13 Ottobre 2022 Jack Halinski-Fitzpatrick (da www.marxist.com)

Il capitalismo europeo scricchiola sotto la pressione di una crisi senza precedenti

I prezzi dell’energia sono alle stelle. Tra gli esponenti della classe dominante europea serpeggia il timore che questo possa portare a deindustrializzazione, disoccupazione e una forte risposta da parte della classe lavoratrice. Si parla di un nuovo inverno di malcontento.

È chiaro che, per la maggior parte della classe dominante europea, sarebbe auspicabile una conclusione rapida della guerra. Gli Stati Uniti sono però di gran lunga più protetti dall’aumento dei prezzi del gas. Sempre agli Usa torna comodo anche l’indebolimento della Russia tanto quanto dell’Europa, che porterebbe quest’ultima a diventare ancor più dipendente dagli Stati Uniti. Va però detto che questa politica sta spingendo la Russia tra le braccia della Cina, indebolendo al contempo il principale alleato degli Usa. Ciononostante, l’amministrazione Biden – finché resterà in sella, fatto non del tutto certo, con le elezioni di metà mandato che incombono – per ora sembra intenzionata a continuare l’appoggio allo sforzo bellico. Ciò sta mettendo l’Europa sotto un’immensa pressione.

Il 1° febbraio 2021 il prezzo di riferimento europeo per il gas naturale era di 15 euro/MWh. Il 26 settembre 2022 ha raggiunto i 174 euro/MWh. È un aumento di oltre dieci volte rispetto al decennio precedente. L’Europa normalmente paga per l’energia circa il 2% del suo Pil, ma questa cifra è salita ora al 12%. L’impatto della guerra in Ucraina ha esacerbato il problema, ma è evidente che i prezzi dell’energia avevano cominciato a crescere già a causa dell’inflazione globale generalizzata seguita alle riaperture dopo i lockdown Covid.

Come abbiamo già avuto modo di spiegare, questa guerra rappresenta un conflitto fra la Russia da una parte e l’imperialismo occidentale, mediante l’Ucraina che combatte per quest’ultimo, dall’altra. Gran parte della colpa dell’attuale crisi è stata scaricata su Vladimir Putin. Tuttavia, se è vero che la Russia sta certamente cercando di causare un danno economico all’Occidente, lo fa in risposta alle sanzioni imposte su di essa dagli stessi governi occidentali. Ciascuna parte usa le sanzioni per cercare di destabilizzare l’altra, e di conseguenza i prezzi aumentano.

L’Unione europea ha cercato di liberarsi dalla dipendenza dall’energia russa. Dal momento che l’industria petrolifera e del gas costituisce circa un quinto del Pil russo e quasi la metà delle sue entrate di bilancio per quest’anno, perdere questa fonte di entrate sarebbe molto pericoloso per Putin. È pertanto nei suoi interessi reagire. A questo fine la Russia ha stretto lentamente la morsa sulle forniture di gas verso l’Ue. Se da una parte ha ridotto le vendite, ha enormemente aumentato i guadagni. Per esempio[], se quest’anno Gazprom, l’azienda energetica russa, ha esportato il 43% di gas in meno, quello che ha esportato è passato da $310 per metro cubo a $1000 per metro cubo.

Il 2 settembre la Russia ha accelerato la sua campagna con l’annuncio della completa chiusura del gasdotto Nord Stream 1 da parte di Gazprom. Putin ha dichiarato che la Russia non avrebbe “fornito alcun rifornimento se contrario ai nostri interessi. Niente gas, niente petrolio, niente carbone, niente gasolio, niente di niente”. Il Cremlino ha aggiunto che i rifornimenti non riprenderanno prima che “l’occidente nel suo insieme” toglierà le sanzioni contro la Russia.

L’Europa sente la pressione

Ciò sta generando il caos in tutta Europa, gran parte della quale dipendeva dal gas russo. Per esempio, nel 2021, almeno 15 Paesi europei ricevevano almeno metà del loro gas dalla Russia. Benché questa dipendenza vari in modo significativo da Paese a Paese, la pressione si sta accumulando su tutto il continente.

Alex Munton, analista dei mercati globali del gas, ha detto che c’è “una reale incertezza se ci sarà abbastanza gas per soddisfare la domanda per tutto l’inverno”. Foreign Policy scrive che “buona parte delle prospettive energetiche europee per l’inverno” ora si “dipendono dalla riduzione della domanda; dalla capacità di ciascun Paese di procurarsi rifornimento di gas naturale liquefatto [Gnl] e… dal clima”..

L’aumento del prezzo del gas alla borsa di Amsterdam

La crisi energetica porta a galla la natura anarchica e la mancanza di pianificazione del sistema capitalista, nonché i limiti dello Stato nazione. Con i rubinetti del gas russo sempre più chiusi, manca una risposta coordinata e pianificata. Al contrario dobbiamo “correre ad appropriarci dei carichi di Gnl”, nelle parole del padrone di un’azienda rifornitrice di gas in Asia. Ogni governo punta a mettere al sicuro prima di tutti gli interessi della propria classe dominante, peggiorando così la situazione generale dal momento che i prezzi si alzano ancora di più.

I prezzi alle stelle causano però ulteriori problemi. Il costo del gas naturale negli Usa è quasi triplicato nell’ultimo anno, fatto che, insieme all’impatto dell’inflazione globale generalizzata, sta portando a pressioni per interromperne le esportazioni. Una situazione simile si vede in Australia. Questi sono due dei tre maggiori esportatori al mondo di Gnl, per quanto riguarda le riserve.

La guerra, di per sé un prodotto del capitalismo in crisi, ha accelerato la pressione sui mercati energetici, provocando così una corsa spericolata tra i governi per appropriarsi delle risorse sufficienti a sostenere la propria economica. Ciò sta portando a fluttuazioni di prezzo selvagge, pesa sulle catene di approvvigionamento esistenti ed è potenzialmente in grado di rendere non competitive sul mercato globale una notevole quantità di aziende europee. Se ciò dovesse accadere, ne conseguirebbero licenziamenti generalizzati e il rischio di chiusure su vasta scala in tutto il continente.

I Paesi europei sono stati sinora in grado di rispettare gli obiettivi Ue per il deposito del gas, riempiendo le infrastrutture al 90%. Però, come spiega anche Munton, di norma per superare l’inverno servono sia il gas in deposito sia le importazioni dalla Russia. Oltre a cercare rifornimenti alternativi, c’è accordo riguardo la riduzione volontaria della domanda del gas del 15% per quest’inverno. Nel corso dell’estate i consumi si sono ridotti di 138 milioni di metri cubi al giorno, un calo del 16%. Tuttavia, per mantenere questa riduzione anche in inverno, il risparmio dovrebbe aumentare a 300 milioni di metri cubi al giorno. Sarà pertanto necessario ridurre ancora di più la domanda, proprio nei freddi mesi invernali in cui c’è più bisogno di energia.

Produzione in picchiata

Se a prima vista la riduzione della domanda ottenuta sin qui sembrerebbe un successo, potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. A luglio, per esempio, la Germania ha consumato il 21% di gas in meno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’Associazione degli industriali tedeschi afferma però che se parte di questa riduzione è stata dovuta ai risparmi orientati all’efficienza, il grosso è frutto di un “tragico” crollo della produzione industriale.

Allo stesso modo, la produzione nell’area euro nel suo complesso ha visto la più pesante diminuzione mensile dall’aprile del 2020, quando gran parte dell’Europa era in lockdown per via della pandemia da Covid-19. C’è pertanto ben poco da festeggiare: potrebbe essere il primo segnale di un nuovo indebolimento delle merci europee sul mercato mondiale. Al posto di una riduzione consapevole dell’uso di energia abbiamo la chiusura della produzione perché i costi per avviare la produzione sono diventati troppo alti per operare in modo redditizio.

La preoccupazione dei capitalisti europei va quindi ben oltre una mera riduzione dei margini di profitto. Come spiega un economista di Capital Economics, potremmo essere davanti a un “qualche tipo di perdita permanente di competitività” dell’economia dell’eurozona. In effetti 12 gruppi in rappresentanza di vari settori, dal cemento all’acciaio, hanno dichiarato che “da un punto di vista imprenditoriale è attualmente svantaggioso continuare a produrre in Europa”. La decuplicazione del prezzo del gas comporta una decuplicazione dei costi di produzione per questi settori industriali, che poi si riverbera in tutta la catena di approvvigionamento fino a settori quali le automobili e la birra. Se le merci prodotte in Europa perdono competitività rispetto ai rivali statunitensi o asiatici, tutto il continente europeo corre il pericolo di una significativa deindustrializzazione.

L’impatto diventa evidente guardando all’industria del metallo. AcelorMittal, la principale acciaieria d’Europa, ha detto che l’aumento dei prezzi sta mettendo “a dura prova” la sua competitività, e pertanto progetta di chiudere temporaneamente alcuni altiforni a partire da ottobre. Il valore di mercato della Thyssenkrupp, un’altra grande acciaieria, è precipitato dal gennaio di quest’anno. Paul Voss, direttore generale di European Alluminium, ha dichiarato che la crisi è “esistenziale”. Inoltre, come rileva Ami Shivkar, analista dei mercati dell’alluminio, riattivare le fonderie non è cosa da poco: serve una “quantità di capitale da capogiro”. Queste chiusure, quindi, non possono essere sminuite come qualcosa di temporaneo. Anche se la guerra dovesse finire e i prezzi potessero tornare alle medie di prima, non sarebbe vantaggioso riaprire queste industrie.

Una crisi più vasta

Per valutare l’impatto sull’economia dell’Europa nel suo complesso, è importante non approcciare la questione in modo meccanico. Non possiamo prendere un singolo settore e separarlo da tutto il resto, per fare una stima del danno. L’economia mondiale è un sistema complesso e interrelato. Se una parte dell’economia entra in crisi, quest’ultima può diffondersi a tutta la catena produttiva.

Per esempio, la Piesteritz, principale produttrice tedesca di ammoniaca e urea, ha appena chiuso le sue fabbriche in Sassonia-Anhalt. Ciò ha comportato un aumento del prezzo dei fertilizzanti, a sua volta aggravato dalla chiusura di circa il 70% della produzione di fertilizzante europea, in larga misura per via dell’aumento dei prezzi del gas. La mancanza di fertilizzante ha portato a una scarsità di CO2, che per molte aziende del settore delle bevande ha comportato “la riduzione della produzione o il suo totale arresto”. Non mancano altri esempi di natura simile.

Insieme alla minaccia della disoccupazione e della pressione su salari e condizioni di lavoro, aleggia anche lo spettro all’inflazione, attualmente arrivata al 9,1% nell’eurozona, e aggravata a sua volta da numerosi fattori. Prima di tutto le perdite di capacità produttiva in Europa renderanno il continente sempre più dipendente dalle importazioni, con possibili costi più alti. In secondo luogo, si sta rafforzando il dollaro. Quando l’economia mondiale è in difficoltà, i capitalisti tendono a trasferire il loro denaro nel dollaro statunitense. Questo a sua volta genera una pressione su tutte le altre valute, euro compreso, precipitato ai livelli più bassi dal 2002.

All’aumento dei costi si aggiunge la pressione sui consumi. Anzitutto, il fatto che le condizioni di vita dei lavoratori venga spinta verso il basso significa che molti stanno riducendo le spese. Ne è una riprova  il fatto che la fiducia dei consumatori nell’eurozona è ai minimi storici, ancora più bassa rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e ai lockdown Covid. Ciliegina sulla torta sono i lockdown generalizzati in Cina, terza principale destinazione dell’export europeo, che a loro volta abbattono la domanda. Inflazione alle stelle, costi in rapido aumento, scarsità di materie prime per l’industria e crollo della domanda si stanno così impilando l’uno sull’altro.

La risposta dell’Ue e dei governi

In risposta alla crisi, sia l’Ue che i governi europei sono stati costretti ad agire. Il 9 settembre i ministri dell’energia dell’eurozona hanno concordato di focalizzarsi su quattro aspetti: 1) riduzione della domanda di elettricità; 2) imposte straordinarie sulla produzione di energia non derivante dal gas; 3) un tetto al prezzo del gas; 4) risolvere il problema della riduzione della liquidità per i produttori di energia.

Tuttavia l’Unione europea è composta da Stati nazione in competizione tra loro, i quali, in tempo di crisi, cercano più di proteggere gli interessi delle rispettive classi dominanti, e sono molto meno disposte a cooperare. Lo ha dimostrato il fatto che, come sottolineato dall’articolo del Financial Times citato sopra, gli accordi vengono meno non appena la discussione entra nei dettagli di un possibile tetto dei prezzi o delle imposte straordinarie. È stato infatti riferito che la tassa sugli extraprofitti potrebbe essere ritardata di un anno. Laurent Ruseckas, analista presso S&P Global Commodity Insights, ha affermato  che la complessità delle proposte rende impossibile averle pronte per l’inverno, “anche se vi fosse un consenso politico, che non c’è”. Non pare pertanto plausibile che queste misure possano essere di grande aiuto per affrontare l’urgentissima crisi energetica di questo inverno.

In mancanza di un approccio collettivo, i governi Ue dovranno rispondere in via individuale. Alcuni hanno messo dei tetti alle bollette dell’energia; la Francia e la Germania hanno nazionalizzato i fornitori; Svezia e Finlandia hanno dovuto far piovere fondi d’emergenza sui produttori per evitare un “crollo alla Lehman Brothers”. Si calcola che il totale della spesa per fornire quel minimo di aiuti disponibili per proteggere la classe lavoratrice e sostenere l’economia ammonti a mezzo migliaio di miliardi di euro; think tank come Bruegel temono che sia “palesemente non sostenibile da una prospettiva di finanza pubblica”. Vediamo quindi che, anche se il problema viene in qualche misura “risolto” nell’immediato, non implica altro che un’ulteriore accumulazione di debito statale, che prima o poi dovrà essere restituito. Ciò dimostra anche quanta poca fiducia nutrano in realtà i capitalisti nel loro stesso sistema. Proprio come avvenne durante la Seconda guerra mondiale, quando scoppia una vera crisi non è al mercato che si rivolgono per risolvere le cose. È lo Stato che deve intervenire per sostenere il sistema.

Gonfiare il debito pubblico è particolarmente problematico in questo momento storico. Sotto l’impatto dell’inflazione globale generalizzata e dell’indebolimento dell’euro, la Banca centrale europea è sotto pressione per alzare i tassi d’interesse. Questo fatto fa schizzare il prezzo che i governi devono pagare per prendere a prestito del denaro su mercati internazionali di capitale, che è un problema particolare per governi tipo quello dell’Italia. Il 27 settembre, infatti, il rendimento dei Btp decennali (in sostanza il tasso d’interesse che il governo deve pagare per prendere a prestito del denaro su un periodo di dieci anni) è infatti aumentato al 4,7%, quasi cinque volte di più rispetto all’inizio dell’anno. Livelli così alti non si toccavano dalla crisi del debito europeo di dieci anni fa, quando l’Italia si trovò sul baratro di una crisi del debito sovrano.

La tempesta che si avvicina

Quanto sta avvenendo in Europa proprio in questo momento spiana la strada a grandi esplosioni della lotta di classe. Come affermato da Alexander De Croo, il primo ministro belga: “Qualche settimana così e l’economia europea si fermerà del tutto… Rischiamo la deindustrializzazione e tumulti sociali”.

L’ultimo periodo ha visto un’ondata di proteste, alcune delle quali mosse da slogan a favore della neutralità rispetto alla guerra. All’inizio di settembre, nella Repubblica ceca, ci sono state manifestazioni di massa di 70-100mila persone. Tra le rivendicazioni c’erano le dimissioni del governo e il no alla crisi del carovita così come il no al coinvolgimento ceco nella guerra. Allo stesso modo, circa 20 000 manifestanti hanno protestato contro l’inflazione alle stelle e i prezzi del carburante in Moldavia, che chiedevano le dimissioni del governo filo-occidentale; secondo alcune fonti tra gli slogan c’erano “America, go home” e “no a un inverno al freddo”.

Anche a una sola occhiata ai media occidentali si sarebbe portati a pensare che Putin abbia giocato male le sue carte e unito involontariamente l’Occidente contro di sé. Un’alleanza prima divisa sarebbe stata convinta a lottare per la “pace”, la “giustizia” e “l’autodeterminazione dell’Ucraina”. Secondo il New York Times  abbiamo visto una “sbalorditiva dimostrazione di unità contro la Russia”. Questa guerra ci costerà caro, ma, come ha spiegato il segretario generale della Nato, è un costo “solo in dollari, euro e sterline, mentre gli ucraini stanno pagando con la vita”.

Peccato che mentre Jens Stoltenberg può starsene in panciolle, nel suo ufficio ben riscaldato di Bruxelles, a difendere questo tipo di argomentazione, le cose saranno ben diverse per la classe lavoratrice europea. Questo inverno gli europei riceveranno le bollette di luce e gas e per molti si tratterà di scegliere tra riscaldarsi o mangiare. Ogni anno infatti, anche prima dell’impatto dell’impennata dei prezzi dell’energia, si sono registrate 657mila morti a causa del calo delle temperature in Europa.

Se però Stoltenberg può considerarsi in qualche modo al sicuro dal fuoco della lotta di classe, non è affatto così per i governi europei. Un’analista borghese, Helima Croft, ha messo in guardia  rispetto alla possibilità di un “inverno del malcontento”. La pressione sempre maggiore sulle condizioni di vita della popolazione spingerà la classe lavoratrice all’azione, e ciò a sua volta metterà pressione sui governi.

Ci sono segnali che la guerra stia generando crescenti preoccupazioni in tutta Europa. A giugno l’European Council on Foreign Relations ha realizzato un sondaggio in nove Paesi Ue. Gli esiti indicano  che il 35% vuole la fine della guerra anche se dovesse comportare la cessione di territorio ucraino alla Russia, mentre solo il 22% voleva vedere la Russia “punita per la sua aggressione, anche qualora questo dovesse significare prolungare la guerra”.

Paure e divisioni

Nel 2020 l’Italia dipendeva dal gas per il 43%  del suo fabbisogno energetico. Il Paese è pertanto profondamente esposto alle fluttuazioni del prezzo. Vi è inoltre una certa spaccatura nella popolazione: il 27% degli italiani accusa l’America, l’Ue o l’Ucraina per la guerra, anziché la Russia.

Il 25 settembre una coalizione di destra ha vinto le elezioni. Giorgia Meloni, leader del primo partito della coalizione, è sempre stata a favore della Nato e sostiene pubblicamente lo sforzo bellico in Ucraina. In linea con questo approccio, ad agosto ha promesso “sostegno all’Ue, all’Alleanza atlantica e alla resistenza dell’Ucraina contro l’aggressione russa”.

Però, nelle parole dell’ex ambasciatore italiano presso la Nato, il sostegno mostrato da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, i leader degli altri due partiti della coalizione, è “poco convinto” e non si fatica a capire perché. Il 4 settembre Matteo Salvini ha chiesto di ripensare le sanzioni contro la Russia. Silvio Berlusconi intanto avrebbe avvertito i membri del suo partito che “l’indurimento delle sanzioni spingerebbe Mosca nelle braccia della Cina e causerebbe perdite di posti di lavoro in Italia”.

Questi partiti filo-confindustriali hanno anche preso atto di una protesta degli imprenditori italiani che ha accusato Bruxelles anziché Putin dell’aumento delle bollette. Gli insostenibili costi dell’energia metteranno un’estrema pressione sul governo affinché agisca, ma l’Italia e il resto d’Europa sono sotto una pressione molto forte anche da parte dell’imperialismo Usa.

Come abbiamo scritto qualche tempo fa, la crisi energetica è particolarmente acuta in Germania, che prima della guerra dipendeva dalla Russia per un terzo del suo petrolio e per oltre metà del suo gas. Ciò spiega perché la Germania sia stata più riluttante degli Usa e della Gran Bretagna di mandare armi pesanti in Ucraina.

Tra i lavoratori tedeschi c’è profonda preoccupazione per il futuro. Questo umore è stato ben espresso da Marlies Jakob, che a luglio ha telefonato a un programma radio tedesco. La donna ha spiegato di essere ben felice di fare la doccia fredda e indossare tre maglioni insieme se questo può servire a fermare la guerra. Tuttavia, ha detto, “è vero il contrario. Grazie alle sanzioni… i prezzi aumentano e la Russia se ne avvantaggia come mai prima d’ora”.

Il malcontento pubblico ha anche riflessi politici. Ad agosto la sinistra dello Spd ha lanciato un appello pubblico per la pace con la Russia. Inoltre, Jens Koeppen, deputato del partito di destra Cdu, ha opportunisticamente criticato  l’embargo al petrolio russo perché danneggia “noi più che i russi”. Come sostenuto  da Andriy Melnyk, ambasciatore ucraino in Germania fino alla fine di settembre, “più la gente è preoccupata dall’aumento del costo della vita e da come farà a riscaldare casa, meno sarà solidale verso l’Ucraina”.

In risposta alla crisi, il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato un pacchetto di aiuti da 200 miliardi di euro, che ha provocato però “animosità” tra gli altri Stati europei. Un collaboratore di Giorgia Meloni lo ha definito “un atto… che mina le ragioni dell’unione”. Questo pacchetto, che aumenterà ancora di più il debito pubblico tedesco, dimostra ancora una volta le debolezze dell’Unione europea. In risposta alla crisi, manca la messa in comune delle risorse per garantire la sopravvivenza del blocco nella sua interezza. Invece ciascuno per sé e ogni governo cerca solo di mettere in sicurezza gli interessi della propria classe dominante.

A prima vista la Francia potrebbe sembrare piuttosto isolata. Tuttavia, il 70%della sua elettricità arriva dal nucleare, e 32 centrali sono attualmente fuori uso per vari problemi di manutenzione. In passato Emmanuel Macron è sembrato propendere per un accordo di pace in misura maggiore dei guerrafondai britannici e statunitensi, come dimostra il suo desiderio dichiarato di “non umiliare la Russia”.

Macron è anche il primo presidente francese dopo 20 anni a non avere una maggioranza in parlamento. I due raggruppamenti più grandi dopo il suo, la Nupes di Mélenchon (sinistra) e il Reassemblement national di Marine Le Pen (destra), cercano entrambi, in una certa misura, di rivolgersi alla classe lavoratrice su questioni economiche. Bisognerebbe poi ricordare che la prima scintilla del movimento insurrezionale dei gilet gialli del 2018-19 è stata la proposta di aumento delle tasse sul carburante, che colpiva molti lavoratori che hanno bisogno dell’auto per spostarsi. Più morderà la crisi dell’energia, più aumenterà la pressione da diversi lati su Macron a favore di un accordo di pace.

Una guerra di logoramento

Questo inverno vedremo una guerra di logoramento fra Putin e l’Occidente, ciascuno preso dal tentativo di aumentare la pressione sull’avversario. Verso la fine di agosto sembrava che stessero cominciando a mostrarsi le crepe dell’alleanza occidentale. Secondo il Financial Times, Josep Borrell, capo della diplomazia Ue, ha ammesso che “alcune fazioni politiche nel blocco vogliono che l’Ue abbandoni il suo sostegno all’Ucraina, spinga Kyiv verso un cessate il fuoco e abbandoni le sanzioni alla Russia per alleggerire la pressione economica sui Paesi europei”. Lo stesso articolo indicava che diversi politici cechi hanno “chiesto un cambio di atteggiamento da parte dell’Ue”.

Questo umore sempre più diffuso ha fatto sì che l’Ucraina cercasse disperatamente una qualche vittoria per continuare a garantirsi il flusso di fondi e armamenti. L’offensiva sul fronte di Kharkiv e la sconfitta della Russia hanno fornito questa vittoria. Per ora sembra che gli abbia fatto guadagnare tempo. Poche settimane dopo l’inizio della controffensiva, il virgolettato di un diplomatico europeo diceva che “la musica è cambiata” e che nessuno “si esprime più contro l’invio di nuove armi”.

Il 26 settembre c’è anche stato il sabotaggio di tre dei quattro gasdotti che compongono il Nord Stream 1 e 2. Il responsabile della commissione parlamentare russa per l’energia, Pavel Zavalny, ha calcolato che ci vorrebbero fino a sei mesi per riparare il danno. Benché nessuno si sia assunto la responsabilità dell’atto, è chiaro che rende più difficile ai governi europei sganciarsi dalla cosiddetta “alleanza occidentale”.

Malgrado vi siano altri gasdotti utilizzabili, il potenziale delle forniture dalla Russia al continente europeo sarà fortemente limitato, cancellando la prospettiva di una rapida ripresa delle forniture di gas dopo l’accordo di pace. Chiunque abbia commesso il sabotaggio aveva la chiara intenzione di compattare l’alleanza occidentale con la forza. Naturalmente l’Europa è solo un “danno collaterale”.

L’ultima svolta nel rapporto di forze sul campo ha portato vari analisti occidentali a affermare con sicurezza  che “la pressione di Mosca ha cominciato a indebolirsi”. I prezzi dell’energia erano al massimo, Putin aveva giocato i suoi assi e nulla di tutto questo aveva spezzato l’unità dell’Occidente. Per di più, la Russia aveva fatto l’errore di tagliare la sua principale fonte di introiti: le vendite di energia all’Europa.

Alcuni resoconti indicano che l’avanzo di bilancio della Russia sia diminuito bruscamente da circa 500 miliardi di rubli nei primi 7 mesi dell’anno a un totale cumulativo di 137 alla fine di agosto. Gli economisti hanno ipotizzato che ciò sia dovuto al crollo degli introiti dal petrolio e dal gas. È quindi certo che la pressione sulla Russia si intensificherà.

Come ha però fatto notare Foreign Policy, la prospettiva di un futuro senza la possibilità di esportare energia al suo principale cliente potrebbe effettivamente creare qualche grave problema alla Russia nel lungo periodo, “ma il lungo periodo è ben diverso da un inverno alle porte senza combustibile a disposizione”. Inoltre, come abbiamo spiegato altrove, questa guerra è divenuta una questione esistenziale per Putin. La sconfitta potrebbe significare la fine del suo potere.

Come per qualsiasi guerra, è difficile prevedere l’esito di questo conflitto. Tutto ciò di cui possiamo essere certi è che sta portando al relativo indebolimento sia della Russia che dell’Europa sullo scenario mondiale, e che fomenterà un’immensa ondata di lotta di classe su continente europeo.

L’inverno sarà all’insegna di enormi difficoltà per la classe lavoratrice, sotto forma di prezzi fuori controllo e scarsità di energia e altri beni essenziali. Essa non potrà fare altro che rispondere. Centinaia di milioni di persone si troveranno a dover scegliere se riscaldarsi o cucinare, ma molti sceglieranno una terza opzione: quella della lotta per cambiare le cose in meglio. Davanti a noi si profila un inverno incredibilmente esplosivo in tutto il continente europeo, che eserciterà un’estrema pressione sui governi affinché rispondano ai bisogni della popolazione generale o corrano il rischio di essere cacciati.

Davanti a un scenario di crisi economica ingestibile– con inflazione alle stelle, debito fuori controllo e la chiusura di interi settori industriali – le crepe che vediamo oggi nella cosiddetta “alleanza occidentale” potrebbero diventare delle spaccature profonde sotto la spinta dei movimenti di massa della classe lavoratrice.

7 ottobre 2022

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