19 Giugno 2019

Hong Kong – Le proteste costringono a sospendere la legge per l’estradizione: il movimento deve continuare!

Il 16 giugno, solo una settimana dopo l’ultimo corteo di un milione di persone svoltosi a Hong Kong, si è verificata una seconda protesta di massa. Secondo i principali organizzatori del Fronte civile per i diritti umani, ben 2 milioni di persone si sono uniti al corteo. A giudicare dalle immagini e dai dati disponibili, così come da quello che ho visto, è del tutto credibile che questa protesta sia più grande di quella della domenica precedente.

Questo movimento largo di protesta ha avuto luogo nonostante la sospensione del disegno di legge sull’estradizione da parte del governatore Carrie Lam, il giorno prima e le scuse che ha rilasciato domenica sera nei confronti dei cittadini di Hong Kong. L’appello per uno sciopero generale continua ad essere popolare e ora il movimento è passato dal rivendicare il ritiro della proposta di estradizione alle dimissioni di Carrie Lam da governatore. Come abbiamo visto in molti casi in tutto il mondo, la logica degli eventi sta spingendo un movimento difensivo delle masse a passare all’offensiva.

 

Catalizzatore

Forse la causa principale che ha spinto le proteste già enormi a Hong Kong a uno stadio superiore è stata la morte di un manifestante la sera del 15 giugno. Quella notte, un manifestante è salito sull’impalcatura della costruzione dell’Ammiragliato, il quartiere in cui si trovano la maggior parte degli edifici governativi centrali, per appendere uno striscione che chiedeva le dimissioni del governatore Carrie Lam e la cancellazione definitiva della legge sull’estradizione. Quando le autorità hanno cercato di tirarlo giù dall’impalcatura, è caduto ed è morto.

Sebbene ci fosse già in programma una protesta per oggi, la morte del manifestante ha trasformato la protesta di domenica in una veglia di massa. Decine di migliaia di persone vestite di nero si sono dirette verso l’Ammiragliato, molte con un fiore bianco. C’era un palpabile senso di autodisciplina e muta rabbia tra i manifestanti mentre scendevano in piazza. La folla era composta in modo schiacciante di giovani. Mentre camminavo tra la folla, ho sentito non poche parole mormorate in cinese mandarino con accenti continentali.

La protesta di massa si è riversata nell’Ammiragliato in maniera costante dal pomeriggio fino alla sera, quando la quantità di folla nelle strade è aumentata. Sembra che sia stata lanciata un’occupazione improvvisata, poiché molti manifestanti sono rimasti fino a tarda notte. La disciplina e la creatività delle masse erano stimolanti. Ad un certo punto, la folla ha fatto spazio in modo efficiente e silenzioso al passaggio di un’ambulanza, in una scena che ricordava Mosè che separa il Mar Rosso. La protesta è continuata fino ad oltre le 12 di lunedì 17 giugno, quando sarebbe diventata ufficialmente illegale, al che i manifestanti si sono coordinati a cantare un “Alleluia” per sfruttare una scappatoia legale per cui a Hong Kong le riunioni religiose non sono regolate dalle disposizioni sulla sicurezza pubblica. Alcuni manifestanti si sono recati in aeroporto con una propaganda agitativa in forma di benvenuto ai visitatori stranieri affinchè mostrassero solidarietà con la manifestazione.

L’ambiente fra le masse è combattivo e a un livello più alto rispetto al Movimento degli ombrelli del 2014. Per prima cosa, il metodo della lotta di classe con lo sciopero generale rimane molto popolare tra le file dei partecipanti come mezzo per combattere gli attacchi del governo. I gruppi reazionari, di estrema destra “localisti”, che si basavano sull’odio anti-continentale e sui sentimenti anti-comunisti, questa volta non sono stati in grado di intervenire nel movimento, come avevano fatto nel Movimento degli ombrelli. Ciò è dovuto in parte alle loro lotte interne, ma anche al fatto che questa volta le masse sono chiaramente più interessate alla lotta di classe che alla xenofobia come mezzo per risolvere i loro problemi.

Di fatto, una nuova generazione di abitanti di Hong Kong dà l’idea sul perché il potenziale di solidarietà con la Cina continentale sia enorme, mentre l’odio xenofobo è destinato a fallire. Un partecipante di 17 anni della scuola superiore si è descritto così:

“Gli studenti della mia generazione tendono a giocare a TikTok, a bere Heytea [una catena di tea shop con sede a Shenzhen], a guardare The Voice of China e alcuni parlano addirittura più mandarino che cantonese. Usiamo Instagram ma non tanto Facebook. Non sono disgustato dalla Cina. Guardo gli spettacoli di giochi cinesi, ma non voglio che il PCC regni su Hong Kong “.

 

La codardia della classe media e il fallimento della direzione

Sfortunatamente, le masse in questa fase non dispongono della direzione che meritano. Sebbene il movimento abbia espresso molto coraggio, è chiaro che le organizzazioni alla testa delle proteste dissipano in mille direzioni l’energia del movimento attraverso politiche sbagliate.

Sebbene la richiesta di uno sciopero generale sia popolare, nessuna organizzazione si è finora seriamente impegnata per organizzarne uno. Ad esempio, c’è il Fronte civile per i diritti umani, che, nonostante sia il presunto organizzatore dell’intero movimento, non è chiaramente in grado di guidare una protesta che è cresciuta fino a un milione di persone. Prima della protesta di domenica, il Fronte civile per i diritti umani ha preventivamente interrotto i “Tre Scioperi” (del lavoro, della scuola, del commercio) che chiaramente in molti nella base del movimento richiedevano.

Verso le 23 di sera, hanno quindi ripreso la rivendicazione dei Tre Scioperi da lanciarsi il giorno successivo, diffondendo solo un volantino che sembrava confermare che ci sarebbe stato solo uno sciopero degli assistenti sociali, uno sciopero degli studenti e una protesta organizzata dalla Confederazione dei sindacati di Hong Kong (HKCTU). Da parte dell’HKCTU, hanno continuato a descrivere gli operai che chiedevano un giorno libero per andare a protestare come un modo per scioperare, confondendo completamente la lotta di classe insita nello sciopero e trasformandola in una decisione individuale piuttosto che in un’azione collettiva.

Tuttavia, dato che la portata della recente protesta ha superato di gran lunga le aspettative del Fronte civile per i diritti umani e di altre organizzazioni, è molto probabile che le masse possano procedere senza ascoltare la direzione esistente.

 

Divisioni ai vertici

Pochi giorni fa, in netto contrasto con lo sfacciato atteggiamento di sfida nei confronti delle masse, il governatore Carrie Lam ha fatto marcia indietro e ha annunciato che il progetto di legge sarebbe stato sospeso. Questo è stato seguito dalle scuse espresse domenica sera. Tuttavia, questo significa che tutto è finito e che le masse dovrebbero interrompere la protesta e tornare a casa?

La vera ragione dietro questa mossa può essere attribuita a due fattori. Innanzi tutto, il fermento estremo che imperversa nella società di Hong Kong a seguito della proposta di legge sull’estradizione sta chiaramente minacciando la stabilità del capitalismo, nonostante la mancata convocazione di uno sciopero generale. Secondo la Reuters, le imprese e le istituzioni pro-Pechino sono state completamente incapaci di organizzare delle contro-proteste, come invece erano state in grado di fare in precedenti occasioni. Alcuni capitalisti si sono persino fatti prendere dalla fretta e hanno cominciato a trasferire le loro attività da Hong Kong di fronte a questo movimento di massa.

Nel passato, il sentimento anti-cinese a Hong Kong tendeva ad essere anticomunista se non esplicitamente pro-capitalista. Ma oggi assistiamo a un cambiamento. Demosistō, un partito nato tre anni fa, fondato dai prrincipali dirigenti studenteschi del movimento degli Ombrelli del 2014. é stato fra i promotori delle manifestazioni di questi giorni. Nella sua homepage si può leggere che “rivendica l’autonomia politica ed economica della città dall’oppressione del Partito comunista cinese (PCC) e dall’egemonia capitalista”. Questo riflette gli enormi cambiamenti che hanno avuto luogo sia nella Cina continentale che a Hong Kong nei 22 anni successivi al passaggio di consegne dalla Gran Bretagna alla Cina. Da un lato, la Cina è diventata una potente nazione capitalista e il suo dominio su Hong Kong si basa proprio sulla forza del capitalismo cinese e sulla sua necessità di un centro finanziario lì. D’altra parte, questa pressione economica dalla Cina ha reso Hong Kong probabilmente la città più cara del mondo, in cui i prezzi degli immobili sono quasi il doppio di quelli di Londra e New York, ma i salari sono leggermente inferiori.

Questo movimento non rappresenta una crisi temporanea. Esprime una contraddizione fondamentale che è venuta alla superficie. Poiché il capitalismo cinese si scontra sempre più con gli Stati Uniti, non può tollerare un territorio semi-indipendente all’interno dei suoi confini in cui chiunque sia contrario a Pechino possa trovare rifugio.

Il cambiamento tra il movimento attuale e quelli precedenti lo si percepisce anche nelle modalità di lotta attuate. Sebbene non ci sia stato uno sciopero generale e nessuno sforzo serio da parte della dirigenza sindacale o di quella degli studenti per organizzarne uno, il fatto che l’idea stessa dello sciopero sia diventata estremamente popolare ha chiaramente sorpreso il governo e i capitalisti. Questo ci dà un’idea della vera forza della classe operaia nella società.

Sia il South China Morning Post che la Reuters, riportano che la Lam stessa ha ceduto sotto l’enorme pressione delle masse e ha chiesto l’approvazione di Pechino per modificare la sua strategia verso i manifestanti (in particolare, il membro del Comitato permanente Han Zheng che supervisiona la politica del PCC nei confronti di Hong Kong). Il PCC avrebbe accettato malvolentieri questa proposta in quanto l’enormità delle proteste sta iniziando a interferire con eventi molto importanti, man mano che la Cina sprofonda sempre di più nella guerra commerciale con gli Stati Uniti. Senza dubbio, il regime cinese teme anche che la portata del movimento di Hong Kong possa iniziare ad avere un impatto nella stessa Cina continentale.

Gli avvenimenti ad Hong Kong stanno anche dando nuovo vigore a Taiwan alle prospettive elettorali per il presidente del partito borghese del DPP, Tsai Ing-wen nel suo tentativo di rielezione l’anno prossimo. A causa della mancanza di un partito operaio di massa o di un’alternativa socialista a Taiwan, molti lavoratori e giovani cadranno sotto la logica del “male minore” per sostenere Tsai che superficialmente viene visto come la persona più valida per resistere alla Cina. Il DPP ha subito una massiccia sconfitta nelle elezioni amministrative dello scorso anno a causa delle politiche reazionarie e antioperaie che ha portato avanti da quando è entrato in carica, ma l’ascesa di populisti di destra del KMT come Han Kuo-yu e l’amministratore delegato della Foxconn, Terry Guo, entrambi considerati estremamente pro-Cina e i candidati preferiti dal PCC, sta ora aumentando l’appoggio al DPP. Una seconda vittoria elettorale del DPP significherebbe l’ennesima sconfitta per la strategia del PCC nei confronti di Taiwan.

D’altra parte, anche se la legge è stata sospesa, non è stata cancellata. La sospensione di ieri di Carrie Lam potrebbe benissimo essere una manovra per confondere e smobilitare le masse, solo per attuare il disegno di legge e le altre misure dettate dal PCC in un secondo momento. Dopotutto, il PCC ha regolarmente rapito delle persone da Hong Kong, le ha portate in Cina e le ha costrette a “confessarsi” in televisione senza alcuna base legale. Fortunatamente, il grande corteo di oggi dimostra che le masse sono lontane dall’essere demoralizzate e sono più determinate che mai.

Inoltre il PCC non può permettere che questa sospensione assomigli a una sconfitta da parte loro, poiché ciò minerebbe la paura da parte delle masse cinesi nei confronti del PCC che viene visto come un monolite inaffrontabile. Troveranno altri mezzi per sconfiggere il movimento. Alcuni organizzatori dei movimenti di Hong Kong sono già stati arrestati.

Il movimento di Hong Kong non deve quindi perdere il suo slancio e deve iniziare a costruire comitati di sciopero nei quartieri e nei luoghi di lavoro per affrontare il prossimo attacco da parte del governo di Hong Kong e del PCC. Devono anche offrire una serie di rivendicazioni come la riformulazione della costituzione, il diritto all’autodeterminazione e il sequestro dei grandi capitali aziendali e il loro collocamento sotto il controllo democratico dei lavoratori per affrontare la crisi sociale causata dal sistema capitalista di Hong Kong. Deve inoltre invitare attivamente la classe operaia cinese a organizzarsi e a combattere contro il PCC.

Solidarietà internazionale

La solidarietà oltre i confini non è un semplice romanticismo, ma un requisito concreto e una realtà. Abbiamo già assistito a un’ondata di solidarietà che arriva molto oltre Hong Kong.

Nello stesso momento in cui domenica la protesta di milioni di persone a Hong Kong stava imperversando, oltre diecimila giovani taiwanesi si sono riuniti intorno allo Yuan legislativo di Taiwan, anche loro vestiti di nero, a sostegno di Hong Kong. Nei giorni precedenti, intorno a Taiwan c’erano stati raduni spontanei a sostegno del movimento a Hong Kong. Un esempio degno di nota è accaduto il 14 giugno, quando uno studente dell’Università Nazionale di Taiwan a Taipei, ha invitato gli studenti a una manifestazione di solidarietà ai dimostranti anti-estradizione di Hong Kong. Nel giro di mezz’ora, oltre 500 studenti si sono presentati alla manifestazione. Il sindacato militante Taoyuan Flight Attendant Union, che attualmente sta guidando uno sciopero significativo degli operai dell’EVA Air, ha anche lanciato una petizione di solidarietà, firmata da 46 sindacati e organizzazioni, nonché da molte persone. La petizione non solo ha espresso solidarietà alle masse di Hong Kong, ma ha anche criticato i governi di Taiwan e Hong Kong che indeboliscono la capacità della classe operaia di difendersi, non concedendo il diritto di sciopero politico.

Gli studenti universitari della Corea del Sud hanno anche lanciato una petizione al presidente Moon Jae-in il 14 giugno per sostenere il movimento di Hong Kong, che ha raccolto oltre 20.000 firme. I promotori della petizione ora stanno energicamente facendo una campagna per raccogliere ulteriori firme, in quanto il presidente sarebbe obbligato a rispondere alla petizione se dovessero raccogliere più di 200.000 firme entro 30 giorni. Il sindacato della Comunità Giovanile della Corea del Sud, una confederazione che dichiara di rappresentare tutti i lavoratori tra i 15 e i 39 anni, ha rilasciato una dichiarazione a sostegno del movimento.

È difficile valutare come la classe operaia e la gioventù della Cina continentale abbiano risposto agli avvenimenti di Hong Kong, poiché come previsto la Cina ha bloccato tutti i resoconti sulle proteste a Hong Kong. Tuttavia, data la presenza di giovani del continente all’interno del movimento di Hong Kong e il sostegno occasionale da parte dei continentali, è probabile che non pochi seguano da vicino gli eventi.

Ogni movimento radicale deve necessariamente operare un salto di qualità, altrimenti farà un passo indietro e il governo sarà in grado di riaffermare la propria autorità. Questo movimento non è diverso. Il corteo di ieri ha fornito uno slancio ad un livello più alto che mai. Hong Kong ha molti problemi oltre al disegno di legge sull’estradizione. È incredibilmente costoso vivere a Hong Kong – più che per la classe lavoratrice di Londra, New York o Tokyo e i lavoratori vivono in condizioni precarie.

La costituzione, inoltre, non offre spazio per la rappresentanza della classe operaia e non ci sono autentiche elezioni democratiche. Pertanto, per andare avanti, il movimento deve ora portare avanti una serie di rivendicazioni per alloggi sociali e per l’esproprio della proprietà e dei beni dei parassiti miliardari e l’approvazione di una costituzione democratica completamente nuova che deve essere elaborata dai rappresentanti eletti di questo movimento e dai sindacati. Questa è un’opportunità storica. Il movimento deve coglierla.

 

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