27 Maggio 2022 Meisam Sharifi and Esaias Yavari

Iran: tagli ai sussidi per il pane, inflazione e convergenza della lotta di classe

Dalla scorsa settimana sono scoppiate in Iran una serie di proteste spontanee a seguito dei tagli ai sussidi ai generi alimentari di base, combinati con la spirale inflazionistica. I prezzi di prodotti come olio da cucina, pollo, latte e uova sono aumentati bruscamente anche del 300%. Nelle ultime settimane, il prezzo di un chilogrammo di farina è aumentato del 500%. I tagli ai sussidi hanno anche causato un aumento del 169% del prezzo della pasta. Questo sta creando una situazione disperata per le masse e sta provocando un contraccolpo che combinato alle lotte dei lavoratori, produce un mix esplosivo.

Le proteste sono scoppiate prima nelle città della provincia del Khuzestan, tra cui Izeh, Shadegan, Hamidiyeh, Dezful e Andimeshk, poi si sono diffuse in tutto il paese. Ora hanno raggiunto le province di Chaharmahal-Bakhtiari e Lorestan e la città di Ardabil. Questi enormi movimenti si sono trasformati in rivolte localizzate, con proteste che ora interessano oltre 100 città.

La folla, principalmente composta da giovani, è scesa in piazza nonostante la feroce repressione. In alcune zone hanno attaccato gli edifici del Ministero della Propaganda e i seminari islamici. I manifestanti hanno subito una violenta repressione da parte del regime, che ha provocato diversi morti.

Temendo che le proteste si diffondano ulteriormente, la copertura di Internet è stata bloccata in diverse regioni da parte dello stato. In Khuzestan è stata dichiarata la legge marziale non ufficiale, con le forze di sicurezza che pattugliano continuamente le strade.

Ciò ha solo radicalizzato ulteriormente i manifestanti, dove sono predominanti gli slogan contro il regime, tra cui: “morte a Khamenei, morte a Raisi”, “morte al dittatore” e “morte al Principio del Velayat-e-Faqih [Repubblica islamica] ”. A loro volta, i funerali delle vittime della repressione si sono trasformati in grandi manifestazioni, che sono state attaccate dalle forze di sicurezza. Questi eventi drammatici potrebbero trasformarsi rapidamente in una rivolta, la quarta dal 2018.

Nel frattempo, e in modo estremamente significativo, queste rivolte nelle province coincidono con una nuova ondata di scioperi molto combattivi. Il Comitato del coordinamento degli insegnanti è impegnato in una campagna di sciopero molto radicale e ha fatto un appello per organizzare delle proteste a livello nazionale volte a ottenere la liberazione dei dirigenti sindacali che sono stati incarcerati e perché vengano soddisfatte le loro richieste. A Teheran, dove fino ad ora il movimento non ha raggiunto le proporzioni viste nelle province, i lavoratori degli autobus hanno lanciato una significativa fase di scioperi chiedendo una paga più alta dopo che gli è stato offerto un misero aumento del 10% che è al di sotto dell’inflazione.

Anche i pensionati sono stati impegnati in una lunga campagna contro la diminuzione delle pensioni, e un movimento nazionale di lavoratori a contratto del settore petrolifero – che lavorano in condizioni estremamente dure e con una paga scarsa – ha fatto appello perché da fine aprile parta una nuova campagna di proteste.

Pubblichiamo di seguito l’eccellente dichiarazione del movimento dei lavoratori del settore petrolifero, che correttamente chiedono alle masse iraniane sfruttate e oppresse di unire le loro lotte.

È chiaro che la pausa della lotta di classe che abbiamo visto a partire da marzo, a seguito dell’aumento della repressione governativa e delle restrizioni per il COVID-19, sta volgendo al termine.


Dichiarazione dei lavoratori a contratto del settore petrolifero

Lo tsunami di inflazione devastante infligge un dolore comune a tutti noi lavoratori, insegnanti, pensionati e a tutte le masse popolari.

La vita di molti lavoratori è stata distrutta a causa di salari ben al di sotto della soglia di povertà.

In una situazione del genere, vediamo che i nostri colleghi sia a tempo determinato che a tempo indeterminato nell’industria petrolifera e negli enti governativi, che dovrebbero essere soggetti al diritto del lavoro, non sono stati inclusi nell’aumento salariale del 57%, che è comunque ben al di sotto della soglia di povertà – approvato dal Consiglio supremo del lavoro. Si dice che i loro salari aumenteranno solo del 10%.

Questi problemi riguardano anche i pensionati. L’attuazione del piano di livellamento e adeguamento delle pensioni ha subito mille battute d’arresto e le persone che dopo aver lavorato per anni, dovrebbero vivere in completa tranquillità, sono ora preoccupate per il pezzo di pane.

Gli insegnanti sono alle prese con gli stessi problemi. L’attuazione del piano salariale a più livelli è diventata parte di un piano per mettere in trappola e attaccare gli insegnanti, che hanno subito tutta una serie di attacchi.

Stiamo tutti protestando contro i salari che sono al di sotto della soglia di povertà, soprattutto ora che i prezzi si sono moltiplicati e il semplice acquisto del pane è diventato un problema per i lavoratori e i poveri.

Anche la privazione dei servizi sociali più elementari, come l’assistenza sanitaria e l’istruzione gratuite, e dei mezzi necessari per ottenere un alloggio, ha reso la situazione estremamente critica.

È in questa situazione che di città in città le persone sono scese in piazza, gridando contro i prezzi alti e lo tsunami dell’inflazione.

Questo è il grido di tutti noi, il popolo, contro la mafia che forma il sistema di governo.

La protesta della gente per le strade, degli insegnanti e dei pensionati e dei diversi settori della società, sono anche la nostra protesta, quella dei lavoratori stabili e precari del settore petrolifero.

Pertanto appoggiamo e sosteniamo con forza queste proteste, e siamo d’accordo con le persone che protestano al grido di: “i mezzi di sostentamento e la dignità sono i nostri diritti naturali” e con quello spirito portiamo avanti le nostre richieste.

Così, come abbiamo già detto, le esigenze degli insegnanti sono le esigenze di tutti noi lavoratori e di tutte la popolazione. Sosteniamo fermamente le loro proteste e protestiamo con forza contro l’incremento delle prevaricazioni contro i nostri amici insegnanti, così come gli arresti e le incarcerazioni che stanno subendo. Siamo molto preoccupati per la situazione del nostro amico, il maestro Ismail Abdi.

Abdi, tutti gli insegnanti e gli operai detenuti, e tutti i prigionieri politici devono essere rilasciati immediatamente, senza alcun ritardo e senza alcuna condizione.

Ribadiamo e richiediamo con urgenza che i nostri salari vengano aumentati senza tante storie, secondo le cifre che abbiamo richiesto, e che il salario di nessun lavoratore o individuo sia inferiore a 16 milioni di toman (il toman è un multiplo del riyal, la valuta ufficiale, ndt). 20 giorni lavorativi e 10 giorni di riposo sono nostri diritti inalienabili.

Non siamo schiavi: dobbiamo spezzare la morsa delle imprese appaltatrici nei nostri confronti e in quelli dei lavoratori del settore petrolifero. Anche le leggi schiaviste applicate nelle zone economiche speciali e nelle zone di libero scambio devono essere abolite.

Noi lavoratori del settore petrolifero, insieme a tutti coloro che protestano contro l’aumento dei prezzi, chiediamo che sia il governo a pagare. È impossibile tollerare questa situazione e non c’è altra strada davanti a noi lavoratori e al popolo iraniano che protestare e lottare.

Questa barbarie e questa schiavitù devono finire.

Da questo momento, subito, i beni di prima necessità che ci servono devono essere a prezzo sovvenzionato in modo da poter sopravvivere.

L’assicurazione sanitaria, l’istruzione gratuita e l’alloggio sono diritti di tutti noi e devono essere messi immediatamente a disposizione.

Allo stesso tempo, non possiamo tollerare questa repressione e l’intervento delle forze di sicurezza contro la nostra lotta deve finire.

Il diritto di organizzazione, di protesta e di riunione sono nostri diritti fondamentali.

Infine, facciamo appello a tutti i lavoratori, gli insegnanti e tutti i settori della nostra classe, comprese tutte quelle persone che sono arrivate ai limiti della povertà e della fame: uniamoci sulla base comune di queste esigenze e sosteniamo reciprocamente le nostre lotte .

Lasciateci rassicurare i nostri amici pensionati che siamo loro vicini nelle loro proteste che si svolgono tutte le domeniche e lasciateci annunciare all’unisono:

Solo nelle piazze possiamo rivendicare i nostri diritti!

I mezzi di sostentamento e la dignità sono nostri diritti inalienabili!

Formiamo consigli per l’organizzazione delle proteste dei lavoratori precari del settore petrolifero!


Il capitalismo iraniano: un incubo ad occhi aperti

La stragrande maggioranza degli iraniani vive in povertà, anche secondo il regime. L’inflazione supera il 100%, mentre il salario minimo è aumentato solo del 10%. Isolati dal mercato mondiale a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Repubblica Islamica, i capitalisti iraniani si stanno arricchendo attraverso lo sfruttamento più brutale della classe operaia. La massiccia crisi sociale nel Paese è stata solo acuita dalla pandemia, con le chiusure più recenti all’inizio di quest’anno.

La Repubblica Islamica è del tutto incapace di offrire una soluzione. Di fronte a scioperi e proteste quasi costanti e a tre rivolte dal 2018, sono terrorizzati dalla crescente combattività della classe operaia. Finora le sovvenzioni ai beni di prima necessità sono state una delle poche leve che hanno potuto utilizzare per stabilizzare la situazione. Ma il paese è in bancarotta da tutti i punti di vista. I tentativi fatti per prevenire i disordini sono stati finanziati attraverso la massiccia stampa di denaro e il prosciugamento delle riserve di valuta estera del paese, che hanno prodotto l’aggravamento della crisi economica.

I sussidi e i controlli sui prezzi sono diventati sempre più inefficaci di fronte all’aumento dell’inflazione. Nel 2018, il precedente presidente, Rouhani, ha introdotto la “valuta a tasso preferenziale”, un sussidio statale sulla valuta estera per l’importazione di beni di prima necessità (un elenco sempre più ridotto di 25 prodotti tra cui grano, carne rossa, pollo, olio e riso). Ma questo è solo servito a alimentare la speculazione della classe capitalista parassitaria, che ha intascato i dollari a buon mercato o li ha usati per speculare sul mercato non regolamentato. Nel frattempo, i lavoratori sono stati costretti a fare la fila per i beni di prima necessità sovvenzionati, tornando spesso a casa a mani vuote.

Consapevole che questa situazione è del tutto insostenibile, con le riserve valutarie iraniane che hanno toccato il minimo storico, il tutto aggravato dall’aumento globale dei prezzi che si è acuito in seguito alla guerra in Ucraina, l’attuale governo Raisi sta cercando di sostituire i beni sovvenzionati con sussidi in contanti ma solo per le famiglie più povere in assoluto, quindi anche da questo provvedimento milioni di poveri ne vengono esclusi. Ciò significherebbe caricare tutto il peso dell’inflazione sulle spalle della classe operaia e dei poveri, che in primo luogo non hanno mai realmente beneficiato delle “tariffe preferenziali”. La crisi economica del sistema capitalista globale è molto più pesante in Iran a causa della sua economia arretrata, delle sue industrie inefficienti e in declino, della corruzione e del suo mercato isolato e affamato.

 

I lavoratori uniti, non potranno mai essere sconfitti!

La rivolta di Dey 1396 (data del calendario iraniano corrispondente al dicembre 2017-gennaio 2018) è stata un punto di svolta, un movimento senza precedenti che ha coinvolto gli strati più oppressi della società, dove i giovani infuriati, derubati di un futuro, erano in prima linea. Da allora è iniziato un periodo senza precedenti di lotta di classe. Non c’è stato un solo settore della classe operaia che non sia stata attivamente coinvolta in scioperi e proteste.

Solo l’anno scorso, il regime ha dovuto affrontare uno sciopero nazionale dei lavoratori del settore del petrolio e del gas, un movimento a livello nazionale degli insegnanti con proteste quasi settimanali, la protesta degli agricoltori in Khuzestan che ha portato a una rivolta localizzata e le proteste degli agricoltori a Isfahan che sono state rapidamente represse nel timore di un’ulteriore rivolta.

Il Comitato di coordinamento degli Insegnanti, il più grande sindacato indipendente, ha guidato il movimento degli insegnanti. Ciò ha trovato un’eco massiccia nella società iraniana, con il sostegno di vari altri sindacati indipendenti che si sono sviluppati nell’ultimo periodo. Entro febbraio, gli insegnanti, incoraggiati dal massiccio sostegno nella società, hanno fatto appello per degli scioperi generali nazionali minacciando uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte.

sciopero degli autoferrotranvieri a Teheran

Il regime l’ha vista come una minaccia, in particolare la prospettiva dello scoppio di un movimento operaio generalizzato, e ha deciso di arrestare i dirigenti locali e nazionali degli insegnanti, con centinaia di detenzioni. Ma nonostante la repressione e le menzogne ​​del regime, la lotta di classe continua. Dal 20 aprile il Comitato di coordinamento degli insegnanti organizza una campagna di proteste nazionali. I lavoratori del settore petrolifero hanno organizzato proteste in varie località guidate dal Comitato per le proteste petrolifere, rifiutando le vuote promesse del regime. Gli eventi hanno dimostrato più e più volte alla classe operaia iraniana che non c’è altra via da seguire se non quella di lottare per i propri interessi.

Alla vigilia del primo maggio, la lotta di classe si stava avviando verso un’esplosione sociale. Una lettera di Habib Afkari, fratello di Navid, il campione di lotta libera 26enne arrestato nel movimento del 2018 e giustiziato nel 2020, scritta la vigilia del Primo Maggio, è stata ampiamente diffusa dai sindacalisti indipendenti e dai giovani, ed ha espresso lo stato d’animo nella società:

Un saluto a tutti i docenti e lavoratori del nostro Paese e alle loro famiglie. La mia speranza è che in questo momento storico e cruciale voi, con le vostre proteste, riportiate nelle strade la luce della speranza e la ricerca della giustizia, abbiamo imparato da voi lezioni di ispirazione e resistenza, e, come abbiamo sempre fatto, siamo con voi.

Ora che siamo alla vigilia della giornata dei lavoratori e degli insegnanti, prima di congratularmi con gli insegnanti e i lavoratori iraniani, voglio dire agli insegnanti che noi siamo vostri allievi. Ci consideriamo come sempre accanto a voi e affinché voi possiate soddisfare le vostre esigenze economiche e politiche, stiamo combattendo mano nella mano per un futuro migliore.

Voglio anche dire ai miei fratelli e sorelle lavoratori: mentre celebriamo la Giornata internazionale dei lavoratori, sappiate che i fratelli Afkari sono con voi, al vostro fianco.

Io, Habib Afkari, come umile membro della classe operaia, ho vissuto tutte le difficoltà che siete costretti a passare.

Ho visto molte volte agli arresti, le torture, le incarcerazioni e le minacce – ma questi non solo non hanno messo a tacere il movimento degli insegnanti e dei lavoratori, ma hanno fatto sentire più forte le loro voci, per essere ascoltate più chiaramente che mai da tutte le masse”.

Il Primo maggio, il Comitato di coordinamento degli insegnanti ha pianificato una protesta nazionale in tutte le principali città. Il regime, pienamente consapevole della forza potenziale di un movimento operaio indipendente, ha risposto arrestando i giovani e i sindacalisti, tra cui trenta insegnanti. Quel giorno, tuttavia, nonostante gli arresti e che fosse stata dichiarata la legge marziale non ufficiale, ci sono state oltre 70 proteste in tutto l’Iran. Il Comitato di coordinamento degli insegnanti non si tira indietro e ha fatto continui appelli per le proteste. Nel frattempo, nelle ultime settimane i lavoratori del settore petrolifero hanno organizzato sempre più proteste che hanno il potenziale per trasformarsi rapidamente in una nuova ondata di scioperi.

Riformisti o Principalisti, non si finirà mai

La Repubblica Islamica non vede via d’uscita dalla sua crisi. Dal 2018, il regime è dipeso sempre più dalla repressione aperta per sopravvivere. Il precedente governo “moderato” di Rouhani – impaurito dalla possibilità di una rivoluzione, soprattutto dopo la seconda rivolta di Aban 1398 (novembre 2019) – ha ammorbidito le sue misure di austerità.

Il presidente Ebrahim Raisi

I Principalisti, la fazione ultraconservatrice della Repubblica Islamica, hanno sfruttato demagogicamente il malcontento alle elezioni presidenziali del 2021, presentandosi come “pro-lavoratori” e “contro le privatizzazioni”. Nonostante questo inganno, si stima che alle elezioni abbia votato solo un terzo della popolazione, con il principalista Ebrahim Raisi eletto presidente solo dal 23% della popolazione.

Raisi, che presumibilmente “sa veramente cosa sia la povertà”, ha ora il compito di continuare gli attacchi alle tasche sempre più vuote delle masse. Gli eventi hanno dissipato e dissiperanno ogni illusione nell’attuale governo, che sta perseguendo le stesse politiche capitaliste del precedente. Il regime ha armato lo stato per affrontare la crescente lotta di classe e ha scatenato una repressione sempre più intensa.

Né i moderati/riformisti né i principalisti hanno nulla da offrire alle masse. Questo è chiaro da qualche tempo alla maggioranza della classe operaia e dei poveri in Iran. Il regime non può più demagogicamente appellarsi a loro. Ne sono pienamente consapevoli e sono pronti a confrontarsi direttamente con la classe operaia, aumentando il budget per il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane [leggi: Controrivoluzionario] e riorganizzando la polizia per includere i paramilitari, oltre a metterli sotto al comando del dipartimento di intelligence.

 

Abbasso la Repubblica Islamica

La classe operaia iraniana ha compiuto enormi passi in avanti nella costruzione di organizzazioni operaie a livello nazionale e indipendenti, mentre l’orrore del capitalismo iraniano, il vicolo cieco del regime, i continui scioperi e le proteste non richiedono altro che venga rovesciata la Repubblica islamica!

I sindacati indipendenti devono essere preparati – che ci sia una nuova rivolta è solo questione di tempo – a svolgere un ruolo di primo piano e a fare una campagna per uno sciopero generale. Le proteste in corso contro l’inflazione possono trasformarsi rapidamente in una rivolta nazionale. Ma tutte le precedenti rivolte sono fallite proprio a causa della mancanza della forza organizzata della classe operaia.

Una volta che un tale movimento si svilupperà, sarà in grado di porre fine all’odiata Repubblica Islamica. Non ci sarebbe forza nella società in grado di resistere alla forza della classe operaia unita ai poveri.

19 Maggio 2022

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