15 dicembre 2017

Il programma di “Potere al popolo” e le nostre divergenze

L’appello “Potere al popolo” lanciato dal Centro sociale “Je so’ pazzo” di Napoli e dall’organizzazione politica a cui fa riferimento, i Clash City Workers, ha diffuso una proposta di programma per una lista alle prossime elezioni politiche.
Da più parti tale proposta viene definita, a seconda degli interlocutori, “anticapitalista”, “di rottura”, addirittura “di transizione al socialismo”. Possiamo comprendere le grandi speranze affidate in questo tentativo di “unità della sinistra” da parte di diversi sinceri militanti, ma purtroppo dobbiamo dire che tali speranze sono malriposte.
Nella proposta di programma, rintracciabile sul sito poterealpopolo.org, non c’è traccia di contenuti anticapitalisti o rivoluzionari. La parola “rivoluzione” non compare, e nemmeno “socialismo”, tantomeno “comunismo”. La proposta complessiva si colloca su un terreno “antiliberista” e riformista fin dai primi capitoli.
Definire il tipo di società per cui lottare è essenziale per qualunque organizzazione politica. “Potere al popolo” non si tira indietro e si colloca nella difesa del sistema esistente, attraverso la difesa a spada tratta della Costituzione. Il programma inizia infatti con il capitolo “Costituzione”: “Vogliamo la piena attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, e in particolare dei suoi aspetti più progressisti.” Non ci pare secondario osservare che nel testo non si parli del testo originario, la “Costituzione del 1948” ma di quella genericamente “nata dalla resistenza”; infatti l’unico cambiamento proposto è la “rimozione del vincolo di pareggio di bilancio”.

 

Le illusioni nella Costituzione

È vero che la Costituzione italiana nacque in un periodo di grande protagonismo delle masse, ma è altrettanto vero che costituì il frutto di un compromesso fra le classi nell’immediato dopoguerra. In questo compromesso, la classe lavoratrice ne uscì sconfitta.
Lasciamo parlare Piero Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione, non certo ascrivibile al campo del marxismo rivoluzionario:
…Dall’urto di queste due tendenze venne fuori il compromesso: tutti parvero concordi (o almeno la gran maggioranza, formata dall’incontro dei grandi partiti) nella condanna di quel tipo di plutocrazia capitalistica dalla quale era nato il fascismo, e nel riconoscere la necessità di un profondo rinnovamento delle strutture economiche della società italiana. Ma questa apparente accondiscendenza da parte delle destre a inserire tale riconoscimento, meramente astratto e programmatico, nella Costituzione, fu condizionata a che le sinistre rinunciassero ad ogni tentativo anche parziale di attuazione immediata di questa trasformazione sociale vagheggiata (e quasi si direbbe sognata) per l’avvenire, e accettassero di procedere a questa trasformazione mediante graduali riforme proiettate nel futuro, da concretarsi in leggi ordinarie attraverso i metodi legalitari della democrazia parlamentare. Così, come già fu osservato, “per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa”: purché l’estrema sinistra (e specialmente il partito comunista) accettasse i meccanismi “borghesi” della legalità parlamentare, le forze “borghesi” non si opponevano a lasciare aperta verso l’incerto futuro questa via legalitaria di un graduale e pacifico rinnovamento sociale, di cui già era segnato l’indirizzo e riconosciuta in anticipo la legittimità.” (La Costituzione, in AA.VV., Dieci anni dopo. 1945-1955, Bari, 1955, pag 214- 215)
Se i difensori della Costituzione “più bella del mondo” avessero letto e compreso queste parole, quanti discussioni ed errori sarebbero stati evitati nella storia della sinistra italiana!
Per dirla con Calamandrei, “Potere al popolo” accetta i meccanismi borghesi della legalità, che però non sono neutrali: servono ad ingannare e illudere le masse. A fronte di una rivoluzione promessa, i riformisti di ieri e di oggi accettano i pilastri su cui è stato costituito il dominio della borghesia.
Se nel 1948 tali illusioni erano tutto sommato comprensibili (ma sbagliate), data la nascita recente della Repubblica, oggi tale illusioni sono del tutto ingiustificate e altrettanto dannose. Delle promesse inserite nella Costituzione, nessuna si è avverata. Ogni diritto è stato conquistato dalle lotte degli anni sessanta e settanta, sulla base dei rapporti di forza favorevoli alla classe operaia, ma appena ve ne è stata la possibilità, la borghesia si è ripresa ciò che aveva, obtorto collo, concesso.
La Costituzione “nata dalla resistenza” ha inoltre subito numerosi stravolgimenti, non solo quello riguardante l’articolo 81. Nel 2001 venne modificato, in senso reazionario, anche il Titolo V della costituzione. Nell’ultimo comma dell’Art. 118 è stato introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale, che conduce alla liberalizzazione delle attività private, al ritiro dello Stato dall’economia e alla privatizzazione e che ha fornito il grimaldello legale per la privatizzazione dei servizi pubblici locali e delle municipalizzate.
Potere al popolo su questo non dice nulla. Il limite, comunque, è di impostazione: un programma di “alternativa di società” non può ergersi a difesa della Costituzione, perché si tramuta in un programma a difesa dell’ordine esistente delle cose.

L’Unione europea

L’articolo 81, che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, è stato inserito nella Costituzione su dettatura dell’Unione europea. Questa istituzione è stata la principale fautrice delle politiche di austerità e di attacco ai servizi sociali e ai diritti dei lavoratori. Nel manifesto di lancio della lista si può leggere che Potere al popolo è “contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea”. Nel programma si è un po’ più audaci rivendicando la “rottura con l’Unione Europea dei trattati”. Tra parentesi, l’ambiguità rispetto al ruolo dell’Italia nel contesto internazionale persiste, quando si rivendica “la rottura del vincolo di subalternità che ci lega alla NATO” (quindi l’Italia potrebbe rimanere membro dell’alleanza imperialista, se fosse in un ruolo di parità?) e non un chiaro e cristallino “Fuori l’Italia dalla Nato, Fuori la Nato dall’Italia”
L’intera impostazione del capitolo induce a concludere che può esistere un’altra Unione europea, quella senza trattati, o che porti avanti altre politiche, non antipopolari.
Ci pare francamente incredibile che, dopo gli avvenimenti di questi ultimi anni, si possa proporre una riforma di questa istituzione. L’Ue è irriformabile, è lo strumento del dominio delle grandi multinazionali e in particolare del capitale tedesco sulle classi oppresse di tutto il continente. C’è chi ha provato a riformarla, questa Ue: è stato il governo di Syriza, che si è illuso che esistesse uno spazio per il compromesso e per la trattativa. È stato attaccato senza pietà: le banche e i capitalisti, greci e internazionali, hanno attuato la fuga dei capitali e ogni altra forma di boicottaggio. Nel giro di sei mesi Tsipras, non concependo altra alternativa, ha capitolato.
Anche i ministri borghesi del governo catalano avevano illusioni negli spazi democratici forniti dell’Unione europea: “A Bruxelles ci ascolteranno.”, dicevano. Sono stati arrestati, il governo catalano è stato rimosso, l’autonomia regionale sospesa. L’Unione europea ha applaudito ogni azione del governo di destra spagnolo.
Non può esistere “un’Europa dei popoli” nel capitalismo. Un programma di giustizia sociale non può che partire dalla lotta per la rottura dell’Unione europea capitalista e per costruzione per via rivoluzionaria di una Federazione socialista d’Europa.
Nello stesso capitolo si rivendica che “le classi popolari siano chiamate ad esprimersi su tutte le decisioni prese sulle loro teste”. Proposito sacrosanto. Sarebbe utile chiedere tuttavia al popolo greco se questo sia possibile nell’Europa capitalista. La loro esperienza, quando con il 62% dei voti hanno rifiutato il diktat della troika nel referendum del 5 luglio, è del tutto diversa. La troika ha ignorato l’esito della consultazione e ha imposto ad Atene condizioni ancora più draconiane. Non si comprende perché dovrebbe cambiare atteggiamento davanti a questa “nuova” proposta politica.

Democrazia economica

Nel capitolo “Economia, finanza, redistribuzione della ricchezza” si chiede “di trasferire ricchezza dalle rendite e dai capitali al lavoro ai salari”. Ciò verrebbe attuato “ricostruendo il controllo pubblico democratico sul mercato”.
È una bella dichiarazione d’intenti, il problema è: come si realizzerebbe tutto ciò? È possibile una democrazia economica? Cosa risponderebbero i mercati, i banchieri, i capitalisti, alla richiesta che d’ora in poi non devono decidere solo loro? Quando un padrone vuole chiudere una fabbrica l’alternativa è secca. O l’esproprio e il controllo operaio dello stabilimento, o il licenziamento dei lavoratori. Non esistono mezze misure. Non c’è “controllo democratico” che possa durare a lungo senza entrare in possesso dei mezzi di produzione.
L’illusione riformista del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel dopoguerra, secondo la quale la classe operaia sarebbe potuta diventare “classe dirigente del paese”, in maniera graduale, senza una rivoluzione, si ripropone nello schema dei redattori del programma, quando dicono che “alle classi popolari” deve essere restituito “il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza” senza mettere in discussione il sistema capitalista, anzi “riprendendo la confidenza con le istituzioni” (appare davvero stravagante il fatto che, nel periodo più basso di popolarità delle istituzioni borghesi, chi lavora a un’alternativa di società debba impegnarsi a fornire loro una nuova credibilità!).
Sappiamo come è finita per il Pci: la classe operaia non è mai diventata classe dirigente, anzi i vertici di questo partito lo hanno trasformato nel principale partito della borghesia, nel Partito democratico. Gli oppressi non possono controllare la produzione, non possono redistribuire la ricchezza senza una rottura rivoluzionaria, senza un momento di scontro in cui il potere venga strappato dalle mani della borghesia. E per potere intendiamo non solo quello economico, ma anche quello politico e istituzionale. Questo scontro si chiama rivoluzione.
Pur partecipando alle elezioni e lottando per ottenere dei rappresentati nelle istituzioni, non ci illudiamo che il sistema possa essere cambiato dall’interno. In ultima analisi, il parlamento, il governo, la magistratura, sono istituzioni a servizio della classe dominante.
Ciò non significa che il Parlamento non ci interessi. Ma nelle istituzioni un rivoluzionario accede per usarle come strumento per la propria propaganda, per denunciare le contraddizioni del sistema capitalista e, certo, anche per difendere ogni conquista sul terreno sociale e democratico, avendo allo stesso tempo ben chiaro la natura temporanea di queste conquiste, finché non ci sarà un sovvertimento definitivo dell’ordine sociale.
Un nuovo sistema avrà inoltre bisogno di nuove istituzioni. Non è possibile un recupero democratico dello Stato borghese, non si possono servire due padroni. “La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i propri fini.” come spiego Marx dopo la sconfitta della Comune di Parigi.
Questo perché la macchina statale in una società divisa in classi non è un taxi sul quale chi è più lesto a chiamare monta sopra per andare dove vuole, ma uno strumento di oppressione di una classe su un’altra, che ha il compito di stritolare e annientare le istanze della classe oppressa.
Un altro dei limiti più importanti del programma di “potere al popolo” è l’indeterminatezza su quali classi sociali dovranno operare il cambiamento. Non crediamo che questa indeterminatezza sia casuale, è legata alla natura indeterminata e fumosa della società futura che si prospetta. Il capitolo conclusivo del programma si intitola “costruire il potere popolare”, ma cos’è il popolo? Quali classi lo costituiscono? Per noi la classe che deve guidare il cambiamento rivoluzionario è la classe lavoratrice, i lavoratori salariati. L’analisi di Marx non ha perso la propria validità. La contraddizione capitale-lavoro la viviamo quotidianamente ed è balzata agli occhi durante lo sciopero dei lavoratori Amazon, l’azienda che in teoria non produce nulla ma che fa profitti sullo sfruttamento, vale a dire sul lavoro non pagato, della manodopera.
La lotta per la conquista del plusvalore è quella centrale in una società capitalista e il proletariato è ancora, più che mai, per il suo ruolo sociale nella produzione, il motore trainante di ogni cambiamento rivoluzionario, il “blocco sociale” attorno a cui aggregare tutte le altre classi oppresse.
Non abbiamo paura a chiamare questo cambiamento rivoluzione socialista. Non ci nascondiamo ma alziamo alta la bandiera della lotta al capitalismo. Crediamo che per ricostruire una sinistra, che per noi può essere solo una sinistra di classe, ci sia bisogno della massima chiarezza programmatica.
La ricostruzione della sinistra per le forze politiche che costituiscono “Potere al popolo”, invece, avverrà sulla base del minimo comune denominatore, e dunque su un ulteriore annacquamento della proposta iniziale. Ad esempio, sulla questione dell’Europa, in “Potere al popolo” vi sono forze apertamente antieuropeiste (come la piattaforma “Eurostop”) ed altre che propongono una riforma dell’Ue, come Rifondazione comunista.
Il risultato sarà una confusione che nel caso migliore non convincerà nessuno e lascerà i propri militanti e i propri elettori disarmati davanti alla borghesia che invece un programma ce l’ha eccome!
Gli esponenti dell’ex Opg sicuramente affermeranno, come già fatto in alcune assemblee, che “la distinzione fra riformisti e rivoluzionari avviene nella pratica, non sulle righe di un programma.”
Invece è proprio sui principi che da oltre cent’anni si basa lo scontro fra riformisti e rivoluzionari. Lenin e Rosa Luxemburg criticarono duramente la famosa frase “Il fine è nulla, il movimento è tutto” del teorico revisionista Eduard Bernstein. L’adattarsi agli avvenimenti del giorno, alla politica concreta del fare, portò Bernstein e il Partito socialdemocratico all’approvazione dei crediti di guerra e all’appoggio alla borghesia tedesca nella Prima guerra mondiale. La saldezza dei principi di Lenin condusse invece alla vittoria nella rivoluzione d’Ottobre.
Un programma concepito come l’elenco del “possibile” ha svelato tutta la sua inadeguatezza, nella scomparsa a livello di massa della sinistra in questo paese. Svela la sua inadeguatezza anche a livello internazionale, dove le socialdemocrazie, o i partiti che provengono dalla tradizione comunista come Syriza, rivendicando solo le cose “possibili” hanno portato avanti le controriforme capitaliste e le politiche dell’austerità.
Un programma rivendicativo si deve sviluppare non in base a una lettura superficiale dell’ultima congiuntura politica, o su una (presunta) mancanza di coscienza politica delle masse ma sulla base delle necessità dettate dalla situazione oggettiva.
La crisi del capitalismo ha chiuso ogni porta alla ricerca delle compatibilità capitaliste, alla conciliazione degli interessi di classe contrapposti.
Spalanca infinite possibilità di intervento a un programma marxista, di rottura con il sistema capitalista, al programma presentato dalla lista “Per una sinistra rivoluzionaria”.
Unisciti a noi!

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