Ilva: la verità sull’accordo

Il 13 settembre i lavoratori dell’Ilva hanno approvato l’ipotesi di accordo sottoscritta lo scorso 6 settembre da governo, Cgil, Cisl, Uil, Usb con l’acquirente Am Investco (la multinazionale ArcelorMittal e Marcegaglia al 15 per cento). Favorevoli 8.255 (92,82%), contrari 596 (6,70%), 43 (0,48%) gli astenuti. Un esito più che prevedibile dopo anni di incertezza estenuante, sotto una propaganda martellante che ricorda come l’Ilva perde un milione di euro al giorno. Ma soprattutto un esito che dimostra la mancanza di alternative in campo. E infatti il voto non è stato il plebiscito di cui si parla e a Taranto, lo stabilimento chiave di tutta questa vicenda, l’affluenza è stata significativamente bassa, con 6.866 votanti su 10.820.

Il governo e i sindacati insistono su due punti che dimostrerebbero il progresso contenuto in questo accordo: gli impegni per l’occupazione e quelli per l’ambiente.

Rispetto all’ipotesi Calenda, i lavoratori riassunti immediatamente sono 10.700 anziché 10mila: 700 in più, anche se la versione precedente ne destinava altri 1.500 a società miste pubblico-privato. Ma soprattutto nel nuovo accordo si scrive nero su bianco che tutti i lavoratori che da qui al 2023 non accetteranno la buonuscita (100mila euro lordi circa a testa) o una ricollocazione (dove?) verranno comunque riassunti.

Tutti salvi? È discutibile. L’accordo incorpora questo impegno, ma conferma anche esplicitamente il piano industriale concordato da Ilva con Arcelor-Mittal nel maggio del 2017 che prevede entro 5 anni di aumentare la produzione, da 6 a 8 milioni di tonnellate, riducendo però le maestranze a 8.500. Questo piano industriale era stato tenuto segreto proprio per la sfacciataggine con cui prevede un pesante ridimensionamento dell’occupazione, e aveva motivato la Fiom lo scorso maggio a rompere le trattative. Perché essendo più volte assunto come linea guida nell’accordo oggi i sindacati non ne fanno parola? Cosa è cambiato?

Quanti lavoratori riusciranno a resistere fino al 2023 con un salario da cassintegrato e la pressione crescente per andarsene? Non a caso il governo porta da 200 a 250 milioni (soldi pubblici) il fondo per incentivare le dimissioni volontarie. Certo, quella clausola dell’accordo sarà uno strumento dei lavoratori, ma uno strumento debole. Descriverla come la muraglia cinese che garantisce l’occupazione è pura strumentalità, come lo è scrivere nei comunicati sindacali che è stato ripristinato l’articolo 18, in realtà già previsto nell’accordo di Calenda.

Quanto alle tutele ambientali, il solo fatto che l’accordo confermi l’immunità penale per gli amministratori vecchi e nuovi fa capire chi avrà il coltello dalla parte del manico. Sei anni di commissariamento terminano così con una fabbrica ancora in piedi, non per la buona volontà dei padroni o del governo, ma perché il capitale sa che può ancora trarne dei profitti. Ma tutti i problemi occupazionali e ambientali sono irrisolti, a dimostrazione che in mano a questo Stato la gestione commissariale è stata funzionale solo a garantire i padroni vecchi (i Riva) e nuovi (ArcelorMittal).

L’unica soluzione per l’Ilva è la nazionalizzazione, la requisizione degli stabilimenti da parte dello Stato, senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori, delle proprie organizzazioni sindacali col sostegno dei comitati dei cittadini per decidere come e quanto gli stabilimenti devono produrre. Senza ciò i lavoratori e gli abitanti di Taranto non troveranno mai pace.

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