5 dicembre 2017

Il problema non è il “populismo” ma la crisi di una linea sindacale

A Bologna tra il 2008 e il 2016 si sono persi 7mila posti di lavoro metalmeccanici – da 53mila a 47mila – di cui 6mila operai e mille gli impiegati.

È il ritratto di un territorio e del suo settore produttivo trainante che, pur rimanendo ai vertici a livello nazionale e continentale, subisce in particolare le ristrutturazioni delle multinazionali anche in assenza di una crisi del mercato. Si salvano i settori di punta, come il packaging, e alcune aziende storiche tecnologicamente avanzate.

Un esempio è la Ducati Motor, gruppo Volkswagen-Audi, ormai unica azienda del motociclo bolognese, o quasi: resiste con la tenacia dei lavoratori la Minarelli della Yamaha sottoposta da anni a un continuo stillicidio di posti di lavoro.

Come risponde la Fiom di Bologna? Lo spazio per misure di “riduzione del danno” si è esaurito. Cassa integrazione e contratti di solidarietà sono sostituiti da mobilità e licenziamenti, più convenienti per i padroni grazie alla legislazione sul lavoro, jobs act in primis. Gli incentivi all’esodo non riescono più ad accompagnare alla pensione i lavoratori licenziati a causa dell’allungamento dell’età pensionabile, e i lavoratori più anziani sono già stati espulsi dalle aziende nelle passate ristrutturazioni.

Per la Fiom è impensabile che una fabbrica possa rimanere aperta e produrre senza un padrone, che l’intervento pubblico nell’economia aiuti direttamente i lavoratori.

Di nazionalizzazione è vietato parlare – richiesta cassata dalla segreteria della Fiom di Bologna nell’ordine del giorno a sostegno delle lotte alla Minarelli in un direttivo largamente monopolizzato da uno scontro intestino tra settori dell’apparato – perché implicherebbe andare verso l’occupazione della fabbrica e quindi avere piena fiducia nella capacità di lotta dei lavoratori e la volontà di impegnare a fondo l’organizzazione sindacale.

La contrattazione nazionale viene incentrata su sanità integrativa, previdenza complementare e welfare aziendale, ovvero la privatizzazione dello stato sociale.

Se nella contrattazione aziendale prevale la ricerca della compatibilità con gli interessi aziendali e il rifiuto del conflitto, anche gli accordi sopra la media in tema di salario e diritti possono risultare insufficienti laddove rimane un forte divario con i livelli di profitto. E i lavoratori tutto questo lo pesano.

È una chiave di lettura del crollo dei voti alla Fiom nel rinnovo della Rsu alla G.D., passati dai 774 del 2012 a 467, con Usb primo sindacato con 547 preferenze.

Stiamo parlando di un’azienda fi ore all’occhiello della contrattazione della Fiom a livello nazionale.

È un risultato arrivato dopo che l’integrativo aziendale è stato approvato per il rotto della cuffia con 735 si contro 708 no, con un sindacato (Usb, ma poteva essere qualunque altro) che si è proposto di rappresentare questo dissenso. Invece di ascoltare il dissenso dei lavoratori, i dirigenti della Fiom si consolano lamentandosi di un cosiddetto “populismo sindacale” quando la verità è semplice e sotto gli occhi di tutti: in G.D. è stata bocciata la linea sindacale che ha portato alla firma dell’ultimo contratto nazionale, e alla ricomposizione dell’unità con Fim e Uilm e delle divergenze con la maggioranza Cgil.

Per questo è ancora più necessario continuare la battaglia per ridare la Fiom, e la Cgil tutta, ai lavoratori e ai delegati più combattivi.

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