18 gennaio 2016

La Cina e l’economia mondiale nel 2016: “Vendere tutto!”

Meno di un quarto d’ora dopo l’apertura, il mercato azionario cinese è stato chiuso da un blocco automatico della contrattazione. La settimana precedente il meccanismo era scattato due volte a causa dei rapidi crolli di oltre il 7%. Questo meccanismo denominato “circuit-breaker” è stato imposto dal governo solo 5 mesi fa, in seguito a perdite altrettanto drammatiche. Ora il governo ha sospeso questa misura, non perché abbia ritrovato la fiducia, ma come ulteriore fattore di panico.

Già questa settimana il mercato borsistico è crollato del 5% in un solo giorno. Quest’anno le perdite nelle borse di Shanghai e Shenzhen hanno portato finora a perdite rispettivamente del 15% e del 20%. L’istituzione del circuit-breaker rivela il nervosismo del governo cinese verso l’instabilità economica sottostante.

Da qualche tempo il rallentamento dell’economia cinese è un dato di fatto, ed è riconosciuto come una delle principali cause della recessione in Brasile, dei rallentamenti in molte economie, come quella australiana, così come del crollo prolungato dei prezzi delle materie prime sul mercato mondiale. L’estrema turbolenza del mercato azionario è un messaggio che preavvisa di un “atterraggio molto duro” dell’economia reale e mette in luce la montagna di debiti e le contraddizioni accumulatesi con il lungo boom.

Prima di questo e dei crolli della settimana scorsa nel mercato azionario, l’economia reale aveva inaugurato il 2016 con una brutta notizia. Il settore manifatturiero, il cuore dell’economia cinese nonché il più grande al mondo, a dicembre si è contratto per il quinto mese consecutivo, segnando 9 mesi di calo complessivo. Il declino è talmente innegabile che anche l’Ufficio Nazionale di Statistica, famoso per “truccare le carte”, volendo fornire sempre buone notizie, ha detto che “le tensioni finanziarie sono diventate ‘più importanti’ verso la fine dell’anno, e ‘la pressione al ribasso sul settore manifatturiero era ancora relativamente grande ‘. “(Financial Times, 01/01/16). Non vi è dubbio che il rallentamento è reale.

Tuttavia, è normale per i giornalisti cercare aiuto nel carattere secondario e semi-fittizio del mercato azionario cinese. Solitamente si fa notare come le azioni cinesi rappresentino una piccola parte del capitale cinese; la loro volubilità rappresenta proprio il loro distacco dalla base più sana dell’economia. È certamente vero che il mercato azionario cinese è neno decisivo per il capitalismo cinese rispetto a quanto lo sia il Dow Jones per gli Stati Uniti. È dunque improbabile che questa volatilità provochi direttamente una crisi finanziaria ed economica.

Ma i mercati azionari sono anche un barometro che segnala la salute di un sistema economico. Tutte le volte che la crescita è diventata instabile e ha oltrepassato i limiti imposti dal capitalismo, tendiamo a vedere bolle, distorsioni e squilibri nei posti più strani. La volubilità del mercato azionario cinese non può rappresentare direttamente l’economia nel suo complesso, ma è un sintomo del suo squilibrio. Che il suo enorme aumento di un anno fa e la sua successiva caduta, fossero esagerati, fittizi e lontani dalla realtà economica, non è una cosa sana, ed è la prova della sovrapproduzione cronica che si è accumulata nell’economia reale.

Prima del boom e del successivo crollo del mercato azionario, abbiamo visto l’enorme bolla ddel mercato immobiliare, che è poi scoppiata. Ciò è successo perché in entrambi i casi gli investitori non vedevano opportunità redditizie di investimento nella produzione a causa della sovrapproduzione. Questa enorme sovrapproduzione dell’economia cinese è una realtà a partire dalla crisi mondiale del 2008 che ha significato la scomparsa di un mercato vitale alla grande espansione industriale della Cina. Settori chiave cinesi come l’acciaio sono grottescamente sovra-estesi.

Come ampiamente documentato, nel 2008 il governo cinese era in preda al panico. Lo stimolo fiscale risultante che ha lanciato è stato il più grande nella storia del mondo ed è riuscito sia a proteggere la Cina dalla crisi che a salvare il mondo da una depressione totale. Ma tutto ciò è stato possibile a costo di una crisi futura che è ora imminente. Lo stimolo fiscale è stato raggiunto imponendo il debito sulle imprese statali per mantenere l’economia in crescita, con la conseguente esplosione del debito che ora deve essere pagato. Infatti, lo stesso stimolo ha provocato rendimenti notevolmente in diminuzione. Sei anni fa “in Cina serviva poco più di 1 dollaro di debito per generare 1 dollaro di crescita economica. Nel 2013 ci sono voluti quasi 4 dollari”, il motivo è che con l’accumulazione di debiti non pagati” un terzo del nuovo debito va ora a pagare il debito vecchio.”(Financial Times, 27/1/14) L’economia cinese è bloccata da debiti improduttivi perché lo stimolo del debito prodotto dal governo non poteva essere utilizzato a sufficienza per gli investimenti produttivi. Perché indebitarsi per investire in nuove fabbriche se il resto dell’economia mondiale è stagnante e la domanda è in calo? Così questi nuovi debiti sono stati invece utilizzati nella speculazione miope. È questa sovrapproduzione di fondo che ha indotto gli investitori a speculare prima in proprietà immobiliari e ora nel mercato azionario. Lo scoppio della bolla azionaria riflette il fallimento di questa speculazione e a sua volta il fallimento dell’economia nel suo complesso.

Le statistiche di crescita del debito cinese sono scioccanti. Un anno fa McKinsey and Co. ha prodotto dei dati che mostrano come il debito totale dell’economia cinese sia quadruplicato in soli sette anni arrivando a 28000 miliardi di dollari, il 282% del PIL e il 14% del debito globale totale. La Cina è dipendente dal debito. Non può ripagare i debiti accumulati, molti dei quali sono in realtà delle sofferenze e deve richiedere ulteriori prestiti solo per pagare quelli che ha già contratto e non per aumentare la produzione.

La montagna di debiti è particolarmente cronica in alcuni settori, in particolare quelli fondamentali delle merci come le materie prime. Secondo Macquarie, il debito in questo settore è aumentato dal 2007 del 300% e circa la metà di queste aziende devono ora pagare interessi che sono pari a due volte i loro guadagni. Queste cifre attestano di un problema profondo e ingestibile nell’economia cinese e in quella mondiale. Il capitalismo ha raggiunto i suoi limiti.

Il rallentamento dell’economia, le grandi perdite della borsa e I goffi tentativi del governo di gestire tutta la situazione, stanno causando una significativa fuga di capitali dall’economia cinese. La valuta (lo Yuan) ha invertito la sua traiettoria ascendente e ha cominciato a cadere piuttosto drammaticamente. Questa volta non è il governo a svalutare artificiosamente la moneta per rafforzare le esportazioni, al contrario, il governo sta combattendo la forte pressione dei mercati a vendere valuta. Ciò si riflette nel prezzo inferiore dello Yuan scambiati all’estero rispetto a quello venduti all’interno perché nel primo caso il governo permette più libertà alle forze del mercato. I due tassi convergevano solo grazie ad un uso governativo di “armi di ‘forza nucleare’ per scoraggiare un attacco alla yuan da parte di venditori allo scoperto e per convincere gli investitori scettici che hanno il controllo del balbettante sistema finanziario del paese.” (The Guardian, 12/1/16).

La Cina è terrorizzata all’idea che la drammatica caduta della sua moneta sia causata e a sua volta sia causa di una massiccia fuga di capitali dall’economia, provocando una recessione. Così sta bruciando le sue considerevoli riserve di valuta estera per comprare Yuan in modo da puntellarne artificialmente il valore. Questo ha causato la diminuzione delle sue riserve ufficiali di valuta forte pari a un sesto del totale dal giugno 2015 (Financial Times, 11/1/16). Si stanno adottando nuovi controlli sui capitali per arginarne la fuga. George Magnus sul Financial Times scrive che,

“E’ in questo contesto che possiamo comprendere il recente annuncio della riduzione delle riserve valutarie di 512 miliardi di dollari nel 2015. Dal momento che la Cina ha un surplus sui conti correnti e sugli investimenti diretti netti pari a circa 600 miliardi di dollari, l’uscita implicita di capitali deve essere stata di quasi 1000 miliardi di dollari. Di cui una parte era fuga di capitali. Data l’interazione tra la fuga di capitali, un deprezzamento “gestito” più incerto della valuta e un’abbuffata di credito privato che sta andando nella direzione sbagliata, la crisi del credito cinese potrebbe giusto ora avvicinarsi un po’ più velocemente” (The Financial Times, 11/1/16)

Il debito del settore privato non-finanziario (%del Pil)

Il debito del settore privato non-finanziario (%del Pil)

Tutto ciò dimostra che in Cina c’è da aspettarsi una crisi finanziaria ed economica in piena regola. Questo è estremamente importante nelle prospettive per il sistema capitalistico mondiale, perché nel 2008 il fatto che la Cina abbia evitato la crisi, ha trainato l’economia mondiale la quale rimane afflitta dal debito e dalla sovrapproduzione causa dell’ultima crisi (in realtà ancora in corso). La crisi del 2008 non ha avuto la consolazione di liberare il mondo dal debito e dalla sovrapproduzione, anzi i livelli asiatici e globali del debito, ben lontani dall’essere ripagati, sono solo cresciuti da allora, come mostrano i grafici a fianco e sotto.

Così il mondo, ammalatosidi austerità, è estremamente vulnerabile a un’altra crisi finanziaria. Solo che questa volta le riserve di grasso sono state bruciate e la Cina, l’ultimo baluardo contro una depressione totale nel 2008, non solo questa volta non salverà il mondo, ma sarà probabilmente la causa della crisi. Oggi l’effetto di ciò che accade nell’economia cinese è maggiore rispetto al 2008 e la sua quota di commercio e di produzione non ha fatto altro che crescere – quest’anno rappresenterà il 18% dell’economia mondiale.

l'evoluzione del debito mondiale rispetto al Pil (senza riduzione del livello di indebitamento post-crisi)

L’evoluzione del debito mondiale rispetto al Pil (senza riduzione del livello di indebitamento post-crisi)

L’economia mondiale ne sta già sentendo gli effetti. L’indice Dow Jones ha avuto il peggior inizio d’anno della storia, così come lo S&P500 (l’indice delle 500 aziende Usa a maggiore capitalizzaione, ndt), che ha perso 864 miliardi di dollari in quattro giorni. lI prezzo del petrolio è sceso di 31 dollari (dai 147 di pochi anni fa) e potrebbe anche scendere a 10 dollari al barile! C’è il timore che un significativo rallentamento o una recessione in Cina potrebbe causare una deflazione globale e il default sui debiti. Già nel 2015 si è assistito alla crescita mondiale più lenta dalla crisi del 2008/9. La Royal Bank of Scotland ha appena scritto ai propri clienti esortandoli a “vendere tutto”, tranne i bond sicuri, perché “la situazione attuale ricorda [è] quella del 2008, quando il crollo della banca d’affari Lehman Brothers ha portato alla crisi finanziaria globale. Questa volta il punto di crisi potrebbe essere la Cina” (The Guardian, 12/1/16)

Per il regime cinese, una crisi economica è anche una profonda crisi politica. Il governo basa la sua legittimità, in modo molto esplicito, sulla crescita economica, sull’aumento del tenore di vita e sull’affidabilità e la stabilità economica generale. Stanno per essere smascherati. Con il crollo della loro legittimità, la cosa che più temono è l’ascesa della classe operaia, quelle centinaia di milioni di lavoratori che hanno fatto e continuano a fare della Cina la potenza economica che è.

La classe operaia cinese da anni si sta organizzando, guadagnando in fiducia e combattività. Gli scioperi sono in crescita continua e gli ultimi dati indicano non solo che il 2015 ha visto un numero record di scioperi (il doppio rispetto al 2014),ma anche che questi scioperi hanno avuto un picco nel mese di dicembre, solo un mese fa.

La crisi economica costringerà i capitalisti cinesi ad aumentare la pressione, tagliare i salariali e licenziare i lavoratori, i quali sono nello spirito più combattivo da tempo. Il governo vede il pericolo e sta reprimendo più che mai gli attivisti e i dirigenti sindacali. Secondo il Financial Times

“La polizia cinese ha arrestato quattro attivisti operai nel Guangdong, il cuore produttivo del paese, in quello che è stato descritto dagli avvocati come il più duro giro di vite delle autorità cinesi contro l’organizzazione in sindacati da due decenni.”

Cheng Zhenqiang, l’avvocato che rappresenta Zeng Feiyang, uno degli attivisti arrestati venerdì, ha detto telefonicamente al Financial Times che è chiaro come il rallentamento dell’economia cinese stia giocando un ruolo.

“Naturalmente [il giro di vite] è legato alla crisi economica” (Financial Times, 11.1.16)

La classe operaia cinese non conosce altra condizione che quella di un pesante stato di repressione. Per loro è sempre stato estremamente pericoloso alzare la testa. Tuttavia hanno imparato a difendersi e ottenere salari migliori. Sono ben consapevoli che è per il duro lavoro e per i salari da fame che la classe dominate cinese è diventata la seconda più potente al mondo. I lavoratori vogliono quello che spetta loro di diritto, vale a dire, una vita dignitosa. La crisi incombente minaccia di cancellare ogni possibilità di ottenerla e gli operai non lo accetteranno. La prospettiva per il 2016 e per gli anni a venire, in Cina e nel mondo, è di una profonda crisi economica e di una inconciliabile lotta di classe.

12 gennaio 2016

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