22 novembre 2018

Ambiente, lavoro, pensioni, reddito, diritti – Il mercato delle promesse tradite

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

 

Lo scontro tra governo italiano e Commissione europea occupa i notiziari televisivi e le prime pagine di tutti i quotidiani. “Non ci piegheremo a Bruxelles” annunciano un giorno sì e l’altro pure Salvini e Di Maio.
Ma più che uno scontro si sta rivelando una pantomima mediatica tra una Commissione europea sempre più screditata e impotente a dettare legge, e un governo che proclama “l’abolizione della povertà” ma vive di tanta realpolitik. Rinviato il reddito di cittadinanza (per cui i conti comunque non tornano), rinviato l’intervento sulle pensioni che comunque non abolisce né supera la Fornero, si annunciano decreti futuri. Per il momento il popolo si accontenti delle promesse.
Peggio ancora: alle critiche di Bruxelles si risponde che i conti verranno aggiustati con 18 miliardi di privatizzazioni in tre anni, che significherebbe svendere il poco che resta dopo trent’anni di saccheggio.

Sin dalla nascita del governo ogni provvedimento è stato oggetto di uno scontro feroce tra M5S e Lega. E nello scontro a prevalere è sistematicamente il partito di Salvini. Ogni volta che il M5S prova a introdurre qualche misura anche timidamente progressista, si alza il fuoco di fila dei quotidiani della borghesia, ripreso dopo poco da qualche ministro leghista. In prima fila sovente troviamo il sottosegretario Giorgetti (“Reddito di cittadinanza?
È complicato da attuare”. “Se lo spread arriva a 400 ricapitalizzeremo le banche”).
Di Maio urla e strepita ma alla fine deve cedere. Dal decreto dignità a quello su Genova (dove sono finite le nazionalizzazioni?), dalla Tap alla prescrizione, ogni linea Maginot costruita dai pentastellati dura il tempo di un battito di ciglia.
Intanto Salvini porta a casa il “decreto sicurezza”, un provvedimento reazionario contro gli immigrati e repressivo verso le lotte presenti e future. Il M5S lo approva e espelle i senatori che hanno osato esprimere il loro dissenso, così come sul condono.

Le differenze crescenti non sono il frutto di una mera lotta di potere fra i due partiti della coalizione. Sono l’espressione, confusa e contraddittoria certamente, del conflitto di classe apertosi con il voto del 4 marzo. In quel voto, nella fiducia al M5S, si erano palesate le aspirazioni di milioni di lavoratori e giovani che volevano spazzare via i partiti dell’austerità. D’altro canto con la formazione del governo gialloverde la borghesia aveva perso il controllo diretto dell’esecutivo, fin lì garantito dai governi del Pd. I “poteri forti” hanno quindi lavorato con i ministri di loro fiducia (Tria, Moavero Milanesi) e soprattutto spingendo la Lega a distanziarsi dalle “utopie” grilline.
Per questo la Lega al fine di logorare i 5 Stelle non disdegna un gioco di sponda persino con il Pd, come si è visto nelle manifestazioni contro la Raggi e la Appendino.
L’ambiguità e la confusione ideologica dei 5 Stelle hanno portato al voltafaccia sulla Tap e aperto la strada alla manifestazione “Sì Tav” del 10 novembre a Torino, dove le politiche filopadronali della giunta Appendino hanno provocato grande scontento tra i ceti popolari.
Le decine di migliaia di persone scese in piazza nel capoluogo piemontese sono quella “maggioranza silenziosa” che più volte la grande borghesia ha mobilitato nella storia a tutela dei propri interessi. Gli strali contro il “luddismo del XXI secolo” e “a difesa del progresso e della modernità” dei trionfali editoriali de la Stampa del giorno seguente sono un monito chiarissimo. La modernità e lo sviluppo sono i profitti, i luddisti sono chiunque intralci i loro affari.
Il fronte creato sulla questione della difesa della Tav, che vede uniti Pd, Forza Italia e Lega (“La Tav? Alla fine si farà”, Salvini dixit), è un altro avvertimento.

Di Maio ora è prigioniero: se il governo cade, Salvini ne uscirà come capo indiscusso di una destra rafforzata capace di proporsi al capitale come partito dell’ordine, mentre i 5 Stelle ne uscirebbero a pezzi e senza prospettiva. I tempi non sono ancora maturi per rovesciare il governo e la borghesia teme una nuova instabilità, ma il processo è avviato.
L’unica via d’uscita per il Movimento 5 stelle consisterebbe in un appello alla mobilitazione di piazza ai milioni di giovani e lavoratori che ne hanno sostenuto il programma lo scorso 4 marzo. Ma i 5 Stelle sono inchiodati alla utopia interclassista di conciliare gli interessi dei padroni e dei lavoratori, al loro legalitarismo ridicolo (non si fa il “cambiamento” per via delle “penali”…). Chi si aspettava il populismo che scatena la piazza deve rifare i suoi calcoli. “Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia” e ogni cedimento di Di Maio e soci è servito solo a rendere la grande borghesia più baldanzosa.
La manifestazione NoTav del prossimo 8 dicembre a Torino, che ci auguriamo sia imponente, potrà rappresentare un passaggio importante anche e soprattutto se spazzerà via ogni illusione sui 5 Stelle (che tanti leader del movimento NoTav hanno alimentato) e decreterà la necessità, fra il maggior numero di giovani e lavoratori, di prendere il futuro nelle proprie mani e di costruire un’opposizione di classe, che sia alternativa sia alle politiche liberali e filo-Ue del Pd, sia alle sirene sovraniste del governo gialloverde.
Le recenti vicende insegnano che non si può delegare al Di Maio o al Toninelli di turno la difesa degli interessi della nostra classe.
Nel consumarsi dell’illusione populista deve maturare la consapevolezza che gli interessi dei lavoratori e degli sfruttati si possono difendere solo costruendo un partito che ne sia diretta espressione: il partito di classe che oggi manca. A questo dobbiamo lavorare, nelle piazze e nella battaglia politica di ogni giorno.

19 novembre 2018

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