17 dicembre 2016

La caduta di Aleppo e le nebbie della guerra

Aleppo è caduta. Dopo quattro anni di una guerra di logoramento sanguinosa la città più grande della Siria e il principale centro commerciale prima della guerra civile è di nuovo sotto controllo del regime di Assad. Per i ribelli e i loro sostenitori stranieri rappresenta un colpo umiliante che avrà conseguenze importanti a livello interno e internazionale.

Il prezzo di questi quattro anni di guerra è stato di migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e centinaia di migliaia di profughi, Aleppo riassume la tragedia della guerra civile siriana. Una città antica con una popolazione moderna, ricca di cultura, divenuta un cumulo di polvere e macerie. Le conseguenze di questo crimine si riverbereranno sulle future generazioni.

Dall’agosto scorso la roccaforte dei ribelli di Aleppo est è stata posta de facto sotto assedio. Nei mesi scorsi un’operazione meticolosamente pianificata ad opera delle milizie siriane, iraniane, palestinesi e irachene ha compiuto un’avanzata costante, con il sostegno aereo dei jet siriani e russi.

Certo, Putin e Assad hanno agito in maniera cinica e brutale. Hanno messo in fuga la popolazione civile da intere città bombardando scuole, ospedali, mercati ed altre infrastrutture che ospitavano civili. Non c’è alcun aspetto umanitario nelle loro azioni, che rivelano un disprezzo completo della vita umana a tutela dei loro esclusivi interessi. Ma sarebbe sbagliato vedere la situazione solo da un lato della medaglia senza prendere in considerazione il fiume di sangue che scorre dall’altra.

Una storia di atrocità e ipocrisia

Aleppo prima e dopo

Per trovare la verità riguardo a questa guerra reazionaria bisogna sgombrare il campo da una montagna di menzogne, inganni e marcia ipocrisia. I governanti del cosiddetto “mondo libero” sono tutti in lacrime, con i mass media che gettano tutta la colpa sulle brutali forze siriane e russe che hanno combattuto ad Aleppo. Condannano Putin e Assad per aver bombardato, sparato e ucciso delle persone (in guerra!). Eppure non hanno problemi con le loro milizie “moderate”che fanno esattamente le stesse cose, con metodi per nulla più umani di quelli adottati da Putin. Mentre i giornali sono pieni di articoli sul bombardamento “dell’ultimo ospedale di Aleppo”, non fanno alcun accenno al bombardamento costante e indiscriminato di Aleppo Ovest o del quartiere curdo di Sheikh Masqood. Si possono solo immaginare le dimensioni della distruzione e dell’orrore se mai le milizie dell’opposizione avessero avuto a disposizione una propria forza aerea. Ma le uccisioni sono un crimine solo quando sono portate avanti dagli oppositori dell’occidente.

I crimini di guerra dell’imperialismo occidentale nel corso della storia sono senza fine: l’uccisione di centinaia di migliaia di persone a Hiroshima e Nagasaki, il bombardamento della popolazione civile di Dresda nella seconda guerra mondiale, dove furono sganciate l’equivalente di 4000 tonnellate di bombe che uccisero 25mila persone, l’operazione Rolling Thunder con i bombardamenti a tappeto che uccisero centinaia di migliaia di civili in Vietnam. Tutto ciò è occultato – se non addirittura incensato – nei libri di storia.

Il comportamento di questi gentiluomini dei tempi moderni in Medio Oriente non è per nulla migliore. Un indagine del 2015 condotta dai Physicians for social responsability (Medici per la responsabilità sociale) conclude che, “le guerre hanno ucciso, direttamente o indirettamente, circa 1 milione di persone in Iraq, 220.000 in Afghanistan e 80.000 in Pakistan per un totale di circa 1,3 milioni di morti. (…) Il numero totale di morti nei tre paesi sopra citati potrebbe anche essere superiore a 2 milioni, mentre una cifra inferiore a 1 milione è estremamente improbabile. ” Messe tutte insieme, le gesta assassine di Assad, Putin e anche dell’ ISIS non potrebbero raggiungere i livelli della distruzione scatenata dall’imperialismo occidentale in Medio Oriente.

La guerra criminale in Iraq, nel frattempo, ha completamente destabilizzato il paese e la regione e ha scatenato le forze più arretrate e reazionarie. La tragedia va ben al di là del semplice numero – seppur enorme – di persone uccise.

Ancora oggi, l’assedio e i bombardamenti indiscriminati dello Yemen da aerei sauditi, sostenuti da vicino dalle forze britanniche e statunitensi, ha lasciato più di metà dei 28 milioni di abitanti del paese a rischio di morire di fame. Eppure questo disastro e questa tragedia umanitaria sono convenientemente ignorati dai politici e dalla stampa in Occidente. Un coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Yemen ha detto che la guerra è “probabilmente una delle più gravi crisi del pianeta, ma è come se fosse una crisi silenziosa, una situazione altrettanto silenziosa e una guerra dimenticata”.

Allo stesso modo non viene divulgato nulla rispetto alle vittime civili causate dall’assedio e dall’attacco alla città di Mosul, dove risiedono un numero di civili di gran lunga maggiore rispetto ad Aleppo est. Ironia della sorte, alcuni degli stessi gruppi di Aleppo che vengono criticati dall’Occidente sono stati ingaggiati per fare il lavoro sporco a Mosul con la copertura aerea occidentale.

I nostri beneamati leader sono pieni di preoccupazione per la situazione del popolo siriano. Ma le loro azioni raccontano una storia diversa. Un recente rapporto interno delle Nazioni Unite fatto trapelare da The Intercept caratterizza le sanzioni occidentali contro la Siria come “alcuni dei regimi sanzionatori più complicati e di vasta portata mai imposti.” Il rapporto riferisce che le sanzioni degli Stati Uniti sono estremamente crudeli “per quanto riguarda la fornitura di aiuti umanitari” [nostra sottolineatura]. Un’altra rapporto delle Nazioni Unite pubblicato dalla stessa rivista definisce le sanzioni come un “fattore principale” nella degrado del sistema sanitario.

Inoltre, è profondamente ironico che questi gentiluomini che amano la pace hanno ora promesso di destinare ancora più armi e denaro in Siria dopo la caduta di Aleppo.

Sì, i nostri cari amici democratici sono prontissimi a puntare il dito verso i colpevoli. Ma sono altrettanto veloci a dimenticare il terrore e la barbarie che loro stessi hanno scatenato e continuano a sostenere in tutta la regione.

Siria


Nella stessa Aleppo, le recenti atrocità avrebbero potuto essere evitate se gli Stati Uniti avessero accettato un accordo di cessate il fuoco con la Russia e il regime di Assad solo un mese fa. L’accordo è saltato dopo che gli aerei statunitensi hanno bombardato e ucciso circa 100 soldati del regime siriano che combattevano contro l’ISIS nell’enclave assediata di Deir Ezzor. Secondo il sito Middle east eye, un recente rapporto del Comando Centrale degli Stati Uniti chiaramente “dimostra che alti ufficiali della US Air Force presso il Centro per le operazioni aeree congiunte (CAOC) presso la base aerea di al-Udeid in Qatar, che erano responsabili per la decisione di effettuare l’attacco aereo di settembre alle Deir Ezzor hanno:

Ingannato i russi sugli obiettivi degli Stati uniti in modo che la Russia non potesse avvertire le truppe siriane che l’obiettivo erano proprio loro;

“Ignorato le informazioni e le analisi dei servizi segreti rispetto al fatto che le posizioni in procinto di essere colpite erano del governo siriano piuttosto che dello Stato islamico;

“Spostato bruscamente la priorità da un processo di individuazione dell’obiettivo a un’attacco immediato in violazione delle normali procedure dell’Aviazione americana

(US strikes on Syrian troops: Report data contradicts ‘mistake’ claims)

Il proposito di questo attacco non era solo far saltare il cessate il fuoco ad Aleppo, ma anche infliggere un duro colpo alle forze siriane che sono sottoposte all’assedio dell’ ISIS da più di due anni.

Dopo il fallimento del cessate il fuoco, la campagna di bombardamento aereo russo e siriano su Aleppo è stata interrotta per un periodo di tre settimane, durante le quali sono state create otto vie d’uscita per i civili e i miliziani al fine di lasciare Aleppo Est ed essere condotti o verso le zone controllate dal regime, dove ai ribelli sarebbe stata concessa l’amnistia se avessero deposto le armi, o verso le zone controllate dai ribelli a Idlib con la concessione di poter portare con sé armi leggere (!). Ma la risposta degli amici “moderati” dell’Occidente ad Aleppo è stato quello di sparare e bombardare tutti coloro che cercavano di lasciare la zona. In effetti, le milizie dell’opposizione hanno preso l’intera Aleppo Est in ostaggio e hanno trasformato la popolazione in scudi umani.

Eppure i media occidentali continua a sostenere questi “ribelli moderati”, li ritraggono come combattenti per la libertà che rappresentano il popolo contro il regime di Assad. Ma chi sono questi gruppi moderati? Essi non vengono mai nominati direttamente col loro nome. Ma guardando i gruppi di Aleppo, i più forti sono stati: Jabhat Fatah Al-Sham (JFS), il ramo siriano di Al-Qaeda originariamente costruito da quello che oggi è l’ISIS; Ahrar Al-Sham (AAS), che ha governato l’intero governatorato di Idlib insieme al JFS per diversi anni e con cui si stava per unificare un paio di anni fa; e, infine, il gruppo Nour al-Din al-zinki, che è un gruppo islamico con stretti legami con gli Stati Uniti. L’estate scorsa il gruppo Zinki si è guadagnato una fama a livello internazionale per la decapitazione di un ragazzo di 14 anni. In uno dei tanti video dell’esecuzione, si poteva ascoltare gli uomini di al-zinki affermare “noi siamo peggio dell’ISIS”. Quindi, sì, questi gruppi potrebbero essere “moderati” – ma rispetto a che cosa?

Il fatto è che i “ribelli” non hanno mai goduto di grande sostegno all’interno della città di Aleppo così come in molte altre aree urbane in Siria, Aleppo è caduta all’inizio nelle mani dell’opposizione solo dopo un attacco proveniente dalle campagne limitrofe. Il quotidiano The Guardian riportava nel mese di agosto 2012:

I combattenti dell’opposizione – circa 3.000 di loro – sono praticamente le uniche persone che si spostano in giro per la metà orientale della città controllata ora dall’Esercito libero siriano. Il piccolo numero di non-combattenti che rimangono sembrano prestare loro poca attenzione. Pochi sembrano dare loro apertamente il benvenuto.

” ‘Sì, è vero’, ha detto lo sceicco Tawfik Abu Sleiman, un comandante dei ribelli seduto al piano terra del suo nuovo quartier generale. Il quarto – gli altri tre sono stati bombardati. ‘Circa il 70% della città di Aleppo è con il regime. È sempre stato così. La campagna è con noi e la città è con loro. Stiamo dicendo che saremo qui solo il tempo che ci vuole per compiere il nostro lavoro, per sbarazzarsi di Assad. Dopo di che, ci ritireremo e potranno costruire la città che vogliono. ‘

Infatti, una volta che la rivoluzione degli esordi ha cominciato a disintegrarsi in un conflitto settario dominato da gruppi islamisti, la stragrande maggioranza della popolazione, che vedeva con favore la rivoluzione, è tornata ad appoggiare il regime.

Vedendo che la rivoluzione stava destabilizzando il regime di Assad nel 2011, l’imperialismo occidentale e i suoi alleati – Arabia Saudita, Turchia, Giordania e gli Stati del Golfo – cominciarono a versare miliardi di dollari nella casse dei gruppi islamici in Siria. Un rapporto rivelatore dalla Defence Intelligence Agency- l’agenzia di intelligence del Pentagono – nel 2012 spiegava: “Internamente, gli avvenimenti stanno chiaramente prendendo una direzione settaria (…) I salafiti, i Fratelli Musulmani, e AQI [Al-Qaeda in Iraq e precursore di JFS e ISIS] sono le principali forze motrici della rivolta in Siria. L’Occidente, Paesi del Golfo, e la Turchia sostengono l’opposizione; mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono il regime. (…) C’è la possibilità che si consolidi un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaka e Deir Ezzor), e questo è esattamente ciò che le potenze che appoggiano l’opposizione vogliono, in modo da isolare il regime siriano … “

Instabilità

Questa è la vera ragione dietro il clamore che si leva dall’Occidente. Tutte le loro trame per il paese sono caduti in pezzi. Il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, un diplomatico esperto che in genere misura le sue parole, ha detto ai giornalisti che era “stanco di sentire questo piagnistei dai nostri colleghi americani.”

La caduta di Aleppo è un’umiliazione completa per l’imperialismo occidentale. Mentre l’annessione della Crimea – di per sé una grande umiliazione per l’imperialismo degli Stati Uniti – è avvenuta nel “cortile” di casa della Russia, ad Aleppo assistiamo all’umiliazione pubblica e la frantumazione dei protetti degli Stati Uniti nella regione che gli Stati Uniti hanno tradizionalmente visto come il loro dominio. Come è evidente nelle guerre in Iraq e in Afghanistan, l’imperialismo degli Stati Uniti ha sempre pensato che potesse fare quello che voleva in Medio Oriente. Ma a Aleppo i limiti dell’imperialismo degli Stati Uniti si sono apertamente svelati. Non è un caso che i negoziati più seri sul destino di Aleppo siano stati tra la Russia e la Turchia, senza la partecipazione degli Stati Uniti.

Quando il Pentagono ha fatto saltare il cessate il fuoco nel mese di ottobre, è stato da una posizione di arroganza e di sfida nei confronti della Russia. Ma poi la Russia, l’Iran e la Siria proceduto a schiacciare i protetti degli Stati Uniti – proprio di fronte alle forze armate Usa (e turche) che erano di stanza letteralmente a poche decine di miglia di distanza … e gli Stati Uniti non potevano fare nulla al riguardo. L’Occidente e i suoi alleati, che sono abituati a dettare legge, sono stati ridotti a semplici spettatori a Aleppo.

Non solo hanno investono molto in Aleppo, ma la caduta della città significa che i ribelli sono stati ora spinti fuori da tutte le principali aree urbane in Siria. Mentre la guerra civile potrebbe trascinarsi per gli anni a venire, è chiaro che è andato in frantumi la minaccia diretta al regime di Assad. Il conseguente crollo del morale tra i ribelli rafforzerà il consolidamento del potere. Tutti i piani delle potenze interventiste sono in rovina. Questo avrà gravi conseguenze.

L’esposizione pubblica dell’impotenza degli Stati Uniti significa che da ora gli Usa saranno messi sotto pressione da una serie di potenze minori a livello internazionale, un fatto che metterà alla prova i limiti dell’imperialismo degli Stati Uniti e l’”ordine mondiale” dominato dagli Stati uniti. Questi “alleati” e nemici inizieranno ad assumere un ruolo che sarà maggiormente indipendente dagli Stati Uniti e dei suoi interessi. Questo a sua volta porterà ad una ulteriore instabilità a livello internazionale.

In Turchia, la caduta di Aleppo è un duro colpo per i piani neo-ottomana di Erdogan di dominio del Medio Oriente, danneggerà seriamente il suo prestigio, e viene proprio in un momento in cui l’economia turca potrebbe essere diretta verso una grave crisi, che a sua volta potrebbe vedere uno sviluppo esplosivo nella lotta di classe. In Siria, Erdogan è solo leggermente aiutato dal fatto che la Russia ha permesso la Turchia una certa presenza nella regione a nord di Aleppo – anche se anche questa presenza potrebbe essere messa in discussione nel prossimo periodo. In effetti, tutto ciò che rimane dalla politica di Erdogan in Siria è l’obiettivo utopico di sconfiggere l’enclave curda di Rojava. Ma anche questo potrebbe a un certo punto ritorcersi contro Erdogan e portare alla frammentazione della Turchia.

Il più grande colpo, però, è stato sferrato all’Arabia Saudita, che sta rapidamente vedendo il declino della sua posizione internazionale. Il Regno reazionario non dispone più di merce di scambio significativa in Siria, con la maggior parte delle suoi protetti confinati nell’emirato islamico del governatorato di Idlib dove non rappresentano una minaccia per nessuno. Il fallimento degli interventi sauditi in Siria e in Iraq, e la prossima sconfitta in Yemen, avranno importanti ripercussioni all’interno del regno, che è invischiato in una fitta rete di crisi sociale, economica e politica.

Che fare?

Molti sono giustamente disgustati dalla tragedia di Aleppo. “Cosa possiamo fare?”, chiedono con sincera preoccupazione. Alcuni propongono che venga imposta una no-fly zone, come se una guerra senza bombardamenti sia in qualche modo più umana. Ma in termini pratici reali, la richiesta di una no-fly zone è solo un altro modo di fare appello a una campagna di attacchi aerei da parte dell’Occidente a sostegno dei ribelli e contro il regime di Assad. Lungi dall’essere più umana, significherebbe fornire una copertura aerea ad alcune delle forze più reazionarie del pianeta. Un tale intervento rafforzerebbe anche l’appoggio al regime di Assad tra la popolazione siriana.

L’intervento occidentale non porterebbe a nulla di progressista in Medio Oriente. In realtà, è alla base di tutte barbarie che si verificano oggi nella regione. Come la storia degli interventi occidentali delineati in precedenza dimostra, questi governi non procedono in base a preoccupazioni “umanitarie”, ma per i propri ristretti interessi imperialisti. Maledicono i crimini di Putin e Assad, piangendo lacrime di coccodrillo per la tragedia di Aleppo; e tuttavia, allo stesso tempo, nascondono sotto il tappeto i propri crimini di guerra in Yemen e altrove.

Gli interventi in Iraq, Afghanistan, Libia e Yemen non hanno portato a “democrazia” e “libertà”, ma hanno completamente distrutto le fondamenta della vita civile in quei paesi. Questa dovrebbe essere una chiara indicazione di quello che ci si può aspettare da qualsiasi intervento occidentale in Siria.

Se vogliamo fare qualcosa; se vogliamo portare avanti qualsiasi tipo di cambiamento, la prima cosa sarebbe quella di iniziare una seria lotta contro le nostre classi dominanti capitaliste e imperialiste – che hanno commesso i più grandi crimini della storia del Medio Oriente.

Lenin una volta ha commentato che “il capitalismo è orrore senza fine”. Dietro a questo aforisma vi è una profonda verità. La guerra e l’instabilità sono una parte intrinseca del capitalismo – un sistema che si basa sull’interesse personale, la concorrenza, e la ricerca del profitto anarchica, e sulle quali nessuno esercita alcun controllo reale.

In un periodo di crisi – in cui la lotta di classe diventa più aspra, l’economia mondiale è destabilizzata, aumenta la concorrenza tra i vari stati nazionali – i conflitti interni e l’instabilità generale si intensificano. Il fatto è che tutte le potenze con interessi in Medio Oriente vorrebbero la stabilità nella regione – ma solo alle loro condizioni, che sono sempre in antagonismo e solo a scapito delle altre potenze. Per difendere le proprie posizioni e i loro interessi ristretti, sono disposti a soffocare l’intera regione in un mare di sangue.

La guerra in Siria, quantunque sia tragica, non sarà l’ultima guerra di questa natura. Il capitalismo continuerà a produrre sempre più guerre simili fino al giorno in cui verrà rovesciato dalle masse lavoratrici. L’unica cosa giusta da fare è quello di preparare una forza rivoluzionaria in grado di accelerare la caduta di questo sistema marcio a livello internazionale.

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