista, anche se a un andamento molto inferiore alla norma, in India e in Cina.

«In ogni caso, la maggior parte dell’incertezza che riguarda le nostre previsioni è sul H2 (la seconda metà del 2020). Fissiamo provvisoriamente un ritorno alla crescita del PIL mondiale durante H2, assumendo la fine delle quarantene e un ritorno della fiducia di consumatori e imprese. Rimane da verificare se questi presupposti poi siano o meno giustificati. L’incertezza che ne risulta pervade tutte le nostre previsioni».

Anche avendo qualche idea su ciò che sta accadendo ora, gli analisti non riescono a immaginarsi che succederà già tra un mese o due, figuriamoci in autunno! Fanno previsioni per un crollo del PIL paragonabile a quello del 2009, assumendo che la situazione inizierà a somigliare ad un ritorno alla normalità nella seconda metà dell’anno. Ma questo dipenderà dalla capacità degli stati nel contenere la pandemia, nell’allentare le restrizioni e nell’infondere un po’ di fiducia nel futuro fra consumatori e imprese. Non un compito semplice.

La fiducia delle imprese sta crollando. Per l’Eurozona, l’Indice PMI (Purchasing Managers’ Index, basato su dati che arrivano dalle imprese) è crollato da 51,6 a 31,4, la cifra più bassa mai registrata da che l’indice è stato creato nel luglio 1998. In questo indice, qualsiasi cifra al di sotto dei 50 punti segna una contrazione economica. Secondo l’economista a capo di IHS Markit, l’istituto che ha raccolto queste cifre, i dati indicherebbero un crollo dell’8 percento del PIL dell’Eurozona e una caduta del 5 percento di quello statunitense. Inoltre, egli ha affermato come sia “difficile che il crollo registrato dall’indice abbia già raggiunto il suo picco negativo”.

In Francia, il ministro dell’economia ha dichiarato che la crisi attuale “si può paragonare soltanto alla grande recessione del 1929” ed ha aggiunto come l’industria francese stia operando solo al 25 percento dei suoi livelli consueti. In Germania, il ministro dell’economia ha affermato che la crisi sta mettendo alla prova la «funzionalità dell’economia di mercato» e che «tutti i mercati stanno completamente collassando».

È più difficile trovare dati riguardanti la Cina ma, secondo il Financial Times, l’economia cinese è operativa al 75 percento rispetto ai livelli del 2019, e del 35 percento al di sotto dei dati riscontrati il primo gennaio di quest’anno. Ciò significherebbe un colpo devastante per l’economia cinese.

I paesi ex-coloniali sono duramente colpiti da questa crisi: i “mercati emergenti”, come agli economisti piace chiamarli, hanno perso 83 miliardi di dollari in investimenti. Molte monete sono in caduta libera: il peso messicano, il rand sudafricano, il real brasiliano hanno perso circa il 20 percento del loro valore, mentre la lira turca e la rupia indonesiana hanno perso intorno al 10 percento. Questo si aggiunge ai cali già registrati da queste monete nell’ultimo paio d’anni, ed il dato complessivo indica una perdita compresa tra uno e due terzi del loro valore. Considerando la dipendenza di questi paesi da prestiti valutati in dollari americani, quella che ne risulta per loro è una situazione molto difficile.

A mali estremi, estremi rimedi

La classe dominante è nel panico, cosa che si nota già dal fatto che vengono adottate nuove misure a una grande velocità. Mentre nel 2008-2009 gli USA ci hanno messo quattro mesi a presentare un pacchetto di misure di salvataggio per le attività economiche, stavolta ci sono volute solo quattro settimane. Il pacchetto che la borghesia statunitense propone oggi vale anche il doppio rispetto a quello dello scorso decennio (2 mila miliardi di dollari paragonati a mille miliardi undici anni fa).

Tutti insieme, Stati Uniti, Banca Centrale Europea, Giappone, Francia, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Canada e Australia hanno annunciato lo stanziamento di 2,2 mila miliardi di dollari in misure delle banche centrali e 4,3 mila miliardi in misure governative. Questa cifra è l’equivalente del 17 percento del PIL complessivo di questi paesi, ovvero il 7,3 percento del PIL mondiale. Anche il governo cinese ha annunciato misure per 587 miliardi di dollari, che corrispondono a circa il 5 percento del PIL della Cina

Non è soltanto la dimensione dei pacchetti di misure ad essere inedita; qui è l’intera dottrina liberale sul ruolo dello stato nell’economia ad essere messa da parte. Mario Draghi, l’ex presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato dalle colonne del Financial Times:

«È già chiaro che la risposta a questa crisi deve comportare un significativo incremento del debito pubblico. Le perdite di reddito subite dal settore privato – e ogni debito contratto per venirne a capo – dovranno essere assorbite, tutte o in parte, dai bilanci governativi. Un debito pubblico molto più elevato sarà un fattore permanente nelle nostre economie e sarà accompagnato dalla cancellazione del debito privato».

In sintesi: il governo deve farsi avanti per garantire tutte le perdite del settore privato. Il funzionamento normale del mercato sarà messo da parte. Le società in bancarotta andranno tenute a galla da sussidi governativi, prestiti e garanti istituzionali. Draghi poi prosegue:

«A dispetto del fatto che diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficiente di affrontare immediatamente ogni falla nel sistema economico è di mobilitare totalmente tutto il loro sistema finanziario: il mercato delle obbligazioni, principalmente per le grandi imprese; i sistemi bancari e in alcuni paesi anche il sistema postale per tutti gli altri settori. E questo va fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Il sistema bancario, in particolare, si ramifica per tutta l’economia e può produrre denaro istantaneamente, permettendo il ricorso agli scoperti bancari o l’apertura di nuove linee di credito».

Il governo deve affrontare immediatamente “ogni falla nel sistema economico”, evitando “ritardi burocratici”. Per decenni, ci hanno detto che i governi sono inefficienti, fautori solo di sprechi e che devono rimanere per quanto è possibile fuori dalle questioni economiche. Ora, all’improvviso, sotto la minaccia del collasso completo del sistema, Draghi e i suoi amici borghesi vogliono che lo stato entri in ogni aspetto dell’economia, ignorando tutti i regolamenti e le leggi che loro stessi hanno introdotto negli ultimi quarant’anni. Lo stato sta rapidamente diventando il garante dell’intero sistema economico.

Banche centrali che finanziano le spese dei governi

Nel passato, gli economisti hanno insistito sulla necessità di una decisa separazione tra banche centrali e governi. Nel loro entusiasmo di assicurare l’indipendenza alle banche centrali, hanno persino introdotto questa clausola in alcune norme fondative dell’Unione, come il trattato di Maastricht. Questo è stato fatto per evitare che le Banche Centrali operassero come strumento per finanziare i governi, e farle essenzialmente diventare i guardiani dell’austerità nella finanza pubblica. Questo principio politico sta venendo ora trasformato nel suo opposto.

In un articolo uscito sul Financial Times, Philipp Hildebrand, il vicedirettore dell’azienda di consulenza finanziaria più grande del mondo, la BlackRock, ha spiegato la logica che c’è dietro a tutto questo. Gli interventi operati dalle banche centrali fatti per fronteggiare l’ultima crisi, implicano che “lo spazio per le politiche monetarie convenzionali e non convenzionali sia ampiamente esaurito”. Invece, saranno le politiche fiscali (il budget dei governi) che dovranno portare questo peso. Ma qui sorge un problema:

«Lasciata da sola, una spesa governativa ampia porterà il rendimento dei titoli ad alzarsi, rendendo il debito sovrano più difficile da contrarre e più costoso da finanziare. Tutto ciò aumenterebbe il rischio che ci aspetti in fondo alla strada una grossa crisi nei pagamenti del debito pubblico».

«Questo è il motivo per cui il mondo politico deve evolvere verso una comprensione meno semplicistica dell’indipendenza delle banche centrali»

[…]

«Per affrontare questa minaccia al cuore stesso del sistema economico mondiale, una banca centrale veramente indipendente ha bisogno di essere sicura di potersi esplicitamente coordinare con altri organi delle politiche pubbliche, come lo stato».

Quello che Hildebrand dice sostanzialmente è che i governi non possono chiedere in prestito somme infinite di denaro, perché questo porterà chi presta il denaro a smettere di credere che i governi ripagheranno i debiti. Il che vuol dire che chi presta chiederà tassi di interesse sempre più alti e renderà i prestiti successivi sempre più costosi, o persino impossibili. Per risolvere questo dilemma, le banche centrali si devono “coordinare”. In altre parole, devono assicurare il credito al governo. Ma come possono le banche centrali fare ciò? Semplicemente stampando nuova moneta. In sintesi: le banche centrali devono stampare denaro per finanziare la spesa dei governi.

Per più di ottant’anni, la classe dominante ha evitato di ricorrere a questa misura particolare. Perché? Perché comporta un rischio elevatissimo di arrivare all’iperinflazione. In questo momento storico, i borghesi pensano di essere diventati intelligentissimi e di aver imparato tutte le lezioni della storia, dunque che tutto ciò non accadrà. Proprio come Gordon Brown (il Ministro dell’Economia in Gran Bretagna durante la crisi del 2008), che si vantava di aver trovato una soluzione ai cicli di espansione e recessione dell’economia.

Le banche centrali hanno già iniziato a adottare questa politica. La Federal Reserve, ad esempio, detiene intorno al 10 percento del debito del governo statunitense. La Banca Centrale Europea, che nella crisi precedente per alcuni anni ha dovuto fronteggiare una seria corsa all’indebitamento da parte degli stati dell’unione, ne è venuta fuori detenendo obbligazioni dei singoli paesi per 1,9 mila miliardi di euro, depositati per quattro anni nelle sue banche centrali nazionali. Questa cifra rappresenta circa il 20 percento del debito complessivo di tutta l’Eurozona. Ora le banche centrali si stanno preparando ad ampliare ulteriormente queste politiche.

La Banca Centrale Europea, la BCE, a cui prima avrebbero voluto impedire costituzionalmente di finanziare i disavanzi pubblici, ora ha annunciato un programma di acquisto di titoli di stato per 750 miliardi di euro, dichiarando che ciò aiuterà tutti i governi dell’Eurozona ad abbassare il costo del denaro che prendono in prestito. La Federal Reserve ha dichiarato che il valore in buoni del tesoro che può acquistare è di fatto illimitato, iniziando con una prima spesa di 375 miliardi di sterline la settimana scorsa. È in preparazione una nuova legge che permettere alla Federal Reserve di comprare non solo titoli di stato a breve termine, ma anche quelli a lungo termine, sia statali che municipali. In pratica, la banca centrale si prepara a finanziare tutto il governo degli Stati Uniti per il prossimo anno. Questa situazione è senza precedenti.

Una banca nazionale

Non solo la banca centrale finanzierà il bilancio pubblico, ma assumerà anche il ruolo che normalmente spetta alle banche commerciali. Le inadempienze sui mutui, i fallimenti delle imprese, ecc. metteranno a dura prova la capacità delle banche commerciali di prestare più denaro, anche se volessero farlo.

Questo è il contesto in cui intervengono i governi e le banche centrali. L’esecutivo tedesco ha dato il via libera a prestiti da 800 miliardi di euro da parte della sua banca d’investimento. Il pacchetto di salvataggio statunitense di 2 mila miliardi di dollari include 850 miliardi di finanziamenti per prestiti alle imprese, di cui 350 miliardi per le piccole imprese. Anche le banche centrali stanno intensificando le loro attività in questo senso.

La Federal Reserve ha annunciato un’altra serie di misure volte a risollevare il mercato del debito dalla crisi in cui si trova. La banca centrale americana ha annunciato l’acquisto di titoli ipotecari per 250 miliardi di sterline. Lo stesso organo sta preparando anche il “Main Street Business Lending Program”, che andrà a finanziare le piccole e medie imprese. Questo, per garantire che il credito apparentemente illimitato messo a disposizione dalle misure governative sia effettivamente disponibile per le imprese di tutte le dimensioni. Come ha affermato il capo economista di JP Morgan negli USA, la Federal Reserve si sta trasformando da banca centrale in banca commerciale.

Un sistema in profonda crisi

Tutte le misure che la classe dominante sta adottando hanno un chiaro obiettivo: mantenere a galla le imprese e i lavoratori fino alla fine della pandemia. Eppure, non c’è nessun motivo per considerare questa crisi come un fattore passeggero. Si tratta in realtà di una strada senza uscita per un sistema che è stato tenuto artificialmente in vita per decenni.

L’espansione del credito non è iniziata nel 2008-2009 ma molto prima. Già negli anni ’70, le modalità con cui i capitalisti sono usciti dalla crisi hanno aperto la strada a una crisi molto più grande oggi.

Debito mondiale (come percentuale del PIL)

Accumulare debito era un modo per superare una crisi di sovrapproduzione, per garantire che le aziende continuassero a investire e che gli individui continuassero a consumare, anche quando non potevano davvero permettersi di farlo. Ma l’espansione del credito alla fine raggiunge il suo limite. Non si può rimandare il giorno della crisi all’infinito.

Abbiamo spiegato questo concetto in diversi articoli nel corso dell’ultimo decennio. Non si tratta di una crisi causata da un virus, ma di una crisi scatenata dal virus. La pandemia rivela solo tutte le crepe profonde che già si diramavano nel sistema economico.

Molti economisti e politici sperano che, dopo un breve e brusco calo, l’economia si riprenda e probabilmente, se questa pandemia fosse scoppiata qualche decennio fa, sarebbe stato così. Il sistema sarebbe stato in grado di riprendersi in modo relativamente rapido. Oggi, però, la situazione è molto diversa.

Le economie tedesca e giapponese erano già in recessione, mentre gli effetti positivi provocati negli USA dal pacchetto di stimolo per l’economia emanato da Trump nel 2018 stavano già iniziando a diminuire. L’economia cinese aveva già mostrato segni di rallentamento, dopo che l’espansione del credito senza precedenti aveva cominciato a produrre rendimenti decrescenti. Gli scontri commerciali avviati da Trump avevano seriamente intaccato il sistema del commercio internazionale. La ripresa, sempre che sia esistita, era giunta al termine.

Pertanto, è improbabile che le misure che la classe dominate sta adottando ora siano temporanee. Piuttosto, lo stato dovrà continuare a sostenere l’economia durante gli anni a venire, visto che sarebbe stato costretto a farlo in ogni caso anche senza la pandemia. Questo è un riflesso del fatto che lo sviluppo delle forze produttive ha superato di gran lunga i limiti imposti della proprietà privata. Il capitalismo non può più svolgere un ruolo progressivo, l’unico modo in cui i borghesi possono rattoppare il sistema è lasciare che lo stato assuma un ruolo centrale.

Il confronto con le economie di guerra durante il periodo dei due conflitti mondiali è azzeccato. Proprio tra il 1914 e il 1945 il capitalismo si è trovato in un’altra crisi simile, anche se quella attuale sarà più profonda.

Ma tutto questo non avverrà senza che ci sia un prezzo da pagare. Nonostante i desideri dei difensori del capitalismo che si trovano anche nel movimento operaio, il denaro immesso nel sistema non sarà mai gratis. Prima della crisi del 2008 la politica che stanno adottando ora i vari governi sarebbe stata considerata una follia, e non senza motivo. Stampare denaro mentre la capacità produttiva è stagnante o addirittura in calo creerà inflazione. Farlo in modo incontrollato creerà iperinflazione. Questo è uno degli errori della politica economica del presidente venezuelano Maduro. Come è noto si tratta anche della stessa politica attuata dal governo della Germania nei primi anni Venti, che portò allo scoppio di una crisi rivoluzionaria.

Nell’ultimo decennio queste politiche non hanno avuto questo effetto. Innanzitutto, perché le grandi somme di denaro che sono state immesse nell’economia sono state consegnate in gran parte alle grandi aziende, e non hanno raggiunto l’economia reale, pur causando comunque vari tipi di bolle speculative. Inoltre, l’economia era in uno stato talmente depresso che le misure adottate dalle banche centrali hanno evitato una deflazione, piuttosto che creare inflazione.

Ciò che la classe dominate propone ora sono manovre di più ampia portata, sia in termini di scala che di consistenza effettiva dei singoli provvedimenti. Le banche centrali compiono degli interventi più diretti, così come fanno i vari governi. Allo stesso tempo, il problema non è solo la mancanza di “domanda”, come la chiamano loro, ma in molti mercati anche la mancanza di offerta. A causa della pandemia, la capacità produttiva sta crollando e non è chiaro in che quantità potrà essere recuperata. Il capitalismo è un sistema anarchico, che non si lascia pianificare e controllare. In tempi di crisi, diventa ancora più ingovernabile, difficile da prevedere e caotico.

Possiamo già vedere un aumento dei prezzi per generi di prima necessità come la carta igienica, le attrezzature mediche e il cibo. Questo può facilmente verificarsi anche in altri settori, che devono affrontare interruzioni delle filiere di produzione o un rapido cambiamento nella dinamica dei consumi. La situazione non può che peggiorare.

Chi pagherà?

Alla fine, qualcuno dovrà pagare il conto per tutti questi provvedimenti. I borghesi sono diventati tutti “socialisti” in quanto vogliono che lo stato salvi le loro imprese, ma naturalmente cercheranno di scaricare questi costi sulla classe lavoratrice, chiedendo che sia quest’ultima a pagare per queste misure.

I passi compiuti dai padroni delle compagnie aeree mostrano l’atteggiamento della borghesia in merito. Il multimiliardario Richard Branson ha chiesto il salvataggio di stato per la sua compagnia aerea Virgin Atlantic. Nello stesso tempo chiedeva ai dipendenti di prendere dei congedi non pagati. Il costo totale dei salari per tutti i dipendenti della Virgin Atlantic ammonta a 4 milioni di sterline a settimana. Il che significa che con i suoi 4 miliardi di sterline di patrimonio personale, Branson potrebbe permettersi di pagare gli stipendi ai suoi dipendenti per circa 20 anni, anche senza il sostegno dello stato.

Se si procede lungo la strada della stampa di denaro per coprire i debiti, si creerà solo inflazione, questo avrà una ricaduta diretta sui salari e sui risparmi dei lavoratori.

La borghesia è consapevole delle difficoltà connesse a queste politiche. Negli USA è stato introdotto un assegno di 1.200 dollari a tutti i residenti nel paese come strumento per tentate di attenuare le potenziali critiche al salvataggio delle aziende. Come ha scritto il Wall Street Journal la scorsa settimana:

«Alcuni al Congresso stanno spingendo per assicurare che i versamenti in contanti a tutti i contribuenti americani accompagnino gli aiuti all’industria, un’idea che ha preso slancio martedì con l’approvazione del presidente Trump. Tali versamenti sarebbero popolari, e probabilmente ridurrebbero le critiche sugli aiuti ai mercati».

Questo ridurrà le critiche, per il momento, ma sarà molto difficile, tra un anno o due, trovare sostegno per l’ennesimo pacchetto di austerità fatto per finanziare gli aiuti alle imprese.

Ben Barnake (ex Presidente della Federal Reserve) ha dichiarato di essersi sorpreso del fatto che i salvataggi del 2008-2009 non abbiano provocato movimenti di massa, un “contraccolpo populista” come lo definisce lui. In realtà l’hanno fatto, solo che questi sono stati scaglionati nel tempo. Gli ultimi anni si caratterizzano ovunque come un periodo di intensificazione della lotta di classe. Quest’ultima crisi non farà che versare benzina sul fuoco. Qualsiasi mezzo la borghesia utilizzi per tentare di rimettere in sesto il sistema, farà divampare la lotta di classe.

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