17 Giugno 2021 Ilic Vezzosi

In mostra: Pazienza e la Bologna del ’77

La mostra allestita a Palazzo Albergati a Bologna su Pazienza è una di quelle cose che è giusto definire imperdibili, non solo per gli appassionati di fumetti. E non soltanto per l’influenza che Andrea Pazienza ha avuto sulla cultura italiana, non solo nel fumetto, ma anche e soprattutto per il valore storico e politico della sua parabola artistica.

Le cento, e più, tavole originali che costituiscono la mostra, oltre a essere una vera e propria manna per gli occhi e una fonte di grande commozione per l’appassionato (come chi scrive), permettono al visitatore di seguire l’evoluzione di Pazienza, che è sì artistica ma anche e sopratutto politica e culturale.

Se, come diceva Marx, le idee non spuntano come funghi dopo la pioggia, anche i grandi artisti non compaiono dal nulla. Il genio di Pazienza si forma e matura in un ambiente particolare, quello della Bologna della metà degli anni ’70. Qui frequenta il DAMS (Dipartimento di Arti, Musica e Spettacolo, al tempo sperimentale), ma soprattutto quel movimento politico, giovanile e di classe che affondava le proprie radici nel biennio rivoluzionario del ’68/69. Erano già gli anni del riflusso, in cui il movimento sbandava, chiuso in un vicolo cieco tra il settarismo dei gruppi extraparlamentari e il riformismo del PCI e della CGIL. Ma la maggior parte dei protagonisti dell’epoca ancora non lo sapeva e si avviava verso un ultimo colpo di coda, prima della sconfitta alla FIAT del 1980, che avrà il suo apice proprio a Bologna nel 1977.

E quello è il posto e l’anno in cui Pazienza pubblica la sua prima grande opera, Le straordinarie avventure di Pentothal, le cui tavole, in cui sono ancora forti le influenze di Moebius e Magnus anche se già rielaborate in un tratto personale, vengono consegnate all’editore una settimana prima dell’omicidio da parte della polizia di Francesco Lorusso durante un corteo, e della seguente esplosione del movimento giovanile bolognese, che metterà a ferro e fuoco la città per alcuni mesi. Nelle tavole originali si possono vedere le modifiche che Pazienza apportò dopo l’omicidio di Lorusso, tavole che l’autore volle indietro proprio per cambiarne il finale e lasciarlo aperto.

Pentothal è stata giustamente definita l’opera che meglio di ogni altra testimonia quel particolare ambiente storico, le idee, le lotte, gli amori ma anche le bassezze e i tormenti che animavano i protagonisti di quell’epoca. Un ambiente e un periodo ricchissimi, dove attorno a Pazienza si muovevano anche altri grandi come Scòzzari, Liberatore e Vincino e tutta l’esperienza della Traumfabrik, da cui poi nasceranno riviste dalla portata storica come Il Male e Frigidaire.

Ma, appunto, come si diceva, il movimento era disperato e ormai avviato alla sconfitta, certificata ai cancelli della FIAT nel 1980. Questo cambiamento è ben visibile nelle opere e nelle tavole di Pazienza, soprattutto in quelle che si possono definire le altre sue due più importanti opere, Zanardi e Gli ultimi giorni di Pompeo. Nella prima va in scena l’avanzare del nichilismo disperato di una gioventù, borghese ma non solo, che trova nella violenza cieca il proprio senso e la propria rivalsa; nella seconda si legge invece la lenta discesa nella depressione e nell’autodistruzione tossica dell’artista, comune purtroppo a una parte del movimento giovanile, che non è riuscita a elaborare la sconfitta e non ha trovato vie d’uscita rassicuranti come il misticismo orientale o l’esistenzialismo.

Pazienza è stato, come spesso capita ai grandi geni, un sincero e cristallino interprete del suo tempo e grazie a lui abbiamo alcune opere attraverso cui sbirciare nel passato, immedesimarci e, se abbiamo gli strumenti, capire.

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