14 Gennaio 2019

India: 200 milioni in sciopero contro gli attacchi ai diritti dei lavoratori

Quando il secondo proletariato più numeroso al mondo incrocia le braccia, i numeri dello sciopero non possono che essere stupefacenti. In India nelle giornate del 8 e del 9 gennaio tra 150 e 200 milioni di lavoratori hanno aderito allo sciopero indetto da 10 sindacati centrali contro le politiche economiche e del lavoro del governo Modi. Lo sciopero ha riguardato lavoratori del settore pubblico nelle ferrovie, nelle banche e nei distributori, ma hanno partecipato anche lavoratori del settore privato delle miniere, delle industrie, dei trasporti e anche piccoli commercianti.

Lo sciopero è stato a macchia di leopardo. Ha coinvolto settori molti vari e in un paese grande come l’India ha avuto effetti diversi da stato a stato. Alcuni non sono stati quasi toccati, altri come il Kerala, hanno avuto un’adesione altissima e hanno visto un blocco pressoché totale delle attività coinvolte.

Alcuni media hanno parlato di questo sciopero come di uno dei più grandi della storia, ma in ogni caso in India scioperi con numeri simili non sono una novità. Un contributo è arrivato anche dai contadini che stavano protestando da mesi per la mancanza di provvedimenti da parte del governo per aiutare i distretti rurali e per proteggere le loro terre dalle multinazionali, cosa che ha portato a un serio peggioramento delle loro condizioni di vita. Allo sciopero si sono uniti inoltre gli studenti di diverse università, anch’essi da diverso tempo in protesta in contro il governo.

Lo sciopero è stato convocato dalla Convenzione Nazionale dei Lavoratori, tenuta nel settembre dello scorso anno. Il documento della Convenzione, costituito da 12 punti, include tra le richieste il contrasto all’impennata dei prezzi, alla disoccupazione e alla privatizzazione dei settori pubblici. Viene inoltre richiesta una una copertura sociale universale per tutti i lavoratori, un salario minimo di 18.000 rupie al mese (circa 220 euro) e pensioni assicurate. I sindacati hanno anche richiesto il ritiro degli emendamenti che modificano la legislazione sui sindacati consentendo agli imprenditori di non riconoscerli.

L’attuale governo Modi guidato dal BJP (Partito del Popolo Indiano), di orientamento conservatore e nazionalista, ha vinto le elezioni nel 2014 con lo slogan del “progresso” e con la promessa di 10 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno. Il risveglio è stato però amaro con un’impennata dei prezzi e con una disoccupazione a livelli alti, il tutto mentre i livelli di sfruttamento e depredazione del grande capitale hanno continuato a crescere. Il copione è lo stesso degli ultimi tempi in tanti altri paesi: dopo il fallimento del governo di orientamento progressista del Congresso Nazionale Indiano (sinistra liberale), il BJP è riuscito ad ottenere il successo elettorale malgrado il suo background fondamentalista di destra. E come da copione il governo Modi ha fallito nel mantenere le sue promesse, mentre regalava enormi benefici agli ultra ricchi in cima alla piramide del business.

A dicembre la disoccupazione ha raggiunto il 7,4%, il livello più alto da oltre 2 anni. Secondo il report del Centre for Monitoring Indian Economy, la nazione avrebbe perso ben 11 milioni di posti di lavoro nel 2018, la gran parte nelle aree rurali, ma anche nel settore delle tecnologie informatiche.

Alla disoccupazione si è poi aggiunta la recente impennata dei prezzi che ha colpito i lavoratori privandoli dei loro magri risparmi a causa dei salari che non hanno tenuto il passo dell’inflazione. In un’intervista sul News Click nel giorno dello sciopero, molti lavoratori di Delhi hanno parlato delle loro difficoltà spiegando che guadagnano da 7.000 a 12.000 rupie al mese (circa 100-170 dollari) per 12 ore di lavoro al giorno.

La situazione dei lavoratori nelle fabbriche non è migliore. Le condizioni di lavoro e i livelli di sicurezza sono davvero precari. Nel settore delle costruzioni, che è cresciuto molto negli ultimi anni, le morti sul lavoro sono diventate un fenomeno comune. Il problema per i lavoratori è che non hanno scelta: se se ne vanno, li aspetta la fame.

Tra le varie controriforme del governo Modi c’è anche il lavoro a termine, pensato per rendere più facili gli affari. Un datore di lavoro può quindi assumere un lavoratore per uno specifico progetto o per un tempo prefissato senza alcun’altra condizione. Questo ha portato (come in Italia coi CoCoPro) a un aumento dello sfruttamento, con condizioni di lavoro pericolose e paghe molto basse. Un copione già visto, ovunque queste “riforme” del lavoro vengano imposte in nome della crescita. I sindacati tra le richieste hanno incluso perciò la cancellazione di questa legge.
Per quanto riguarda il settore pubblico (che ha costituito il cuore dello sciopero) i sindacati hanno chiesto la fine del programma di investimenti stranieri diretti e di privatizzazioni, in particolare per quanto riguarda ferrovie, assicurazioni e difesa. In effetti la privatizzazione nel settore delle assicurazioni sta portando a un aumento dei tassi di rigetto dal 3-4% al 25-40% e allo sciacallaggio da parte delle compagnie private sulla pelle dei cittadini.

A mettere in ginocchio gli stati dove l’adesione è stata alta uno dei contributi principali è venuto anche dagli impiegati delle banche, scesi in sciopero contro la privatizzazione del settore.

Questo è il terzo sciopero generale contro il governo Modi e tra le recriminazioni vi è stato anche il rifiuto del governo di discutere dei problemi del lavoro con i sindacati, situazione che si protrae ormai dal lontano 2015. Negli ultimi tempi il BJP, in crisi di consensi presso le masse visti i tre stati persi alle ultime elezioni locali, ha soffiato sul fondamentalismo religioso per provare a mascherare le sue politiche a favore dei ricchi, per dividere la nazione e i lavoratori e tentare di riguadagnare terreno elettorale. Così la parità tra le varie confessioni in un paese da sempre laico ultimamente è finita sotto attacco anche attraverso leggi che tendono in particolare a sfavorire la componente musulmana della popolazione.

Questo sciopero ha avuto però come tratto essenziale anche l’unità di classe e ha portato una seria sfida ai tentativi di dividere le masse in base confessioni religiose, tentativi che vengono non solo dal governo, ma anche dai partiti di opposizione guidati dal Congresso.

Se la vecchia politica del capitalismo di stato sponsorizzata per decenni anche dalla burocrazia sovietica ha fallito miseramente, non è andata meglio con la progressiva implementazione delle politiche liberali iniziata dopo il 1990. Il paese infatti è finito per essere esposto allo sfruttamento e al saccheggio da parte delle multinazionali e ha vissuto una continua crescita delle disuguaglianze sociali con povertà e miseria che sono rimaste un enorme problema. Questo ha creato rabbia e frustrazione della classe lavoratrice, sentimenti che si sono manifestati in numerose proteste e agitazioni negli ultimi anni. I partiti comunisti principali, di tendenza stalinista o maoista, pur essendo abbastanza forti da governare diversi stati per molti anni, non hanno offerto alcuna soluzione alle masse, degenerati in una politica corrotta e da stampella al capitalismo.

L’azione congiunta di 200 milioni di lavoratori, capace di coordinarsi in una nazione dalle dimensioni continentali mostra però l’enorme forza di cui è dotato del proletariato, se adeguatamente organizzato. Una forza che, con una leadership all’altezza, sarebbe in grado di guidare il paese al socialismo. L’attuale guida dei partiti comunisti è invece completamente marcia e incapace di farlo. E’ tempo per le nuove generazioni di studenti e lavoratori, numerose come non mai in India, di riprendere correttamente le idee di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, di unirsi e mettersi in moto verso la rivoluzione socialista.

*sulla base del materiale pubblicato da www.marxist.com

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