17 Aprile 2020

I callcenter al tempo del coronavirus

Il decreto del 25 marzo limita, ma non azzera, le attività nei call center, nonostante la vittima del coronavirus più giovane nel Lazio sia proprio un lavoratore di un call center romano (aveva 34 anni). Eppure, anche prima della pandemia le condizioni di lavoro all’interno di queste aziende erano abbastanza note: enormi stanze dove si lavora a centinaia separati da pochi centimetri, postazioni e attrezzature non ad esclusivo uso personale ma utilizzate a rotazione e, in alcuni casi, scarsa areazione. In pratica l’esatto opposto delle direttive sanitarie in tema di contenimento dell’epidemia.

Un settore “essenziale”

Il settore dei callcenter è stato scandalosamente catalogato come “essenziale” dagli ultimi provvedimenti del governo Conte, ma gli unici per cui è essenziale vendere assicurazioni o altri prodotti sono i padroni che si arricchiscono di profitti. Infatti in Italia costituisce un business da circa 3 miliardi di euro ogni anno, prodotto da oltre 80mila dipendenti in circa 2000 aziende.

Nell’ultima decade, abbiamo potuto assistere ad una profonda migrazione della produzione da Nord a Sud. Le principali aziende del settore che hanno conservato la loro sede legale nel settentrione ma hanno spostato, per ovvie ragioni legate al costo del lavoro, gran parte degli uffici nel meridione. Ed infatti ad oggi oltre il 40% degli occupati in questo settore in Italia si trovano al Sud. Altra caratteristica emblematica del mondo dei call center sono le forme contrattuali maggiormente utilizzate. Infatti, analizzando il tipo di accordi proposti ai lavoratori, si possono riscontrare uno sproposito di contratti a termine e a collaborazione, circa il 40% del totale, che diventano il 64% al Sud. Con una percentuale altissima di part-time, anche in confronto al resto del mercato del lavoro italiano, con i lavoratori a tempo parziale che nei call center si attestano a circa il 70% del totale. Circa il 39% dei lavoratori è under 30 e la componente femminile tocca picchi del 70%, in particolare al meridione.

Nonostante questo, negli ultimi anni il settore è stato profondamente caratterizzato da ingenti operazioni di delocalizzazione della manodopera, soprattutto verso i paesi dell’Europa dell’est. Questi ultimi rappresentano ad oggi circa il 15% del mercato tra i call center che operano in Italia.

Lotta di classe al telefono

Nei fatti l’emergenza sanitaria, che dialetticamente è anche emergenza sociale, ha già provocato le prime forme di radicalizzazione e di mobilitazione importanti: i primi a incrociare le braccia sono stati i lavoratori della Abramo Customer Care, una delle sette maggiori aziende del settore in Italia, che detiene commesse importanti come SKY,Eni ePoste Mobile, solo per citarne alcune. Questi lavoratori hanno scioperato il 25 marzo, protestando contro il mancato pagamento degli stipendi di febbraio, a cui si andava ad aggiungere la carenza di misure protettive relativamente al rischio di contagio legato al COVID-19. Infatti, dal punto di vista della tutela della salute, è indicativo il bassissimo numero di smartworking attivati dall’azienda. Che ad oggi risultano essere solo 240 impiegati su di un totale di 3500 dipendenti. Lo sciopero si è svolto in tutte le sedi calabresi della società, cioè a: Catanzaro, Settingiano, Crotone, Lamezia Terme e Montalto Uffugo. Ma non solo, perché l’agitazione si è estesa anche alle sedi di Roma, Palermo e Catania.Con percentuali medie di adesioni allo sciopero del 80%, con picchi del 90% a Lamezia Terme e a Roma. Trattandosi in larga parte di lavoratori senza tutele, parliamo di un qualcosa di molto significativo e prodromo di quello che potremmo vedere in molte aziende nel prossimo futuro. I padroni delle società di call center d’altronde stanno già preparando il terreno per scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori. A cominciare da una serie di misure classi che per il settore come: ferie forzate, decurtazione del salario accessorio (che rappresenta una parte consistente della mensilità per i lavoratori di queste aziende), ritmi di lavoro ancora più frenetici. Tutte pratiche che peraltro, in una forma o nell’altra, sono già la regola in questi ambienti. Possiamo vedere un esempio di questo in quello che sta già accadendo nel gruppo Admiral. Si tratta di un colosso assicurativo che in Italia agisce dietro la sigla ConTe.it. Questa società è una delle clienti di Abramo, ed ha in questi anni esternalizzato una parte dei suoi servizi telefonici proprio in direzione Abramo e Accueil (altro gruppo che lavora nell’ambito call center). In seguito a questo processo di esternalizzazione, Admiral/ConTeha lasciato solo una parte minoritaria dei suoi servizi telefonici all’interno dell’azienda. Alla prima richiesta di informazioni sulla possibile perdita della parte variabile dello stipendio, gli addetti si sono visti liquidati dai responsabili con la frase: «andrà tutto bene…Ora c’è l’emergenza, poi una volta passata se ne parlerà…». Un misto di arroganza e paternalismo a sottintendere l’idea che i dipendenti debbano pensare solo a lavorare e preoccuparsi per l’epidemia, non a difendere il loro salario.

Questo approccio porterà ad una reazione dei lavoratori e ad uno scontro senza precedenti. Tenendo conto che questi gruppi sono attivi nel mercato assicurativo, ma hanno inquadramenti contrattuali interni speculari a quelli del Terziario e dei Servizi, fortemente peggiorativi per i lavoratori rispetto a quelli del settore Assicurazioni. Inoltre, queste società sono caratterizzate da una manodopera piuttosto giovane,spesso priva di rappresentanza sindacale, con i dirigenti che tendono a presentarsi in modo paternalistico come i padroni “buoni” che danno la possibilità a tutti di lavorare. L’illusione di essere tutti parte di una “grande famiglia”, su cui i manager hanno insistito per anni, sta rapidamente crollando davanti all’emergenza sanitaria e alla crisi economica. Svelando i veri rapporti di iper-sfruttamento che regolano la vita di queste aziende.

Il momento dei lavoratori

Per concludere, è chiaro come sia necessario per i lavoratori dei call center iniziare ad organizzarsi. Cominciando anche, dove è possibile, a discutere della costruzione di una presenza sindacale, nel caso questa non fosse presente in azienda. A partire da chi è più pronto ad impegnarsi nella lotta. La palla passa ora nelle mani dei lavoratori del settore, che hanno già dimostrato di volersi giocare la partita con tutte le armi a loro disposizione.

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