27 Novembre 2019

Insurrezione di massa in Cile

Da oltre un mese il Cile è attraversato da manifestazioni di massa come non se ne vedevano da decenni.
La scintilla è stata un episodio apparentemente di poca importanza, come accaduto in Libano per un’imposta sulle chiamate via whatsapp o in Ecuador per l’aumento della benzina. In Cile il casus belli è stato un aumento di 30 pesos (il 4%) del biglietto della metropolitana di Santiago. Quando processi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza seguono percorsi simili, li possiamo accomunare all’interno della stessa tendenza generale: la rabbia e l’insoddisfazione a lungo accumulate per una vita senza futuro esplodono e si esprimono attraverso episodi casuali.

 

Cile, il trionfo del capitalismo

Lo straordinario movimento delle masse cilene trova le radici nella profonda diseguaglianza esistente nel paese. Secondo un recente rapporto della Banca mondiale (2016), il Cile è il settimo paese più diseguale al mondo. Il 25% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il salario minimo nel 2019 è pari a 375 euro lordi mensili, mentre il 54% dei lavoratori guadagna meno di 420 euro al mese e i salari reali non aumentano da 10 anni (nonostante il Prodotto interno lordo sia cresciuto nello stesso periodo a una media del 3% annuo).
Il Cile è il paese dove il modello economico capitalista denominato “neoliberismo” è stato imposto per primo e si è spinto più in la. Scriviamo imposto perché fu solo grazie alla dittatura di Pinochet e alla conseguente repressione del movimento operaio e della sue organizzazioni che i capitalisti cileni e le multinazionali hanno avuto il via libera.
Il Cile ha rappresentato il trionfo della “libera impresa”. In Cile si pagano pochissime tasse, perché tutto è privatizzato da oltre trent’anni. Non esiste un sistema gratuito di sanità o istruzione pubblica, né un sistema pensionistico statale. Ogni lavoratore versa il 12% al mese del suo salario ai fondi privati (Afp). Il risultato è che che il 79% delle pensioni si colloca al di sotto del salario minimo e il 44% al di sotto della soglia di povertà. Ciò ha provocato un grande movimento, “No mas Afp”, la scorsa primavera. Uno dei numerosi che ha caratterizzato il mandato di Piñera fin dal suo insediamento nel marzo del 2018. Abbiamo avuto poi il movimento degli insegnanti nel giugno scorso e il magnifico sciopero dei portuali nei primi mesi quest’anno.
Anche negli anni precedenti i giovani e i lavoratori avevano mostrato la loro insofferenza verso il “modello” cileno. Già nel 2011 un impressionante movimento degli studenti contestava il sistema educativo dominato dai privati. Nel marzo del 2017 sono stati i minatori a condurre uno sciopero nella miniera di rame più grande del mondo, La Escondida. Il rame, settore strategico dell’economia, garantisce il 40% delle esportazioni e il 12% del Pil cileno.
Erano tutte scosse che annunciavano un terremoto più grande, ma gli avvertimenti non potevano certo essere colti dal presidente Piñera, uno degli uomini più ricchi del paese, che all’inizio di ottobre aveva definito il Cile “una vera oasi all’interno di un’America Latina confusa”.
Nelle loro torri d’avorio, questi miliardari sono sempre più incapaci di comprendere la situazione reale nella società. La loro prima risposta è spesso quella della “mano dura” contro la marmaglia che osa mettere in discussione i loro privilegi. Davanti alle decine di migliaia di studenti che invadevano le stazioni della metropolitana al grido di “evadi, non pagare”, il governo ha subito risposto con la violenza di Stato e ha decretato lo stato d’emergenza e il coprifuoco, un provvedimento che trova un precedente solo ai tempi della dittatura. Tutto ciò avveniva venerdì 18 ottobre e veniva giustificato dal governo come necessario per “fermare la violenza”. “Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile, che non rispetta nulla o nessuno”, ha dichiarato Piñera, definendo i manifestanti come criminali.
In ogni movimento di massa gli eccessi sono inevitabili e i marxisti condannano la distruzione e il saccheggio elevati a strategia politica. Tuttavia i veri responsabili della violenza in Cile non sono i manifestanti, ma le cosiddette “forze dell’ordine”. Mentre scriviamo, dopo tre settimane di protesta, si sono verificati almeno 20 morti e ben 3mila arresti. Il tutto nel totale silenzio dei massmedia occidentali.

 

“No son 30 pesos son 30 años”

Sabato 19 ottobre al loro risveglio i cileni hanno trovato di nuovo per le strade i carri armati e i soldati con i fucili spianati. Un’immagine che evoca sinistri ricordi, ma che non ha spaventato affatto le masse cilene, che non si sono chiuse in casa ma hanno rilanciato la mobilitazione. Il venerdì successivo, il 24 ottobre oltre un milione di persone hanno manifestato a Santiago del Cile in quella che è stata chiamata La Marcha Más Grande de Chile (la più grande marcia del Cile). Cortei altrettanto grandi ci sono stati in tutte le altre città, grandi e piccole e si stima che non meno di due milioni di persone siano scese in piazza.
Piñera allora ha cercato di utilizzare la carota, dopo il bastone. Ha revocato lo stato d’emergenza (l’aumento del biglietto era stato sospeso già qualche giorno prima) e ha annunciato un rimpasto di governo, dichiarando “di aver ascoltato le ragioni della maggioranza dei cileni”.
Ma era ormai troppo poco e troppo tardi. La coscienza delle masse risvegliate alla lotta ha fatto in pochi giorni passi da gigante. La radicalizzazione crescente è simboleggiata da alcuni tra gli slogan più diffusi: “Non sono 30 pesos, sono 30 anni” con cui si critica l’intero sistema di potere che ha retto il Cile. “Piñera renuncia!” è invece la risposta al rimpasto di governo. I lavoratori e i giovani non si accontentano della rimozione di alcuni tra i ministri più compromessi ma puntano il dito contro lo stesso presidente. Venerdì 8 novembre lavoratori e studenti a decine di migliaia hanno marciato verso il Parlamento (che ha dovuto essere evacuato) a Valparaiso, mentre a Santiago le masse si sono dirette verso il palazzo presidenziale della Moneda, fermate solo da una pesante repressione.
Nelle migliori tradizioni delle rivoluzioni in America latina, la mobilitazione ha cominciato a dotarsi di strumenti di democrazia diretta, i “cabildos abiertos”, assemblee popolari che si riuniscono periodicamente e che in alcune città come Valparaiso stanno iniziando a coordinarsi. Si calcola che nella prima settimana di novembre circa 10mila persone siano state coinvolte in queste riunioni.
Un ulteriore salto di qualità è fornito dall’entrata in scena dei battaglioni pesanti della classe operaia, in maniera organizzata. Lo sciopero generale del 12 novembre è stato convocato dalla Cut (la Central Unica de los Trabajadores), dal coordinamento dei sindacati dei minatori e da quello degli insegnanti. Successivamente si è aggiunto il potente sindacato dei lavoratori del rame con un comunicato che spiega come sia “venuto il momento di farsi sentire come classe lavoratrice.”
La sorte di Piñera è appesa a un filo, e un tale scenario è commentato con terrore dagli analisti più seri della borghesia: “Se può succedere a Santiago, potrebbe succedere ovunque. Questo è il messaggio scomodo che il resto del mondo dovrebbe comprendere dall’improvvisa rottura dell’ordine civile in Cile. E purtroppo è corretto.” Così il Washington Post del 30 ottobre.

 

Il cretinismo parlamentare della sinistra

In quello che definiamo senza timori una situazione insurrezionale, la direzione del movimento operaio e dei partiti della sinistra agiscono come retroguardia cercando di fare di tutto per frenare il movimento.
La Cut ha convocato lo sciopero generale con il proposito di “fermare le politiche liberiste del governo”, quando tutto il mondo mira alle dimissioni del presidente. La strategia è esclusivamente parlamentare. Il presidente del Partito comunista cilieno, Guillermo Teillier, ha promosso una sorta di “Stato di accusa per offesa alla costituzione” contro Piñera e il suo vice Chadwick, da discutere in parlamento. Come possa essere approvata, avendo il Pc solo 9 deputati su 120, non è dato sapere.
Un appello comune a tutte le opposizioni punta invece a “far sentire la voce del popolo” attraverso un plebiscito nel quale i cileni si dovrebbero esprimere sulla possibilità o meno di adottare una nuova costituzione, che dovrebbe in seguito essere discussa da un’assemblea costituente. Le intenzioni del deputato socialista Manuel Monselve, primo firmatario della proposta, sono piuttosto chiare: “Presidente, se non ascolta il popolo cileno la stabilità democratica del paese è in pericolo”. Tradotto: Piñera se non arrivi a un compromesso con l’opposizione , il pericolo è quello della rivoluzione!
Così, invece di guidare e organizzare il rovesciamento per via insurrezionale di Piñera e del sistema capitalista, i dirigenti dei partiti di sinistra si offrono come quei pompieri che spegneranno l’incendio che mette a rischio l’impalcatura del sistema stesso.
Ci sono indubbiamente settori delle masse che vedono la proposta di un’Assemblea costituente come molto radicale e la sostengono. In una nuova costituzione si possono inserire dichiarazioni di principio molto progressiste, che però (ed è stato il caso della Costituzione italiana) sono destinate a rimanere sulla carta, finché la borghesia conserverà saldamente il potere statale nelle proprie mani.
Uno slogan che in determinate condizioni può svolgere un ruolo progressivo nello sviluppo della coscienza delle masse, in condizioni come quelle attuali può divenire una leva per le forze della reazione. E infatti il ministro dell’Interno Gonzalo Blumel ha compiuto un’apertura su questo punto, spiegando che “il governo sta considerando la possibilità di convocare un congresso costituente che ratificherà una nuova Carta magna” (Bbc Mundo, 10 novembre). La controrivoluzione può essere effettuata sotto le insegne della democrazia, come è successo più volte.
Agitare dunque in tale situazione la rivendicazione di un’assemblea costituente è una politica errata che fa il gioco della borghesia e può far naufragare la rivoluzione. In un momento in cui la questione del potere dei lavoratori è implicita in tutta la situazione, costituisce un diversivo. Non è un caso che politici borghesi e riformisti concordino rispetto alla medesima rivendicazione. Per salvare il sistema la borghesia è disposta a fare questa e altre concessioni di facciata.
Le direzioni dei partiti comunista e socialista hanno già contribuito a salvare, in altre occasioni, il sistema capitalista in Cile. Dopo il referendum del 1988, dove la vittoria del No garantì la fine della dittatura di Pinochet, i partiti della Concertacion si impegnarono, nella transizione, a rispettare la Costituzione pinochettista. La Concertacion è stata una coalizione di governo di centrosinistra tra il Partito socialista, la Democrazia cristiana e altri partiti borghesi che ha governato il Cile tra il 1990 e il 2010 (e che anche il Pc appoggiò nel 1990). In quel ventennio il centrosinistra operò solo alcuni cambiamenti cosmetici al modello economico, provocando un grande disorientamento fra i giovani e i lavoratori che ha condotto alla fine alla vittoria della destra di Piñera.
Il solco su cui si muovono i dirigenti socialisti, comunisti e della Cut è il medesimo, quello del cretinismo parlamentare borghese.
Come spiegato, i lavoratori stanno già formando degli organismi di contropotere. I cabildos abiertos e le assemblee territoriali devono essere coordinate con delegati eletti e revocabili fino alla convocazione di un’assemblea nazionale. Tale assemblea dovrebbe porsi il compito della presa del potere e del rovesciamento del sistema capitalista. Si deve rivendicare la rinazionalizzazione degli Afp (pensioni private), del rame, dell’acqua, della sanità, nonché la nazionalizzazione di grandi aziende e monopoli sotto il controllo e la gestione della classe operaia.
Parafrasando un’altra frase molto popolare in queste settimane a Santiago, non si deve tornare alla normalità capitalista, perché proprio questa normalità è il problema.
Il momento decisivo è ora, la vittoria della rivoluzione socialista è totalmente possibile. Quello che manca è una direzione rivoluzionaria che i lavoratori cileni dovranno costruire nel fuoco della lotta.

18 novembre 2019

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