29 Ottobre 2020 Niklas Albin Svensson (da www.marxist.com)

Il Fondo monetario mette in guardia rispetto a una catastrofe mondiale del debito

I paesi più poveri del mondo si trovano all’interno di un circolo vizioso di continuo indebitamento. L’epidemia del Coronavirus ha aggiunto un ulteriore pesante fardello alle casse degli stati. Questi paesi, prevalentemente produttori di materie prime, si trovavano già in difficoltà nel gestire il crollo dei prezzi di queste ultime. Quest’ultima crisi rende la situazione assolutamente ingestibile, con delle conseguenze importanti anche per i paesi a capitalismo avanzato.

Secondo la Jubilee Debt Campaign, 52 paesi nel mondo sono già in una crisi di debito, con altri 63 a rischio. Il Fondo Monetario Internazionale  (FMI) stima che il rapporto debito/PIL dei paesi delle economie “emergenti” potrebbe crescere del 10% quest’anno.

Alcuni anni fa gli economisti elogiavano molti di questi paesi, quando il boom della domanda di materie prime, guidato prevalentemente dall’aumento della domanda cinese, fece salire il loro prezzo a livelli alti. Ciò risale a quando concezioni come quello dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) divenivano più popolari, insieme con le economie emergenti. Ora, uno ad uno, questi paesi sono entrati in una grave crisi, dopo il collasso dei mercati delle materie prime nel 2014, e solo la Cina in grado di evitare il peggio per ora.

L’incremento del debito può anche non essere così grande come quello di molti paesi capitalisti più avanzati, però questi paesi non possono finanziare i loro debiti stampando moneta (Quantitative Easing), neanche nel breve termine. Il mercato dei titoli è stato chiuso in questi paesi a partire da marzo. Come il direttore dell’FMI fa notare, nessun governo nell’Africa Sub-Sahariana ha emesso nuovi titoli da Marzo.

I paesi capitalisti più avanzati stanno finanziato i loro deficit da record (si stima che il deficit USA possa arrivare al 15% del PIL quest’anno) stampando quantitativi mai visti di moneta, che ha spinto il tasso di interesse sotto l’1% per i propri titoli a 10 anni. Sia i titoli tedeschi che francesi sono in territorio negativo. I titoli africani, al contrario, sono circa al 9,5%.

I debito in cui questi paesi si sono ritrovati è adesso alto quanto lo era nel 2001, quando ci furono massicci annullamenti del debito. Secondo la Jubilee Debt Campaign, quest’anno i 76 paesi più poveri stanno spendendo 18 miliardi di dollari per ripagare altri governi, 12 miliardi per ripagare istituzioni internazionali come l’FMI e la World Bank e altri 10 miliardi per ripagare investitori privati, come banche e fondi di investimento.

L’FMI è fiero di aver prestato 100 miliardi per sostenere l’emergenza Covid a paesi con reddito medio-basso, ma la verità è che una quantità importante di questa somma dovrà essere impiegata per ripagare dei debiti preesistenti, con il risultato finale d’incrementare l’insostenibile debito totale di lungo periodo

L’FMI non è famoso per la sua attenzione al welfare delle centinaia di milioni di persone che sono soggette ai suoi programmi. Ad ogni modo, anche l’FMI può vedere che la situazione è ingestibile. Da una parte, se i paesi dichiarassero bancarotta, questo potrebbe innescare una serie di default nei paesi ex-coloniali, che minerebbe la stabilità dei sistemi bancari dell’occidente. D’altra parte, se i governi provassero a ripagare i debiti, questo potrebbe generare movimenti rivoluzionari.

Questo è il motivo per cui il FMI sta richiedendo una moratoria sul ripagamento dei debiti fino al 2021. Sperano che, se riescono a far passare quest’anno, dal prossimo potranno continuare a succhiare il sangue dei paesi ex-coloniali come al solito. Purtroppo per loro, questo non succederà.

 

Il debito è una bomba a orologeria

La realtà, ovvero che una gran parte di questo debito non verrà mai ripagato, sta ora apparendo più chiara ai creditori, e già Libano, Argentina e Ecuador stanno ristrutturando i propri debiti. Zambia e Rwanda potrebbero seguirli.

Questo debito è una pietra tombale attorno al collo dei paesi poveri. E’ spesso contratto con belle parole sugli investimenti ecc., ma in molti casi il denaro è prestato non per la popolazione ma per assicurare vendite ai paesi creditori (armi generalmente), insieme con qualche simpatica percentuale per tutti coloro i quali sono coinvolti.

Un caso emblematico è quello del Mozambico, dove una serie di importanti banchieri del Credit Suisse ha garantito al governo un prestito illegale di 2 miliardi di dollari, speso in navi da pesca e della guardia costiera che non furono mai utilizzate; e con almeno 500 milioni di cui non si ha traccia. Tra l’altro, degli avvocati americani sostengono che del miliardo di dollari circa speso per le navi, 150 milioni sono finiti nelle tasche di funzionari mozambicani e 50 milioni nelle tasche dei banchieri che hanno organizzato il prestito. Nonostante il Mozambico abbia smesso di ripagare il debito, la situazione legale rimane dubbia. Il Credit Suisse ha diviso il debito e lo ha venduto subito dopo la sua istituzione, e il Mozambico ha avviato una causa legale presso la corte Britannica per rettificare la situazione.

Questo episodio è solamente la punta dell’iceberg, ed è stato portato alla luce solo per il ruolo che ha avuto nel crollo dell’economia del Mozambico. La realtà è che questi accordi sono tipici di come gli affari si svolgono nei paesi ex-coloniali, generalmente con l’incoraggiamento attivo delle banche e dei governi occidentali.

Adesso questo debito accumulato minaccia la stabilità finanziaria dei paesi imperialisti. Ad ogni modo, senza un boom nell’economia globale, non c’è modo per questi paesi di continuare a ripagare i propri debiti, e ulteriori prestiti e eventuali moratorie non faranno altro che posticipare quel giorno fatidico.

14 ottobre 2020

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