5 febbraio 2018

Il regime spagnolo utilizza tutti i mezzi a disposizione per impedire l’insediamento del presidente in Catalogna

Quando il governo catalano ha dichiarato la repubblica, il regime spagnolo ha risposto dando il benservito al Parlamento catalano che è stato sciolto, indicendo poi nuove elezioni per il 21 dicembre. Elezioni che sono state un’altra sconfitta per il regime spagnolo in quanto, ancora una volta, hanno espresso una maggioranza dei partiti indipendentisti. Incapace e indisponibile a rispettare la volontà democratica del popolo catalano, il regime spagnolo sta ora utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per impedire a Carles Puigdemont di essere eletto come presidente catalano. In questa situazione si sta rivelando la natura profondamente antidemocratica del regime che è stato istituito nel 1978.

Il comportamento del governo spagnolo sta raggiungendo livelli farseschi. Puigdemont è stato eletto legalmente come membro del parlamento catalano. È stato accusato di ribellione, sedizione e uso improprio di fondi pubblici per il suo ruolo nel referendum sull’indipendenza catalana del primo ottobre e nella dichiarazione della Repubblica catalana il 27 ottobre.

A prescindere dal fatto che ribellione e sedizione sono nel codice penale spagnolo come lasciti del vecchio codice penale di Franco, non ci sono reali motivi legali per nessuna delle accuse. Prendiamo la ribellione. Il codice penale spagnolo è chiaro sul significato di ribellione come “una sollevazione pubblica e violenta” [mia enfasi]. Llarena, il giudice dell’Alta Corte responsabile del caso, ha ammesso che il governo catalano non ha fatto appello alla violenza né l’ha organizzata. In effetti, il primo ottobre l’unica violenza si è verificata quando lo stato spagnolo ha inviato migliaia di poliziotti in Catalogna per spaccare le teste di coloro che si trovavano nei seggi elettorali, lasciando 1.000 feriti e costando ad una persona la perdita di un occhio a causa di un proiettile di gomma.

Per aggirare questo “piccolo dettaglio”, il giudice Llarena ha imbastito un’argomentazione del tipo: il governo catalano indicendo un referendum per l’autodeterminazione, sapeva con sicurezza che lo stato spagnolo “che ha il monopolio della violenza”, lo avrebbe usato per impedire che il referendum si potesse svolgere, quindi il governo catalano è responsabile per le violenze portate avanti dallo stato spagnolo. Sì. Rileggetevi questo paragrafo. È kafkiano. Eppure, questa è la linea di ragionamento ufficiale usata per tenere in carcere senza cauzione due membri del governo catalano.

Anche i leader delle due principali organizzazioni indipendentiste di massa (Jordi Sánchez dell’Assemblea Nazionale Catalana e Jordi Cuixart di Òmnium) sono detenuti in carcere senza cauzione, in attesa di processo per sedizione. Le accuse contro di loro sono ugualmente infondate. Il 20 settembre, durante una manifestazione di massa contro una perquisizione della polizia al dipartimento dell’economia catalana a Barcellona, ​​i due Jordi hanno discusso con la folla, che era rimasta calma, per farla tornare a casa e consentire alla polizia di lasciare l’edificio. Sono accusati di sedizione, che è descritta nel codice penale spagnolo come “impedire pubblicamente e in maniera tumultuosa, con la forza o al di fuori dei canali legali, l’applicazione della legge” [mia enfasi]. Quel giorno è chiaro che non è stata usata nessuna forza (e neanche in qualsiasi altro giorno) e certamente i due Jordi piuttosto che incoraggiare la folla ad impedire l’azione degli agenti, stavano invece litigando con essa affinché tornasse a casa, permettendo così alla polizia di lasciare i locali. Questi “dettagli” non infastidiscono il regime spagnolo, che usa la magistratura per una campagna, motivata politicamente, di vendetta contro coloro che hanno osato sfidare la Costituzione spagnola del 1978, quella che nega il diritto democratico all’autodeterminazione.

L’Alta Corte Spagnola ha inizialmente emesso un mandato di arresto europeo contro cinque membri del governo catalano, che si sono trasferiti in Belgio dopo la dichiarazione della Repubblica del 27 ottobre, incluso il presidente Puigdemont. Poi si sono probabilmente resi conto che la giustizia belga non avrebbe accettato una richiesta con l’accusa di ribellione, ma solo per le accuse minori. Quindi il mandato di arresto europeo è stato ritirato. Il sistema giudiziario spagnolo non sta quindi tentando di arrestare Puigdemont a Bruxelles, né in Danimarca dove è andato a tenere una conferenza, ma nel momento in cui rimetterà piede in territorio spagnolo verrà arrestato e probabilmente rimandato in custodia senza cauzione.

Questo pone ovviamente un problema in quanto il presidente del parlamento catalano, Roger Torrent, dopo le consultazioni con tutti i partiti politici, ha stabilito che Puigdemont è l’unico candidato con una maggioranza e aveva chiesto che venisse votato come Presidente alla sessione del Parlamento catalano che avrebbe dovuto esserci il 30 gennaio.

Il regime spagnolo temeva che Puigdemont avrebbe cercato di entrare in qualche modo nel paese e partecipare alla sessione del 30 gennaio. Così ha rafforzato la sicurezza alla frontiera, ha istituito controlli e posti di blocco, controllato gli aeroporti privati ​​e ha persino inviato un’unità specializzata della polizia per perquisire le fogne dell’edificio del Parlamento catalano!

Il governo spagnolo è stato preso dal panico dato che questa era l’ultima cosa che potesse desiderare. Non poteva permettere che accadesse. Ha quindi deciso di chiedere al Tribunale costituzionale di sospendere preventivamente quella sessione del Parlamento catalano. Questa è roba da Minority Report [il film del 2002 diretto da Steven Spielberg ndt], dove le persone vengono arrestate per crimini che non hanno ancora commesso! Persino il Consiglio di Stato ha emesso un parere legale dicendo al governo che non vi erano motivi per richiedere la sospensione della seduta.

Rajoy è comunque andato avanti e ha sottoposto i giudici della Corte Costituzionale ad un’enorme pressione per deliberare in suo favore. Ha detto che lo richiedono le “ragioni di stato” e che “ci sarebbero conseguenze drammatiche” se si permettesse alla sessione di andare avanti. Non importa il fatto che si suppone che il presidente del governo non eserciti pressioni sui giudici della Corte costituzionale!

Infine, il Tribunale costituzionale spagnolo ha deliberato che la sessione può avere luogo… ma solo alle loro condizioni: Puigdemont non può prendere parte alla seduta del parlamento catalano, la quale deve eleggerlo come presidente tramite teleconferenza da Bruxelles. Inoltre, non può nemmeno partecipare alla seduta di persona, a meno che non si presenti prima di fronte al giudice. Questa è una situazione paradossale. Se fosse rimasto a Bruxelles, non avrebbe potuto partecipare alla sessione. Se fosse tornato in Spagna per prenderne parte, sarebbe stato arrestato… impedendogli di partecipare.

Nel dettare le condizioni in cui si doveva celebrare la seduta del parlamento catalano, il Tribunale Costituzionale ha oltrepassato il suo mandato, poiché nessuno gli aveva chiesto di pronunciarsi sulla partecipazione di Puigdemont alla seduta, ma solo se la sessione dovesse essere sospesa preventivamente o meno. Il problema era che il Tribunale sapeva perfettamente che non poteva essere d’accordo con la richiesta del governo, poiché non c’erano motivi per farlo. Una seduta del parlamento che non si è ancora svolta non può essere sospesa sulla base di una violazione della Costituzione. Così, invece, ha preso una decisione su una questione separata a cui non era stato chiesto di decidere. Il regime spagnolo sta modificando le proprie regole e regolamenti fino al punto di rottura.

L’obiettivo del governo spagnolo è chiaro ed è stato espresso pubblicamente: non permetteranno a Puigdemont di giurare come presidente della Catalogna. Secondo la legge spagnola, dato che non è ancora stato processato, si presume sia innocente e mantenga i suoi pieni diritti politici, aumentati dal fatto che ora è un membro eletto del parlamento. Ma non importa niente di tutto ciò. Il regime spagnolo non permetterà a un rappresentante democraticamente eletto che ha la maggioranza dei voti nella camera catalana di essere eletto presidente catalano. Hanno messo in chiaro che se per caso dovesse essere eletto Puigdemont, non riconosceranno la decisione e manterranno l’articolo 155, ovvero il governo diretto sulla Catalogna.

La situazione è resa ancora più scandalosa dal fatto che il PP di Rajoy, il partito al governo in Spagna, è arrivato ultimo nelle ultime elezioni catalane e non ha nemmeno abbastanza deputati per formare un proprio gruppo alla camera catalana. Eppure, vieta il diritto di decidere chi può essere il presidente della Catalogna.

Questo è estremamente serio, poiché questi metodi usati contro il movimento repubblicano catalano costituiranno un precedente e saranno usati domani contro chiunque metta in discussione uno qualsiasi dei principi del regime spagnolo. Il silenzio assordante della sinistra spagnola su questa questione è sbalorditivo. In effetti, i principali leader di Podemos e di Izquierda Unida hanno fatto dichiarazioni in cui chiedevano a Puigdemont di ritirare la sua candidatura. Invece di denunciare lo scandalo dell’interferenza del regime spagnolo con i diritti democratici del Parlamento catalano, incolpano la vittima!

Non si deve sostenere Puigdemont alla presidenza, il quale non ha ancora spiegato il programma del suo governo, ma qualsiasi democratico coerente ha il dovere di sostenere il suo diritto di essere considerato un candidato.

 

La seduta del Parlamento catalano sospesa

Alla fine, Roger Torrent, consapevole del fatto che se avesse sfidato la sentenza del Tribunale costituzionale e fosse andato avanti con la seduta in cui veniva eletto Puigdemont come presidente, probabilmente sarebbe stato immediatamente accusato, arrestato e rinviato in carcere senza cauzione, ha deciso di sospendere la sessione il giorno stesso in cui avrebbe dovuto svolgersi. Il giorno prima, un portavoce del Partito Popolare al governo aveva minacciato Torrent senza mezzi termini: “ha due figli, dovrebbe sapere a cosa si espone”. Fai come ti diciamo o finirai in prigione. La minaccia è molto reale dato che quattro persone sono già in prigione senza cauzione.

La decisione di Torrent rivela anche una profonda spaccatura tra i due principali partiti indipendentisti. C’è chi pensa che Puigdemont deve essere nominato presidente a tutti i costi, altrimenti diventerà un personaggio irrilevante a Bruxelles e non potrà nemmeno tornare a casa. I principali leader dell’ERC (a cui appartiene Torrent) hanno già affermato che la strada da seguire non è sfidare la legge spagnola, ma piuttosto lavorare al suo interno. Questa è una resa de facto per qualsiasi lotta per una Repubblica catalana, poiché il regime spagnolo non permetterà mai un referendum. Inoltre, ciò che Puigdemont stava chiedendo a Torrent di fare, ovvero andare avanti con la seduta e insediarlo in qualche modo alla Presidenza sfidando la sentenza del Tribunale costituzionale, avrebbe condotto immediatamente all’arresto di Torrent e al carcere, con Puigdemont rimasto libero a Bruxelles.

I principali leader sia dell’ERC che del partito di Puigdemont, il PDeCAT, preferirebbero che qualcun altro dalla maggioranza indipendentista diventasse presidente catalano, ma questo non è qualcosa che Puigdemont accetterà.

Mentre i leader dell’ERC e del PDeCAT cadevano nelle reciproche recriminazioni, migliaia di persone, chiamate dall’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e dai Comitati per la difesa del referendum (CDR), si radunavano fuori dal perimetro del Parlamento per sostenere Puigdemont come presidente. Arrabbiati per la decisione presa hanno sfondato le linee della polizia e sono andati davanti alle porte dell’edificio.

Ancora una volta, l’ANC ha svolto un ruolo nella smobilitazione, facendo appello alle persone di fare ritorno a casa piuttosto che rimanere e mantenere la pressione. Sono stati gli attivisti presenti del CDR che hanno organizzato un’assemblea improvvisata, che ha deciso di rimanere e accamparsi fuori dall’edificio. Solo dopo alcune brutali cariche da parte dei poliziotti del Mossos catalano, i manifestanti sono stati alla fine cacciati a mezzanotte.

 

È necessaria una nuova strategia

Ciò che questi eventi rivelano è ancora una volta la natura fondamentalmente anti-democratica del regime spagnolo. Questo conferma ciò che abbiamo sempre detto: l’unico modo per ottenere il diritto all’autodeterminazione è attraverso mezzi rivoluzionari. Gli attuali leader dei principali partiti indipendentisti (ERC, PDeCAT e la JxCAT, la lista di Puigdemont) non sono pronti a percorrere questa strada.

Questa mattina in un intervento molto arrabbiato su Catalunya Radio, Carles Riera, il capogruppo parlamentare della Candidatura di Unità Popolare (la CUP), non ha moderato il linguaggio: “quello che è successo ieri è stata una presa in giro. È la terza volta e sarà l’ultima: il 10 ottobre con la sospensione della dichiarazione d’indipendenza, il 27 ottobre, quando il governo è scappato e poi ieri. Ieri il Parlamento catalano non si è rafforzato, perché il ritmo degli eventi è stato caratterizzato dal Tribunale costituzionale e dal Parlamento catalano che ha rispettato la sua sentenza”.

Ha assolutamente ragione. Ora da questo si devono trarre tutte le conclusioni. È necessaria una nuova strategia, basata sulla mobilitazione di massa, che faccia affidamento sui Comitati per la Difesa della Repubblica e che colleghi la lotta per l’indipendenza alla lotta per porre fine all’austerità capitalista.

31 gennaio 2018

Articoli correlati

Le elezioni in Spagna – Un colpo al sistema

Uno dei portavoce del Partido popular, il partito di destra che era al governo in Spagna fino a ieri, appena sono stati resi noti i risultati elettorali ha descritto la Spagna come “ingovernabile”. È una definizione appropriata del paese, in questo momento.

Catalogna: il 21 dicembre lottiamo contro l’articolo 155 e il regime del 1978 – Repubblica, socialismo, internazionalismo

Questa dichiarazione è stata redatta dai compagni della sezione Catalana della Tendenza Marxista Internazionale, Revoluciò.
Sottolinea l’appoggio dei nostri compagni in Catalogna per la CUP nelle elezioni regionali catalane “illegittime e imposte”del 21 dicembre, per minare il regime del ’78, e traccia gli obiettivi da raggiungere per il movimento per una Repubblica Catalana.

Lo scioglimento dell’ETA: un passo avanti nella lotta per i diritti democratico-nazionali e per il socialismo nel Paese Basco

La decisione dell’ETA di sciogliersi dopo 60 anni di esistenza, è uno degli avvenimenti più importanti degli ultimi decenni in Spagna. Come marxisti valutiamo positivamente questo passo e siamo contenti di questa decisione, un sentimento condiviso da milioni di persone comuni in tutta la Spagna. D’altra parte, per ovvi motivi, la destra, le associazioni delle vittime del terrorismo ad essa collegate, l’apparato statale, così come i giornalisti e i sostenitori del regime, non nascondono la loro delusione per la notizia.

La capitolazione della Cup in Catalogna

La Cup (Candidatura d’unitat popular), il raggruppamento “anticapitalista e indipendentista” della Catalogna, premiato da un 8% di voti nelle elezioni autonomiche del 27 settembre, ha riprodotto in salsa catalana lo stesso voltafaccia di cui si era reso protagonista Tsipras la scorsa estate.

Catalogna – Lo sciopero generale del 3 ottobre e il discorso reazionario del Re

La sospensione della seduta del Parlamento catalano, decretata ieri, conferma la nostra analisi. Nel contesto del regime spagnolo del 1978, il compito dell’autodeterminazione nazionale diventa un compito rivoluzionario e pertanto non può essere raggiunto dai politici borghesi catalani, ma solo tramite mezzi rivoluzionari e tramite la conquista della classe operaia catalana nel suo complesso alla causa repubblicana. Pubblichiamo l’ultima dichiarazione dei nostri compagni di Lucha de clases, scritta mercoledì 4 ottobre.

La Catalogna è pronta a insorgere

Erano appena passate le 9.20 di sera quando si è diffusa la notizia che i dirigenti dell’Assemblea nazionale catalana (ANC), Jordi Sánchez, e Jordi Cuixart dell’Òmnium Cultural (un istituto per la promozione della cultura catalana), erano stati condotti in carcere senza cauzione su ordine della Corte di Giustizia Nazionale. La rabbia è esplosa.