19 Ottobre 2021 Claudio Bellotti e Marzia Ippolito

Il vero volto della ripresa economica – Un mare di precarietà e di bassi salari

Il quadro economico è di gran lunga migliore di quello che noi stessi pensavamo potesse essere cinque mesi fa. Abbiamo approvato la nota di aggiornamento al Def che contiene le previsioni del governo sull›andamento dell›economia e della finanza pubblica. Il debito pubblico è in lieve discesa e mi sono chiesto cosa significa: è la prima conferma che dal problema dell›alto debito pubblico si esce prima di tutto con la crescita. Oggi c›è fiducia verso l›Italia. Il rimbalzo degli investimenti recupera tutto ciò che era stato perso lo scorso anno e anche di più. Una buona notizia.” Queste le parole di un Draghi gongolante a fine settembre.

Indubbiamente in molti settori industriali e non solo, il rimbalzo della produzione è forte, dopo il crollo pauroso del 2020. Lo si registra anche dalla crescita degli infortuni e delle morti sul lavoro, misura esatta dello sfruttamento che riprende a correre.

 

Precarietà dilagante

Ma la ripresa, lungi dall’attenuare la tensione sociale, mette ancora più in luce gli antagonismi tra capitale e lavoro. E qui non si tratta di parole, ma di nude cifre.

La nuova occupazione creata è, per la gran parte, precaria, mal pagata e a brevissimo termine. Nel secondo trimestre di quest’anno, e considerando solo le comunicazioni obbligatorie, si è avuta contemporaneamente una crescita del lavoro a tempo determinato (+111 mila posti di lavoro) e un rallentamento di quello indeterminato. Questa forbice sarebbe anche più ampia se si tenessero in considerazione forme contrattuali a termine largamente utilizzate ma che non rientrano nel computo che emerge dalle Note trimestrali sull’occupazione.

Il 19,8% dei nuovi contratti dura fino ad una settimana, il 35,1% delle nuove posizioni lavorative a tempo determinato ha una durata prevista fino a 30 giorni (+9,2 punti rispetto al secondo trimestre 2020), il 37,3% da due a sei mesi, e solo lo 0,6% supera un anno. I padroni vogliono lavoratori usa e getta da impiegare a loro piacimento e da poter licenziare liberamente se cambiasse il quadro economico. I lavoratori a chiamata o intermittenti tornano a crescere vertiginosamente, sono il 63,8% in più rispetto ad un anno fa (dati Inps). Anche in alcuni settori, nei quali storicamente il lavoro stabile era la norma, emergono nuove forme di lavoro precario, come quello della pubblica amministrazione, dell’istruzione e della sanità, dove i contratti giornalieri sono il 19,8% del totale e quelli che durano dai 2 ai 7 giorni il 22,2%. Tutto questo anche grazie alla sospensione delle causali per i contratti a termine in nome dell’emergenza sanitaria.

Con il parziale sblocco dei licenziamenti dello scorso luglio sono aumentati i licenziamenti per motivi economici di lavoratori con contratti stabili, e a questi si aggiungono quelli per motivi disciplinari che dicono molto sul clima che si vive nelle fabbriche (+67% nei primi sei mesi del 2021).

 

I prezzi corrono, i salari no

Non bastasse il ricatto della precarietà, riesplode la questione salariale. Ormai la crescita dell’inflazione è un fenomeno internazionale, con aumenti dei prezzi che nei mesi scorsi hanno raggiunto livelli da tempo dimenticati: +5,4% negli Usa, +3,4% nell’eurozona, +2,5% in Italia. Nonostante le autorità finanziarie e politiche ostentino sicurezza, il fenomeno è tutt’altro che sotto controllo. I prezzi delle materie prime, energetiche e non, stanno esplodendo. Colli di bottiglia determinati dagli scontri protezionistici e dalle emergenze sanitarie creano carenze nell’offerta di materie prime, semilavorati, trasporti internazionali che si scaricano direttamente sui prezzi di produzione. Si misurano aumenti clamorosi nei prezzi di beni essenziali quali il grano duro (+96%), mais (50%), oli di semi (+69%) misurati sui livelli del 2019.

L’aumento delle bollette energetiche (elettricità 29,8%, gas 14,4%) colpisce milioni di famiglie, e solo una piccola parte potrà accedere ai sostegni previsti dal governo.

Questi aumenti si alimentano lungo la catena produttiva e si scaricano sui consumatori finali, ossia su milioni di lavoratori che già da anni vivono una sostanziale stagnazione dei salari, quando non di vero e proprio sottosalario.

Il presidente dell’Inps Tridico ha solo scoperto l’acqua calda quando ha denunciato il fatto che almeno due milioni di lavoratori percepiscono oggi meno di 6 euro lordi all’ora.

 

È l’ora di un’offensiva sui salari!

Considerato che molti contratti nazionali di lavoro importanti sono stati rinnovati prima dell’estate con aumenti salariali irrisori e spalmati su quattro anni, stiamo parlando di una possibile bomba a orologeria. Esiste un terreno potenzialmente favorevole per una seria mobilitazione sindacale sul terreno economico e salariale, considerato che il padronato ha un disperato bisogno, almeno nei settori che “tirano”, di non interrompere la produzione a nessun costo.

Una lotta per aumenti salariali consistenti e soprattutto per meccanismi di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi, come era la “scala mobile” abolita tempo fa, potrebbe raccogliere una forte adesione tra ampi settori della classe lavoratrice che già ora misurano l’inflazione reale alla pompa di benzina e alla cassa del supermercato.

Di questa offensiva deve fare parte anche la rivendicazione di un salario minimo legale a 1400 euro, indicizzato all’aumento reale dei prezzi, come strumento di unificazione per tutti quei settori ipersfruttati che la contrattazione oggi non difende adeguatamente. Non uno strumento in contrapposizione ai contratti nazionali, ma uno zoccolo duro sul quale costruire una offensiva che unifichi i lavoratori.

I capitalisti sono ben coscienti dei rischi di quella che gli economisti al loro servizio chiamano “spirale prezzi-salari” e che noi chiamiamo difesa delle nostre condizioni di vita, e proprio per questo si scagliano contro il reddito di cittadinanza, che per quanto pieno di carenze, pone un argine parziale ai salari da fame.

A settembre, durante l’assemblea annuale di Confindustria, Draghi ha lanciato la proposta di un Patto per l’Italia, un accordo con padroni e sindacato che nelle intenzioni del governo dovrebbe servire a compattare industriali e burocrazia sindacale per mantenere la pace sociale a costo zero per i padroni. La classe dominante vede molto lucidamente che l’epoca dell’immobilismo è finita e che nuovi sconvolgimenti sociali sono all’orizzonte; sta a noi trasformare i loro timori in realtà.

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